Il ritiro del d.s. belga
Ha inventato Johan Museeuw. Ha scoperto Frank Vandenbroucke. È stato un secondo padre per Tom Boonen. Ha dato una seconda chance a Richard Virenque. Ha fatto diventare professionista Julian Alaphilippe. Ha coccolato Remco Evenepoel quando era ancora un bimbo. Nella traiettoria di Patrick Lefévère da direttore sportivo del ciclismo c’è stata tanta di quella vita che sembrano due.
“Ma negli ultimi anni – scrive stamattina L’Équipe, nel giorno del ritiro dall’attività – la sua gestione somigliava sempre più a quella di una vera e propria azienda con più di 150, con scelte strategiche ed economiche che lo avevano spesso costretto a soprassedere sui sentimenti, come quando dovette separarsi da corridori amatissimi: Philippe Gilbert, Mark Cavendish, Sylvain Chavanel. Ha saputo far evolvere l’identità fiamminga della sua squadra verso un’idea più cosmopolita del gruppo per ragioni sportive ma anche politiche. Senza averlo desiderato, rimarrà un pioniere nel suo sport”.
A quasi 70 anni e dopo più di 50 nel ciclismo, il direttore generale della Soudal Quick-Step cede il posto al suo braccio destro Jürgen Foré: “Lascerà un segno indelebile”. La formula scelta da L’Équipe per accennare alle sue controversie più recenti è che “il fiammingo non ha mai lasciato nessuno indifferente”. Ha litigato con il papà di Evenepoel. Ha reso un tormento gli ultimi anni di Alaphilippe, fino a spingerlo a cercarsi un contratto altrove. Cinque anni fa disse che era stanco, voleva andarsene. Lefévère è anche titolare di una colonna da opinionista sul giornale belga Het Nieuwsblad.
“Avevamo immaginato un bluff da parte sua, difficilmente si può immaginare il mondo del ciclismo senza questo personaggio colorato, che ha visto andare e venire capi squadra anche con personalità forti come Manolo Saiz, Johan Bruyneel o Bjarne Riis. Per quasi 30 anni è stato il vero boss del ciclismo, alla guida di una squadra da 950 vittorie, presidente dell’AIGCP, la potente associazione di gruppi sportivi che lo ha messo in conflitto con gli organizzatori, compresi quelli del Tour de France”.
Ancora sotto cure mediche dopo un intervento chirurgico di una ventina d’anni fa, Lefévère ha spiegato che anche la sua salute è un motivo della decisione presa. È stato dopo aver riportato Philippe Gilbert in squadra nel 2017 che ha iniziato a pensare davvero al suo ritiro. Ha sempre visto in lui un degno successore, gli piaceva la sua personalità, ma questo trasferimento di potere è rimasto solo allo stadio di un suo progetto personale. Gilbert aveva e ha piani diversi. Lefévère rimase amareggiato dal suo no, convinto di avere una eredità da tramandare con il marchio Quick-Step, un produttore di parquet che dall’inizio degli anni Duemila frequenta il ciclismo, spesso affiancando altri sponsor principali. Un partner storico, racconta Philippe Le Gars su l’Équipe, che simboleggia ancora oggi “una forma di lealtà incrollabile in questo mondo del ciclismo nel quale i legami si creano e si interrompono da un giorno all’altro, a seconda dell’influenza degli agenti”.
Lefévère aveva fatto della regione di Courtrai la sua roccaforte. Nel raggio di una quindicina di km aveva i suoi dipendenti del reparto corse, i dirigenti della Quick-Step e gran parte dei corridori belgi, residenti tra le Fiandre orientali e occidentali.
Negli anni Settanta, quando la sua famiglia vendeva auto usate a Roeselare, a pochi chilometri da Tourcoing, al confine con la Francia, lui scelse la bicicletta. Ha vinto una tappa della Tre Giorni di La Panne nel 1976, una Kuurne-Bruxelles-Kuurne nel 1978 davanti a casa sua, poche settimane dopo una tappa del Giro di Spagna. “Ma i lunghi viaggi lontano dalla casa paterna e le difficoltà a trovare il suo posto in questo ambiente che considerava troppo selvaggio, lo convinsero a farsi da parte, a smettere e riprendere il suo lavoro di contabile. Quando Walter Godefroot, ex grande rivale di Eddy Merckx, gli aprì le porte della squadra Weinmann alla fine degli anni Ottanta, nessuno immaginava che sarebbe diventato chi è diventato”.
Fu l’incontro con Squinzi, patron della Mapei, a portarlo in un’altra dimensione, padrone con i suoi corridori di Giri delle Fiandre e di Parigi-Roubaix. Nel 1996 si sarebbe trovato di fronte al dilemma di tre uomini suoi in fuga sulle pietre, lanciati insieme verso il velodromo: Museeuw, Bortolami e Tafi. Lefévère ha sempre negato di aver ricevuto istruzioni da Squinzi: «Sono stato solo io a decidere che Johan vincesse e sono stato solo io a dettare loro l’ordine d’arrivo della tripletta», ripete da sempre senza aver mai messo davvero fine alla controversia.
Ha suscitato “tanto ammirazione quanto esasperazione” dice il giornale francese.