La memoria rimossa della Cima Coppi

   

L’idea originaria era diversa

Quando nacque la Cima Coppi, non era la Cima Coppi che conosciamo adesso. Oggi è una specie di onorificenza: la vetta più alta del Giro viene dedicata al Campionissimo. Fausto era invece morto da cinque anni quando il Giro la inventò, e la inventò con altre intenzioni. Doveva avere un senso per la classifica. Era un’idea di Vittorio Torriani pure quella. La stessa mente ciclistica che nel 60 aveva inventato il Poggio per cambiare la Sanremo. 

La prima Cima Coppi, anno 1965, era lo Stelvio. S’era pensato inizialmente all’attribuzione di un abbuono per chi fosse passato in testa lassù: un minuto al primo, mezzo al secondo, quindici secondi al terzo. Bruno Raschi scrisse sulla Gazzetta che si sarebbe trattato di “una deroga al principio tecnico sovrano del Giro d’Italia, unica delle grandi corse a tappe rigorosamente basata sui tempi, priva di artifici e dunque dalla classifica «pura» e indiscutibile. Un abbuono sullo Stelvio, a tre giornate dalla fine, avrebbe in sostanza rispettato il gioco fra i più forti, in un Giro per scalatori, a classifica pressoché cristallizzata”. 

Lo Stelvio doveva venire all’indomani della tappa di Madesimo che molti consideravano decisiva. Dopo Madesimo – pensava Torriani, anzi lo temeva – lo Stelvio sarebbe stato scalato in cordata. Tutti insieme. 

“Da un punto di vista tecnico, un abbuono di tempo sullo Stelvio, pur facendo eccezione alla formula del Giro, non avrebbe costituito ingiuria alcuna alla regola sportiva della corsa. L’abbuono era lassù, dichiarato, alla portata di tutti. Osservano alcuni: ma sarebbe potuto venir attribuito in volata, per pochi centimetri. Ci permettiamo di dubitarne innanzitutto; in ogni caso avremmo voluto vederla quella volata, a quasi tremila metri! E insieme alla volata, l’elettrocardiogramma del vincitore. Non sarebbe stata di per se stessa un’impresa atletica da compensare con mezzo minuto fra primo e secondo? Con quarantacinque secondi fra primo e terzo? La «Cima Coppi», insomma, avrebbe meritato, per noi, quel premio di squisita natura tecnica, in aggiunta ad altro premio aureo od in moneta sonante. Sull’argomento avremmo accettato il più ampio contraddittorio. In ogni modo non si farà cosi (e la cosa, ora, neppure ci dispiace)”.

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L’idea dell’abbuono venne però scartata in favore di un’altra innovazione di portata spaziale, di cui oggi si è perso il ricordo. Lo Stelvio Cima Coppi sarebbe stato il traguardo volante della Madesimo-Solda, una specie di tempo intermedio dello sci, che però avrebbe avuto il valore di una tappa vera. La Gazzetta spiegò: “Si avranno due vincitori distinti e due classifiche, la prima delle quali rilevata sulla vetta dello Stelvio dal giudice d’arrivo e da un collegio di cronometristi, senza che la tappa abbia a fermarsi. È un sistema nuovo, mai sperimentato prima d’ora e che viene ad attribuire a questa montagna, la più alta del Giro, una importanza tecnica preponderante, forse decisiva. Coppi, realmente, dà appuntamento lassù, dinanzi alla sua stele, al vincitore probabile del 48° Giro d’Italia. Dalla vetta dello Stelvio, al traguardo di Solda, rimarranno da percorrere circa trenta chilometri di strada: diciotto e cinquecento in discesa ed undici e trecento in salita. La situazione, per chi soffra una crisi, sarà difficilmente correggibile. La novità della tappa intermedia, apre prospettive nuove alla corsa anche se, da un punto di vista strettamente organizzativo, imporrà gravissime cautele”.

Già il Poggio nel 60 aveva acceso discussioni. Lo Stelvio 65 pensato come tappa dentro la tappa sconquassò il dibattito nel ciclismo. Per difendere la bontà dell’idea, dopo una decina di giorni Guido Giardini riprese il filo del ragionamento e ricordò di come Franco Bitossi l’anno prima fosse arrivato primo nella leggendaria tappa Cuneo-Pinerolo con 1’58” di vantaggio su un gruppetto che comprendeva gli uomini di classifica: Anquetil, Zilioli, De Rosso, Adorni, Motta. 

“Se ci fosse stata una classifica volante sull’Izoard – domandava Giardini – lo avrebbero lasciato andare, i capiclassifica, senza rincorrerlo subito, e gli avrebbero lasciato prendere tanto vantaggio? La risposta a questo interrogativo è tanto semplice e facile che la potrebbe dare un bambino”.

Se ci fosse stata la Cima Coppi sull’Izoard, Bitossi avrebbe guadagnato il vantaggio lassù e poi il vantaggio al traguardo di Pinerolo: la prospettiva indignava i puristi. Ma allo stesso tempo la Gazzetta faceva notare che se fosse stata già introdotta la novità, l’ipotesi di un Bitossi che avrebbe potuto sconvolgere la classifica non si sarebbe realizzata. Giardini la definì “insensata. Ed ecco così dimostrato con un esempio pratico che anche spezzando in due una tappa di montagna l’equilibrio della lotta non può subire alterazioni determinanti; perché per dare, con la classifica alla Cima Coppi e a Solda, tutte le decisioni del Giro d’Italia occorrerebbe un campionissimo come fu Coppi, ed oggi un atleta di tale forza non esiste in tutta Europa”. 

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Un sublime paradosso: per disinnescare le critiche a una rivoluzione, l’argomento era dimostrare che non si trattava di una rivoluzione. “Non occorre molta fantasia – scrisse Giardini – per prevedere quello che succederà in quella tappa. Vinceranno gli scalatori, com’è logico e naturale, e la lotta sarà ristretta ai pochi specialisti della montagna. I velocisti perderanno altre posizioni nella classifica generale? Anche questo entra nella logica del Giro d’Italia; e del resto cosa può importare se un corridore che è, mettiamo, decimo in classifica, possa scendere al quindicesimo posto? Abbiamo letto su qualche giornale che la formula di questa tappa non è una novità, che ad esempio è già stata sperimentata da Enrico Desgrange nel Giro di Francia del 1938. Non è vero. Desgrange non si è mai sognato cose del genere, nonostante la sua fervida fantasia ed il suo coraggio. Ha inventato molte cose per il suo Tour: le partenze separate, le due tappe e persino tre tappe in un sol giorno, gli abbuoni di tempo ai vincitori di tappa ed ai migliori in montagna, la maglia gialla, le squadre nazionali, ma le sue invenzioni si fermano qui. Non è per rivendicare meriti di sorta ad alcuno, ma soltanto per rispetto alla verità ed alla memoria dei nostri cari colleghi scomparsi Colombo e Cougnet, che vogliamo precisare. Il G.P. della Montagna, ad esempio, e le tappe a cronometro, sono innovazioni apportate al Giro d’Italia nel 1933 e riprese successivamente dal Tour, ad esperimento riuscito. Desgrange era un uomo molto attento e scrupoloso. Ricordiamo che un giorno, profittando della nostra presenza a Parigi, ci chiamò nel suo ufficio della rue Montmartre per avere tutti i dettagli utili per applicare la formula del cronometro anche al Tour, ciò che fece l’anno dopo. Le tappe a cronometro in montagna sono pure una innovazione della «Gazzetta» che la inaugurò nel 1936 con la Rieti-Terminillo; al Tour vennero molti anni dopo. Si dicono queste cose senza ombra di presunzione. Nello sport tutti sono inventori e tutti copiano le idee buone. Così come la «Gazzetta» accettò l’idea della maglia con l’insegna del giornale per il primo in classifica (rimasta sempre), quella delle partenze separate, precipitosamente abbandonata vista la sua assurdità, quella degli abbuoni di tempo, pure abbandonata, il Tour copiò dal Giro. Ma l’ultimissima idea annunciata per il Giro di quest’anno di una tappa di montagna con una classifica intermedia, è una novita assoluta, della quale è doveroso lasciare il merito ai suoi ideatori. È un esperimento da seguire con attenzione perché potrà avere riflessi importanti nel futuro, in tutti i Paesi. E sara un merito di più da aggiungere ai molti di cui può vantarsi, a ragione, il Giro d’Italia”. 

Finì come spesso finisce quando c’è di mezzo lo Stelvio. La Madesimo-Solda del 4 giugno venne tagliata. Vittorio Adorni aveva preso il comando della corsa otto giorni prima nella Catania-Taormina a cronometro e portò la sua maglia rosa nel gelo e nella neve fino al Passo dello Stelvio, dove però la corsa venne fermata per impraticabilità dell’ultimo tratto di strada. 

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