Il Black Lives Matter del calcio europeo: non esistono coloured player

Il Black Lives Matter del calcio europeo

 

  La partita che è diventata un affare di Stato. Il ministro dello sport rumeno Ionut Stroe ha condannato le dichiarazioni razziste attribuite al quarto arbitro, cittadino del suo stesso paese. «Mi scuso a nome dello sport rumeno per questo sfortunato incidente, che non ci rappresenta». La Federazione rumena si è dissociata da affermazioni con connotazioni xenofobe. Csaba Asztalos ha parlato di «una macchia enorme per la Romania». 

La ministra dello Sport francese, Roxana Maracineanu, nata in Romania, in un tweet ha parlato di decisione storica. Storico cioè che due squadre se ne siano andate dal campo. Non la rabbia dell’offeso, come accadde a Boateng in un’amichevole. Non la solidarietà dei suoi compagni, ma quella di tutti, tutti via. Le stelle Neymar e Mbappé e i calciatori meno noti al grande pubblico.

Per una frase razzista. Oppure: per una frase percepita come razzista. Attribuita inizialmente al quarto uomo Coltescu, da un giornalista rumeno invece identificata come pronunciata dal guardalinee Sovre. Inoltre esiste anche una contro-accusa: l’insultato Webo avrebbe dato a sua volta dello zingaro all’insultante. Fabio Licari riferisce sulla Gazzetta dello sport dell’inchiesta aperta dall’UEFA, che ha nominato un investigatore e sta analizzando i video. Si vede il quarto uomo – scrive Licari – del quale è “registrata” anche la spiegazione, ossia aver utilizzato il termine «negru», in romeno, senza alcuna volontà di offendere, perché significa «nero» e non «negro». In pratica all’Uefa non sembrano convinti di un gesto razzista, ma di un atteggiamento gergale profondamente sbagliato e che non potrà non avere conseguenze.

Chi ha detto cosa. Cosa significano le parole pronunciate. Cosa si intendeva dire. Ci torniamo. 

Loro se ne sono andati. Comunque. Poi vediamo.

Secondo Matteo Pinci e Franco Vanni su Repubblica ci sarebbe un calciatore del Basaksehir, non identificato, che avrebbe detto: «Erdogan ci ha ordinato di non tornare in campo». Il Basaksehir, la squadra offesa, non è un club di calcio vicino alla propria sfera di influenza. Il Basaksehir è una squadra artificiale. Non esisteva fino a pochi anni fa, ma dal 2014 è l’avamposto sportivo dell’Akp: ha gli stessi colori, gli ultrà sono nazionalisti e sostenitori del partito, il nome è lo stesso del quartiere che proprio Erdogan, da sindaco di Istanbul, iniziò a realizzare.

Che sia arrivato l’ordine o no, Luca Gambardella sul Foglio sottolinea che il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavusoglu, si è espresso così: «Sosteniamo l’onorevole posizione del Basaksehir contro il razzismo, un crimine contro l’umanità».

Scrive il Foglio: E ci mancherebbe altro, se non fosse che oggi a usare toni tanto gravi è lo stesso che da tempo gioca con i diritti umani come fossero svolazzi inutili. Oggi, mentre il presidente turco incarcera migliaia di avvocati, magistrati, giornalisti, attivisti, oppositori e cavalca crisi regionali – in ultimo quella nel Nagorno-Karabakh, in cui si è schierato al fianco dell’Azerbaijan contro gli armeni – la sua lezione sui diritti umani stona anche se si guarda alla storia recente del Basaksehir. Il nuovo capitolo di una partita più ampia che Erdogan ha iniziato da tempo, quella fatta di strumentalizzazioni e provocazioni lanciate con ipocrita disinvoltura.

Ieri la partita è ricominciata. Con arbitri diversi, con la cancellazione della squalifica all’offeso Webo e con le squadre in ginocchio insieme prima di cominciare. Nicola Sellitti sul Manifesto l’ha chiamato il Black Lives Matter del calcio europeo. Giulia Zonca su la Stampa ha ricostruito che il quarto uomo Coltescu in passato ha minacciato di buttarsi da un cornicione per problemi personali, era alla sua ultima partita internazionale e Hategan, l’arbitro, non è al primo incrocio con il razzismo. Nel 2018, in un derby tra Fcsb e Dinamo ha deciso di ignorare 5000 persone che insultavano i giocatori di colore. Tutta una partita a sentirsi dare delle scimmie e non è successo niente

 

  le parole che usiamo C’è una questione interessante e tutt’altro che marginale in questa storia. È legata a quanto accaduto un mese fa in Inghilterra, dove il presidente della federcalcio, Greg Clarke, si è dovuto dimettere per una espressione inappropriata pronunciata durante un’audizione parlamentare. Aveva parlato di coloured player, calciatori di colore. L’accusa di razzismo lo ha travolto. 

Micah Richards, ex difensore del Manchester City e della Fiorentina, uno dei più acuti opinionisti oggi in Inghilterra, scrisse sul Daily Mail un intervento molto interessante, e alla luce dei fatti di Parigi illuminante. 

Lasciatemi spiegare perché la parola coloured è così offensiva. Suggerisce che qualcuno non è veramente umano. Puoi essere nero, puoi essere bianco, ma coloured significa qualcosa di diverso. Ho sperimentato spesso il razzismo nella vita di tutti i giorni ma coloured non è una parola con cui ho dovuto fare i conti spesso. Per mio padre e per mio nonno, in particolare, si tratta di una parola che spezza il cuore. Coloured era un termine usato per segregare le persone in America. Se eri nero, dovevi sederti in un’altra parte del ristorante, andare sul retro dell’autobus, usare un ingresso diverso per i bagni pubblici. Sono ben istruito in termini di storia dei neri, perciò mi aspetto che tutti sappiano che l’uso di coloured è deplorevole. A mio parere, Greg Clarke, in qualità di presidente della Federcalcio, avrebbe dovuto essere consapevole del motivo per cui è inaccettabile nel 2020 usare la parola coloured in una discussione. Le risposte che ha dato sono state un disastro, anche se in realtà ho una certa simpatia per lui perché si è dimesso per quello che spero sia stato un lapsus. Non conosco Clarke personalmente. Non so se usa quella parola in privato ma in questa situazione non aveva scuse per non essere ben informato. Non abbiamo parlato del movimento Coloured Lives Matter negli ultimi mesi. Se fosse stato ripreso dalla telecamera mentre diceva quei giocatori di colore sarebbe stato spaventoso. La sua intenzione era apparentemente quella di cercare di essere inclusivo e mi sembra il vero errore. Mi interessa capire perché l’ha detto. Una parte di me sente che i bianchi, forse quelli di una certa generazione, vanno in agitazione quando parlano di razza e razzismo, sentono che dire la parola nero può comportare una sorta di offesa. Hanno quasi paura di dire la cosa sbagliata. È per questo che continuo a parlare di educazione. Tutti vogliono condannare e indignarsi, pochi pensano a come possiamo prendere delle misure in modo che questi errori non vengano commessi in futuro. Sono sicuro che c’è stata una generazione di persone che ha pensato che fosse giusto dire “di colore”. Incoraggiandoci a vicenda ad affrontare conversazioni difficili sul razzismo, più riusciremo a educare e a eliminare dal nostro vocabolario le parole che ha usato Greg Clarke, più saremo in grado di andare avanti insieme.

 

Richards l’altra sera è stato subito interpellato dalla BBC e ha detto di volerci andare piano con la storia del razzismo. Essere razzista significa avere delle convinzioni. Spregevoli, ma consapevoli. Ha di nuovo sottolineato il concetto che invece certe volte si sbaglia – e comunque si sbaglia – per ignoranza. Colpisce che la posizione di John Barnes, ex ala del Liverpool, non sia molto differente. Su Twitter ha pubblicato le foto delle facce dei membri dello staff tecnico del club turco. Tutti bianchi, tranne uno. E ha scritto: Questo è lo staff della squadra di Istanbul. Uno di loro doveva essere espulso e l’arbitro ha chiesto al quarto uomo chi fosse. Qualcuno di voi mi sa dire come avrebbe dovuto essere individuato, se il quarto uomo non conosceva il suo nome, non c’era un numero di maglia, se non dicendo: the black one?.

E qui la cosa si complica. Perché l’offesa è l’offeso a stabilirla. Richards dice che la questione delle parole che usiamo è centrale, ma spesso neppure basta mettersi d’accordo sul loro significato, giacché interviene poi il senso che diamo a una parola, il contesto nella quale la usiamo, se la brandiamo come un’arma. È vero che black è nell’orgoglioso Black Lives Matter ma non è detto che per questo possiamo usare black se qualcuno dal tono o dal contesto ritiene di sentirsi offeso. Come si vede il terreno è sdrucciolevole ma a renderlo sdrucciolevole è sempre la maggioranza che colonizza il linguaggio e il dibattito. 

 

  Inginocchiarsi o no, protestare o no. Su questo punto la discussione è apertissima. Su Slalom di ieri abbiamo raccontato del nuovo sviluppo emerso in Millwall-QPR. Su questo punto c’è tensione ai massimi livelli sportivi tra il presidente del CIO Thomas Bach e il numero 1 della federazione internazionale di atletica leggera, Sebastian Coe

In questo 2020 così segnato dalla discesa in campo dello sport nella società e nella politica, World Athletics ha assegnato un riconoscimento a Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos per la loro protesta sul podio ai Giochi Olimpici. Coe ha detto che «il coraggio, la dignità e la moralità di questi tre uomini continuano a ispirare gli atleti di tutti gli sport da 50 anni a questa parte». Dopo l’ultimo consiglio esecutivo del CIO, Bach ha mostrato di non gradire. Coe ne è membro da quest’anno. Bach ha citato l’articolo 1.3.5 del regolamento sul marketing ai Giochi, affermando che messaggi di natura politica, la promozione di partiti, associazioni, movimenti, idee, comprese quelle religiose, sono proibiti

Un portavoce di World Athletics in risposta ha replicato che l’organizzazione «non crede che i gesti contro il razzismo possano essere definiti come marketing, o messaggi politici o religiosi». Da mesi è aperta una discussione sulla regola 1.3.5. Ci sono atleti che ne chiedono la revisione per essere liberi di manifestare sul podio, il CIO teme che la situazione diventi così ingovernabile: chi decide se un messaggio è più degno, o corretto, di un altro? Sono in corso incontri per stabilire ambiti, luoghi e spazi delle proteste. Tra Coe e Bach c’è una freddezza pregressa dovuta alle posizioni sul doping di Stato della Russia. 

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