Madre e ciclista, una speranza di nome Lizzie Deignan

 

 

DI ALESSANDRA GIARDINI *

 

   ▻   Lizzie Deignan ce l’avete presente. Ai primi di ottobre entrò nella storia alzando le mani insanguinate sul traguardo del velodromo più famoso del mondo: aveva vinto la prima Parigi-Roubaix dopo una fuga solitaria di ottanta chilometri, e tutti si accorsero delle piaghe. «Non ho usato i guanti, volevo sentire il pavé». Trentadue anni compiuti a dicembre, inglese di Otley, sì, come Tom Pidcock, Lizzie aveva vinto parecchio anche col cognome di prima, il suo: Armitstead. Un argento olimpico ai Giochi di Londra, due coppe del mondo e un Mondiale, oltre a tutto il resto. Nel 2016 ha sposato Philip Deignan, un corridore irlandese che non aveva mai vinto molto ma in compenso le ha dato il nome e adesso appare nell’albo d’oro di diverse corse femminili, compresa la Roubaix. Dietro una grande donna qualche volta c’è un grande uomo: quando Lizzie è diventata mamma, nel settembre del 2018, mister Deignan ha deciso di lasciare il professionismo e di rimanere a casa con la piccola Orla. «Elisabeth è molto più brava di me in bicicletta, glielo dovevo». Lizzie Deignan ieri ha annunciato che aspetta il secondo figlio, e anche questo nascerà in settembre, quando Orla avrà quattro anni.

 

«Abbiamo sempre desiderato avere una grande famiglia e penso che fosse il momento giusto. È stata una decisione emotiva, ma logica, quella di rendere la nostra famiglia più grande». Va detto che le decisioni logiche ma emotive non piacciono mai molto alle aziende. Chi di noi non ricorda un colloquio di lavoro in cui si sia sentita chiedere se fosse fidanzata o, peggio, sposata. «E, ci dica, le piacciono i bambini?». Domande generiche, per conoscere meglio i tuoi gusti, si capisce. Deignan aveva avuto un’esperienza del genere la prima volta che disse di essere incinta. «Lo sponsor, Santini, fu il primo a farmi le congratulazioni. Ma le altre reazioni non volete davvero saperle. Non è stato bello. Sono arrivata a un punto in cui sentivo quasi di dovermi scusare. Sembrava che fosse un tradimento del contratto, perché io la gravidanza l’avevo voluta, avevo scelto di diventare mamma». Poi arrivò la Trek-Segafredo, che la contattò quando Lizzie stava ancora allattando. Le fecero firmare un contratto. E lei tornò a correre, e a vincere. «Sono più rilassata da quando sono diventata mamma. So di dovermi godere ogni istante perché sarà finita prima che io me ne possa rendere conto. Misuro il tempo con mia figlia, cresce troppo in fretta e non è più così importante se le mie gambe non sono sempre al massimo. A casa mi aspettano Phil e Orla». 

Quest’anno c’è il primo Tour femminile, e Lizzie non ci sarà: tornerà a correre nel 2023, quando a casa i bambini saranno due. Questa volta però non si è sentita in colpa, e non ha avuto bisogno di scusarsi. «L’ho detto a Ina, il mio direttore sportivo, e la sua risposta immediata è stata: Fantastico, congratulazioni! È stato emozionante». La sua squadra, la Trek-Segafredo, si era già distinta nel 2020 per aver corrisposto lo stipendio intero fino al parto – oltre le garanzie minime richieste dall’Uci – all’altra inglese Abi Van Twisk. Ieri, congratulandosi con i Deignan per la famiglia che cresce, il team ha annunciato che il contratto di Lizzie è prolungato fino a tutto il 2024. Sì, avete letto bene: prolungato. «Diventare madri non può essere un limite per la carriera. Riuscire a combinare ciclismo e famiglia mi ha reso molto orgogliosa, e spero di spingere altre donne a fare lo stesso. È qualcosa che fa parte della vita di molte di noi e dovrebbe essere festeggiato, incoraggiato e sostenuto. Un’atleta felice è un’atleta migliore». Lizzie continua ad arrivare prima, come quel giorno a Roubaix.

 

 *  Alessandra Giardini, giornalista e scrittrice. Tra i suoi libri: Vedrai che uno arriverà. Il ciclismo tra inferni e paradisi (Absolutely Free, 2014) e Vuoto a vincere (Absolutely Free, 2015), con Giorgio Burreddu. Si trovano tutti qui

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