Bologna la rossa, la verde e la bianca
Alle due di notte il Bologna è salito su un treno, ha caricato la Coppa Italia in un vagone e se n’è tornato a casa nel giro di novanta minuti, più o meno quanto dura una partita. Colonna sonora: facile. La sera dei miracoli, Lucio Dalla, si muove la città.
La prima Coppa Italia del ‘70 era finita sul Corriere della sera in un piccolo trafiletto di spalla, perché nel frattempo erano cominciati i Mondiali in Messico e l’Italia quella sera – alla mezzanotte da noi – avrebbe dovuto giocare contro l’Israele. Savoldi fece due gol al Torino e per quei meravigliosi disegni del caso che quasi mai capiamo Edmondo Fabbri uscì finalmente dall’imbuto dell’onta di quattro anni prima, quando era cittì della Nazionale e in Inghilterra era stato Capitan Naufragio di fronte alla Corea. Lucio Dalla era già uscito con due album ed era stato un paio di volte a Sanremo, Gianni Morandi aveva appena vinto Canzonissima per la seconda volta e s’era piazzato ottavo all’Eurofestival con Occhi di ragazza, Cesare Cremonini non era ancora nato. Alle comunali della domenica prima il PCI aveva perso 2 punti percentuali e un seggio, bastò perché il Corriere dicesse: “Bologna non è così ineluttabilmente rossa come vuole far credere”.
Italo Cucci sul Corriere dello sport-stadio ha scritto stamattina che questa Coppa Italia “per i bolognesi è storia, per altri spesso sola consolazione. La prima, nel ’70, di Edmondo Fabbri e Beppe Savoldi; la seconda, nel 1974, di Pesaola e Giacomino Bulgarelli; la terza di Vincenzo Italiano e Dan Ndoye (mi perdoni l’immenso Orsolini, sì la dedica tocca allo svizzero che ha segnato il bellissimo gol al 52’ e può dedicarlo – ripeto: è storia – a un connazionale importante. Louis Rauch, il fondatore del Bologna 1909).
“Vittoria sacrosanta, una lezione di calcio senza svarioni, anzi elegante oltre ogni attesa; di potenza senza cedimenti, dopo le due paratissime di Skorupski; una esibizione di sicurezza con la riproposta intelligente difesa inventata da Italiano, non muro secco ma contrasto mobile con i cinque difensori – Lukumi e Holm eccellenti – e il centrocampo esemplare con Freuler e Ferguson accompagnati al meglio dall’ingresso di Pobega al 59’. Un trionfo davanti a trentamila bolognesi esaltati da un allenatore che ha fatto tornare al Dall’Ara l’Università del calcio”.
| “Si commuove la città, finalmente”, ha scritto Emilio Marrese su Repubblica Bologna giocando con la città e i suoi orchestrali. “Ha vinto Bologna – dice – prima in tribuna e poi sul campo. Spettacolare dentro e fuori, prima durante e dopo. Bentornati in Paradiso, sì. E cosa avete fatto in tutti questi anni? Siamo andati a letto presto, mentre gli altri giocavano le coppe, a sognare una sera così. Perfetta. E meritata, per tutta la passione, l’allegria, lo stile, la gioia, la serietà, la dedizione, la personalità e l’organizzazione che hanno unito i ragazzi che fecero l’impresa sull’erba con tutta la loro gente. Lasciateci dentro questa bolla di sapone immensa, fatta di trentamila bolle rosse e blu che volano e volano e volano, convinti che fuori di qua nulla altro importi e tutta l’Italia, anzi tutto il mondo, perché ci hanno visti in 180 Paesi, ci invidino questa coppetta ai nostri occhi più luccicante di una Champions”
| Guido De Carolis sul Corriere di Bologna ha scritto che Hanno vinto e hanno fatto molto di più, hanno restituito alla città un senso di comunità. Solo il calcio ci riesce”.
| Ma insomma se succede quel che succede, se è successo quel che è successo – spiega Paolo Condò sul Corriere della sera – è perché siamo di fronte a una società che funziona e un’altra confusa.
“Il Bologna non vinceva un trofeo dalla notte dei tempi, e quindi non c’è discussione sul fatto che questa coppa Italia, con annessa qualificazione alla prossima Europa League, valga di più del posto in Champions guadagnato l’anno scorso. In realtà è corretto parlare di evoluzione, di un cammino in linea retta — così raro nel calcio — che ha portato un gruppo di giocatori organizzati ad alto livello da Thiago Motta a migliorarsi ulteriormente grazie alle variazioni portate da Vincenzo Italiano, e questo malgrado la perdita di Zirkzee e Calafiori. È chiaro che un cammino così virtuoso diventa possibile quando è la società a governare il cambiamento, ed è questo che è successo a un Bologna in cui tutte le componenti, da Saputo a Fenucci, da Di Vaio al cercatore di pepite d’oro Sartori, lavorano in armonia. La sottolineatura è maliziosa perché è esattamente questo che è mancato al Milan per tutta la stagione, e ieri sera in tribuna l’evidenza del tema era plastica con la presenza dei rappresentanti del fondo Elliott — che a quanto ci è stato raccontato dovrebbe uscire di scena a media scadenza, una volta rimborsato il famoso vendor loan — e l’assenza del proprietario Gerry Cardinale, che avrà certamente avuto altri pressanti impegni ma insomma, il culmine della stagione del Milan era ieri all’Olimpico”.