Presto un governo tornerà ad averlo anche l’Italia e c’è una doppia partita che si sta giocando per la successione di Vincenzo Spadafora, il ministro dello sport che non conosceva lo sport e che si è trovato a gestire un paio di cosine come i protocolli per la ripresa dell’attività dopo il lockdown, in pandemia, e la legge delega per la riforma abbozzata da Giancarlo Giorgetti. Proprio Giorgetti viene accreditato in queste ore di un ruolo chiave nei colloqui che Mario Draghi tiene con le delegazioni dei partiti. È tra i più ascoltati, e sopra molte altre cose gli sta a cuore il nome di chi dovrà ereditare la materia nella quale si era addentrato.
Così, pensando a un ministero per lo Sport, ha fatto a Draghi il nome di Andrea Abodi, l’ex presidente della Lega calcio di serie B, oggi presidente dell’istituto per il Credito sportivo, un uomo di destra con rapporti che assomigliano a un ventaglio, tanto ampi sono, tanto trasversali: vanno da Fratelli d’Italia fino al partito democratico perché fu l’allora ministro Luca Lotti a volerlo alla guida del Credito sportivo. Una nomina nata nella comune militanza extra-politica al Circolo Aniene, nei cui saloni destra e sinistra si parlano più volentieri e con meno asprezze che in Parlamento. Abodi è il pezzo di una scacchiera sulla quale Matteo Salvini e Giorgia Meloni credevano di aver trovato in lui un punto di incontro per una forte candidatura di destra a sindaco di Roma. Più solida di quella di Guido Bertolaso, come racconta da un paio di mesi la cronaca cittadina di Repubblica. Abodi se ne è sentito subito lusingato, per scoprire strada facendo qualche motivo di freddezza. Primo: l’imbarazzo verso Lotti. Secondo: sua moglie è un alto dirigente di un’azienda municipalizzata e motivi di opportunità vorrebbero che lasciasse il lavoro. Terzo: lo stipendio da sindaco non è granché.
Abodi viene dall’area culturale dell’Economia, la stessa di Draghi. Per intendersi: il suo numero di telefono Draghi ce l’ha. Così, l’ipotesi di fare il ministro dello Sport nel suo governo è diventata il quarto motivo di freddezza verso l’ascesa al Campidoglio. Ora, il punto è che la sua partita ne incrocia un’altra, quella di Giovanni Malagò, soddisfatto solo parzialmente dal decreto legge firmato da Giuseppe Conte in uscita da Palazzo Chigi, il provvedimento che gli ha restituito la potestà su 165 dipendenti, spacciata come la sacra mossa che avrebbe disinnescato la faccia truce del Comitato olimpico internazionale, nella famosa storia dell’inno e della bandiera. Il vero jackpot della lotteria per il CONI è la riassegnazione dei 365 milioni di Stato per il finanziamento delle federazioni, al momento gestiti da Sport e Salute, l’agenzia governativa creata proprio dalla legge Giorgetti. Malagò punta a farsi dare una s.p.a. adatta all’uso.
Nell’intervista di sabato scorso a Piero Vietti per il Foglio sportivo Malagò ha detto: «Sarei un pazzo se oggi dicessi chi mi auguro si occuperà di sport, non farei un buon servizio a chi deve formare l’esecutivo, che ancora non si sa nemmeno se sarà solo tecnico o tecnico-politico. Io ho le idee chiarissime da anni, peccato che sono stato poco ascoltato: bisogna potenziare lo sport nella scuola».
Sarebbe un pazzo, per usare le sue parole, non solo perché non ha modo di esercitare una moral suasion – metaforicamente: il numero di Draghi in rubrica non ce l’ha – ma perché il ministro dello Sport Malagò non lo vuole affatto. Proprio per avere una prateria più ampia nella quale cavalcare. Così sta lavorando direttamente su Abodi, promettendogli sostegno per il Campidoglio. Credeva di aver fatto un capolavoro tattico con il governo uscente, adesso rischia di trovarsi ministro un nome indicato proprio dal politico che ha ideato la riforma sofferta dal CONI, non solo sulla cassaforte ma pure nei passaggi su incompatibilità di cariche (presidenza e fondazione Milano-Cortina) o limiti ai mandati. In una intervista del 10 gennaio a Valerio Piccioni per la Gazzetta dello sport, Giorgetti diceva: «La vera autonomia ce l’hai quando non dipendi dai soldi dello Stato, come in Gran Bretagna o negli Stati Uniti».