Come la pallavolo è diventato lo sport più caro alle regazzine italiane

l’Europeo di pallavolo vinto dall’Italia

Il reclutamento nelle scuole e il fascino sulle figlie degli immigrati

 

     La chiamavamo un’Italia incompiuta, in realtà era solo inesplosa. L’innesco della Nazionale femminile a Belgrado ora promette più di un seguito felice agli Europei. Tre parametri lo suggeriscono. Primo: l’età della squadra. La capitana Sylla ha 26 anni, Danesi e Malinov 25, Egonu e Orro 23, Pietrini 21, Fahr 20. Secondo: il ricambio è continuo. A luglio l’Italia ha vinto i Mondiali Under 20 battendo proprio la Serbia a Rotterdam, con Gaia Guiducci che giocherà a Perugia la prossima serie A, con Loveth Omoruyi, lodigiana figlia di nigeriani che vivono in Inghilterra; con Linda Nwakalor, sorella di Sylvia; con Julia Ituma, milanese che quando schiaccia raggiunge un’altezza egonuesca di 3 metri e 35.

È dal titolo mondiale vinto nel 2011 con Caterina Bosetti e Valentina Diouf che la Under 20 va regolarmente almeno in semifinale: quattro volte su cinque. La Under 19 ha vinto gli Europei tre anni fa. La Under 18 i Mondiali del 2015 e del 2017. La Under 17 è stata semifinalista agli ultimi Europei. La Under 16 li ha vinti quattro anni fa e ha perso le finali nel 2019 e in questo 2021, con tre giocatrici elette nel sestetto ideale: la schiacciatrice Erika Esposito, le centrali Linda Manfredini e Maia Carlotta Monaco. 

Il terzo elemento è il più importante di tutti: la pallavolo è lo sport numero uno tra le ragazzine italiane e il successo di Belgrado rafforzerà il concetto. I dati del CONI più recenti sull’agonismo in Italia (2017) segnalavano che il 77% dei tesserati della federazione appartiene al movimento femminile e soprattutto che il 21% delle ragazze italiane impegnate nello sport fa pallavolo. Lo sport più diffuso. 

Ha dei dati più recenti la federazione stessa. Li ha diffusi a marzo per documentare l’impatto della pandemia sulla stagione. Rispetto all’anno scorso sono rimasti a giocare in 199.092 su 308.169, una perdita netta di 109.077 tesserati, equivalenti al 35,3% del totale. Un grosso sfregio. Tuttavia la lettura analitica del cataclisma suggerisce che sono spariti in grande maggioranza (per l’82.7%) gli Under 14, la fascia cioè che non ha mai ripreso l’attività e che dunque non aveva occasioni possibili per tornare. Il recupero progressivo della normalità dovrebbe riavvicinarli al gioco. 

Il dato più allarmante è il -6.789 tesserati nella fascia tra i 14 e i 19 anni e il -12mila tra gli over 19. Secondo la federazione si tratta in prevalenza di ragazzi in stand-by per la chiusura dei centri: dal giugno 2020 al marzo 2021 sono sparite 144 società, il 3.4 percento.

Nell’ultima fotografia complessiva della platea sportiva italiana, la pallavolo risultava il secondo sport più diffuso in Veneto, nelle Marche e nella Sardegna di Alessia Orro. Il primo è il calcio ovunque tranne che in Valle d’Aosta, dove si scia. La pallavolo è invece terza, spesso dietro il tennis, in Lombardia, nella Toscana di Maurizia Cacciatori e Francesca Piccinini, in Umbria, in Abruzzo, nella Campania di De Gennaro e Chirichella, in Puglia, in Basilicata e nella Sicilia di Miriam Sylla. Le regioni in cui è adesso in ritardo sono la Liguria, il Trentino, il Piemonte che diede Eleonora Lo Bianco e il Friuli di Elisa Togut (quinto sport più praticato), più indietro ancora la Valle d’Aosta, il Molise e la Calabria (fuori dai primi cinque). 

È lo sport che più penetra nelle scuole e dunque più facilmente arriva nella case della nuova Italia. I riflessi nelle Nazionali sono evidenti. 

 

     MAPPE   Lo sport della società che muta | In una ricerca dell’aprile scorso a cura dell’Istat dal titolo Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia emerge la centralità della pallavolo in quel segmento di società per il quale ancora facciamo fatica perfino a trovare le parole giuste per una sua definizione. Ci stiamo abituando a dire italiani di seconda generazione, formula sulla quale rifletteva Tahar Ben Jelloun già venticinque anni fa nel suo libro Nadia pensando alla realtà francese: Tutto ciò che i media e gli specialisti sono riusciti a trovare – scriveva – è stato di dare un numero a questa generazione: la seconda. Così classificati, eravamo partiti male per forza. Si dimenticava che non siamo immigrati. Non abbiamo fatto il viaggio. Non abbiamo attraversato il Mediterraneo. Siamo nati qui, su questa terra, con facce da arabi, in periferie abitate da arabi, con problemi da arabi e un avvenire da arabi. Siamo i figli di città in transito; siamo arrivati senza che nessuno sia stato avvertito, senza che nessuno ci attendesse; siamo centinaia e migliaia; ci troviamo qui con facce quasi umane, con un linguaggio quasi civile, con dei modi di fare quasi francesi; siamo qui a chiederci perché siamo qui e cosa ci stiamo a fare

C’è in questo brano tutta la complessità di una vicenda che con le Olimpiadi ha trovato la sua semplificazione nel referendum ius soli sì vs ius soli no, con quel risvolto sconcertante dato dal capo dello sport italiano che si dice in sintonia con il leader della forza politica contraria alla cittadinanza per nascita, gli basta che sia concessa ai minorenni che eccellono con un pallone, nel nuoto o nella corsa. 

Nel testo introduttivo alla sua ricerca, l’Istat ricorda che sono ormai passati almeno 40 anni da quando negli anni Settanta si sono registrati i primi arrivi consistenti di immigrati stranieri in Italia e registra che al 1° gennaio 2018 i minori della cosiddetta seconda generazione, stranieri o italiani per acquisizione, risultano un milione e 316mila – pari al 13% della popolazione minorenne complessiva in Italia. Tre su quattro sono nati qui  (991mila). Nella sua analisi della ricerca, la Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) fa notare come la percentuale dei bambini con genitori stranieri salga al 93% nella fascia entro i 5 anni d’età. Significa che se non cambia la legge, la stagnazione di nuovi italiani riguarderà la quasi totalità di loro. 

I ragazzi diventati italiani nel 2017 sono stati 54 mila, il 5 per mille della popolazione residente in Italia e il 4.9 per cento della popolazione straniera della stessa età residente nel nostro Paese.

Gli spazi di decisione autonoma che la vigente normativa lascia ai ragazzi stranieri di seconda generazione – dice l’Istat – sono molto limitati. Attualmente i minori stranieri possono acquisire la cittadinanza per trasmissione del diritto da parte dei genitori. L’unica finestra per una decisione autonoma è quella data ai nati nel nostro Paese al compimento del diciottesimo anno di età se dalla nascita sono stati in maniera continuativa residenti in Italia. Inevitabilmente, quindi, il comportamento dei ragazzi tra 0 e 18 anni ricalca quello della collettività di appartenenza. Sono sostanzialmente i genitori a decidere per loro

Lo stesso studio ci dice che più di tre quarti degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado maschi nella comunità di origine marocchina e i due terzi nella comunità albanese sceglie di giocare a calcio. Un figlio di filippini su due sceglie il  basket e lo stesso un figlio di cinesi su tre. Le arti marziali sono preferite dai ragazzi con origini nell’Europa dell’Est. Tra le ragazze – eccoci qua – la pallavolo sorpassa la danza, invertendo così i primi due posti delle preferenze espresse delle figlie di genitori italiani. È questo un fenomeno che racconta un distacco dagli sport più tradizionalmente radicati nella comunità di provenienza. La pallavolo è diffusa sia tra le ragazze con genitori filippini sia tra quelle figlie di coppie marocchine, albanesi, peruviane, ecuadoriane. In sintesi: la pallavolo è tra la ragazzine della scuola italiana strumento di espressione dell’identità e del proprio percorso di integrazione. 

Non esiste una Nazionale italiana più aperta alla modernità di quella femminile di pallavolo. 

 

parole Il ct Davide Mazzanti

   Quando ha capito che si stava riaccendendo la luce? «Noi abbiamo sempre spinto per cercare le sensazioni giuste, per riuscire a essere più costanti nel nostro gioco. Alla fine non è stata una lampadina che si è accesa ma un fuoco che abbiamo alimentato costantemente. Devo dire che partita dopo partita questa cosa si è vista»

  L’onda lunga dell’estate trionfale dello sport azzurro cosa porterà alla pratica di base? «Credo che questo ennesimo risultato importante sia di traino per tutto il movimento. Siamo in un momento storico in cui lo sport di base è in difficoltà, dopo un anno e mezzo di inattività si fa fatica a ripartire. Queste vittorie hanno una grande importanza». intervista di angelo di marino, la Stampa

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