Le squadre agli Europei femminili di pallamano sono 24. Le donne allenatrici sono due. So che è successo già, direbbe Jovanotti, eppure continua a succedere. Le eccezioni sono una signora allena il Montenegro [Suzana Lazovic] e un’olandese [Monique Tijsterman] che allena l’Austria.
La prima ha già portato la squadra al turno successivo, una seconda fase pure questa a gironi. Suzana Lazovic ha fatto parte da giocatrice dell’era più brillante della pallamano nel suo paese, quando nel 2012 vinse la Champions League, gli Europei e una medaglia d’argento alle Olimpiadi nel giro di otto mesi, una stagione meravigliosa che è stata un conforto per la delusione di dover chiudere la sua carriera a soli 25 anni. È la cittì più giovane di sempre per Montenegro. Il sito del torneo ha raccolto i suoi ricordi.
«Avevo otto anni quando è iniziato il mio viaggio nello sport, ma non era pallamano. Ho iniziato su un tappetino da judo. Il judo ha plasmato i miei primi anni, ho vinto 13 medaglie d’oro e sono persino diventata campionessa nazionale di quella che allora era Serbia e Montenegro.
Mio padre, Vladimir, e il mio insegnante di educazione fisica sono stati figure chiave in quegli anni. Il prof credeva che la pallamano fosse lo sport perfetto per me e convinse mio padre a portarmi al primo allenamento. In palestra ho incontrato Dragan Adžic, che mi ha allenato per quasi tutta la mia carriera, mentre lui si evolveva come allenatore, io crescevo insieme a lui come giocatrice. È stato un viaggio lungo 12 anni sotto la sua guida.
All’inizio ho alternato judo e pallamano, per circa un anno. Quando le competizioni hanno iniziato a sovrapporsi, ho dovuto scegliere. Mio padre mi ha fatto sedere e mi ha detto che dovevo prendere una decisione. Mi ha spiegato cosa avrei guadagnato e perso con ogni sport. Sapeva del mio sogno di andare alle Olimpiadi e aveva la sensazione che con la pallamano cis sarei arrivata.
Lui è sempre stato la forza trainante dietro le mie attività sportive. Quando si trattava di fronteggiare aspetti psicologici ed emozionali, interveniva mia madre Rena. Lei era più concentrata sull’istruzione e si assicurava che avessi un approccio equilibrato a entrambi gli aspetti. E poi c’era mio fratello, Sergej, che, insieme ai miei genitori, mi ha supportato in ogni decisione che ho preso. Passare da uno sport individuale come il judo a uno sport di squadra come la pallamano non è stato facile, soprattutto perché ero diventata campionessa giovanile. Nella pallamano iniziavo da zero, circondata da giocatrici che avevano anni di esperienza. Mi sentivo come se dovessi recuperare.
Adžic ha avuto un ruolo nel motivarmi, aveva ragione. Ho realizzato tutti i miei sogni con la pallamano. A sedici anni ho firmato il mio primo contratto da professionista, Igor Vori era il mio idolo. Ho trascorso l’intera carriera al Buducnost. Ho ricevuto offerte da altri club, tra cui una squadra danese che prometteva più soldi, ma per me i soldi non sono mai stati una motivazione. Credevo nel sistema che il Buducnost stava costruendo sotto Dragan Adžic e Predrag Boškovic. Avevamo un sogno, un piano, e volevo farne parte.
Buducnost è diventata la mia casa, un posto dove sono cresciuta e dove ho costruito ricordi indimenticabili. Forse se me ne fossi andata, se mi fossi messa alla prova in sistemi e in club diversi, mi sarebbe stato d’aiuto oggi come allenatrice, ma non mi pento di nulla.
Gli infortuni hanno avuto un ruolo importante nella mia storia e ho dovuto sopportare sette interventi chirurgici, a cominciare da un’ernia del disco a sedici anni. Mia madre ha persino iniziato a cercare sport alternativi per me e aveva trovato delle discipline di tiro, pensando che sarei andata così alle Olimpiadi. Per un colpo di fortuna ho incontrato Damir Radoncic, che aveva lo stesso problema mio e mi ha consigliato un chirurgo in Germania, Athour Gevargez, con cui sono ancora in contatto. L’operazione è riuscita e sono tornata più forte.
Ogni infortunio mi ha messa alla prova fisicamente e mentalmente. Dagli interventi alla schiena all’ablazione cardiaca, all’infortunio al collo. Il motivo è che ho iniziato a praticare sport professionistici in giovane età. Il mio corpo non era ancora pronto, c’è stato un prezzo da pagare. Dopo ogni infortunio, mi sono affrettata a tornare, anche la mia mancanza di impegno nella fisioterapia ha contribuito ai problemi. Ero giovane e spesso non ero pienamente consapevole di ciò che stava succedendo al mio corpo. Non sempre ho mantenuto uno stile di vita sano e non pensavo al futuro. Ho anche provato a tornare dopo l’ultimo intervento al collo, ma tutto è diventato più serio quando hanno sospettato che avessi un tumore. Da una parte, avevo la mia carriera di pallamano, dall’altra la mia vita. Ho scelto la vita».