Chissà che sarà di noi
Lo scopriremo solo vivendo
Lucio Battisti
discussioni
Lo sport quando un giorno partirà
Riflessioni e scenari per l’Anno Zero
Il terreno ideale per le Superleghe tv
Ancora un mese fa, tutto ciò era inimmaginabile: che lo sport sarebbe stato interrotto non era un argomento di discussione. Gli stessi protagonisti dello sport business faticavano a rendersi conto del pericolo, ed così che si spiegano i provvedimenti iniziali – alcuni eventi rinviati e recuperati poco oltre, alcune partite con gli stadi a porte chiuse, altre con il pienone – i quali, letti ora (e al netto della patetica litigiosità dei contendenti interessati al proprio guicciardiano particulare), confermano l’incapacità di una certa classe dirigente sportiva di rapportarsi a una fase emergenziale, quasi ritenendo che lo sport fosse esente, per chissà quale motivo, dalle minacce di un mondo nel cui contesto è invece pienamente inserito.
Quando lo sport ha capito la gravità della crisi sanitaria era già sufficientemente tardi, tuttavia per paradosso si è assistito per la prima volta in tempi recenti alla fragorosa caduta dell’assunto secondo cui lo spettacolo deve sempre andare avanti, tanto più che, in alcune circostanze (i tornei 2019-20 di diversi sport) è verosimile, data l’impossibilità di chiudere la stagione, la neutralizzazione di classifiche e verdetti. E dire che, ancora a metà marzo, persino nei protagonisti di alcuni sport la sensazione era quella che si sarebbe proseguito. Ad esempio, Lewis Hamilton, campione del mondo di Formula 1, aveva commentato con un amaro «cash is king» la decisione del Circus di volare in Australia per il primo gran premio stagionale – poi tardivamente cancellato dopo un ravvedimento dovuto alle prime positività nello staff McLaren – in piena pandemia. … Lo sport di squadra è assembramento. Lo sport di squadra, pertanto, è di fatto vietato. Il disarmante impatto della vicenda che stiamo vivendo lo si può leggere anche in questa chiave. Ritornerà: prima o poi si ricomincerà a giocare e a correre, ma verosimilmente non sarà la stessa cosa. L’incertezza consente a qualcuno – con scarsa lungimiranza – di pensare che basti schiacciare un pulsante per vedere tutto riprendere in un dato momento come nulla fosse, ma la realtà lascia supporre che, ad esempio, prima di rivedere gli stadi aperti al pubblico passeranno diversi mesi.
Al mondo dello sport serve però pensare, ora per il futuro, a come vorrà essere, perché ripartire da ciò che si è lasciato sarebbe insensato e lo shock può paradossalmente favorire un processo di mutamento. Il calcio, mai come in questi giorni globale e globalizzato nella sua interruzione pressoché totale, necessita ad esempio di un cambio di paradigma: piaccia o non piaccia, la sua economia e la sua fruizione attuale sono ben diverse da quelle di 50 anni fa, ma il modello di base è il medesimo e, in questa contingenza, con decisioni prese a macchia di leopardo e in momenti diversi, ha mostrato tutta la sua inattualità e incoerenza. Ecco perché non ci sarebbe da stupirsi se, nei prossimi mesi, tornassero di stretta attualità i discorsi relativi ad una futuribile superlega europea, capace di prendere decisioni autonomamente – in stile NBA – potendo decidere del proprio destino. Dopo tutto, la stessa fruizione prettamente televisiva (in senso lato: sarebbe meglio parlare di broadcasting, a prescindere dalla piattaforma) dello sport di vertice ha essa stessa da tutelare interessi peculiari. Prevedere una decrescita dei tornei nazionali a fronte di una fuga in avanti dei club più ricchi e potenti – i quali peraltro già dominano i rispettivi tornei lasciando le briciole agli altri – non sembra affatto uno scenario di fantascienza. Quello, piuttosto, lo sport lo sta già vivendo. | Lorenzo Longhi, Atlante Treccani
Oppure ci daremo al Pergocrema
Certamente avremo i capelli più lunghi, quanto al resto, chi può dirlo? Forse dopo mille giri intorno al palazzo saremo pronti per la maratona di New York (e chi pedala per la Milano-Sanremo). Forse avremo letto o riletto volentieri alcuni libri. Forse avremo scritto un libro (ma anche un paio). Forse ci saremo scoperti poeti. Forse chi ci crede andrà a confessarsi contando sulla quarantena dei peccati. Forse i divorzi aumenteranno. O forse molti ex mariti resteranno a casa con le ex mogli (che forse non gradiranno data la pesantezza dei maschi ciondolanti da un divano all’altro). Forse chi ha figli in età scolare avrà imparato a fare le divisioni a tre cifre (e a coniugare il participio passato). Forse del campionato di calcio non ricorderemo quasi più nulla (a parte i tifosi di Juve e Lazio). O forse l’astinenza sarà tale che perfino la diretta tv a porte chiuse di Solbiatese-Pergocrema farà il boom di ascolti. Forse se le Olimpiadi saranno rinviate ci fregherà il giusto (perché colpevolmente non terremo conto dei sacrifici di migliaia di atleti che si stanno allenando da quattro anni). Forse torneremo volentieri al cinema (ammesso che i cinema esistano ancora). Forse, dopo, apprezzeremo di più la carta stampata, compagna nei tempi bui e insostituibile come antidoto alle fake news (ma se leggerò ancora espressioni come “furbetti”, “eroi”, “siamo in guerra”, “l’amore al tempo del coronavirus” metterò mano al revolver). Forse dopo tanto telelavoro alcuni non troveranno più il lavoro. … Questione di tempo e forse torneremo, più o meno, come eravamo prima. Sicuramente saremo di meno. | Antonio Padellaro, il Fatto quotidiano, 22 marzo
I campionati dei Dilettanti rischiano il collasso
«I nostri studi hanno stimato che rischiamo di perdere circa tremila società, il 30% del movimento. Non dimentichiamo che nelle regioni più colpite dal virus siamo fermi da metà febbraio».
➣ Ma avete ipotizzato una data per la ripresa? «Non possiamo farlo, la salute e l’emergenza vengono prima di tutto. Noi speriamo di poterci rimettere in moto nel mese di maggio, perché se dovessimo sforare a giugno il rischio di perdere società sarà molto più elevato».
➣ Piccoli imprenditori, artigiani, commercianti: tutte categorie che oggi sono in crisi e che sono la linfa del vostro movimento. «Credo che nessuno meglio di noi possa essere lo specchio della realtà sociale del Paese, perché i prezzi che pagano queste categorie sono quelli che paghiamo noi». | Cosimo Sibilia, presidente della Lega Dilettanti a Il Messaggero, ieri
Siamo disposti ad avere un mondo meno malato e meno ricco?
Comincia a serpeggiare la domanda: nell’esplosione di questa pandemia che fa disastri in tutto il mondo (oggi gli Stati Uniti superano tutti gli altri paesi per numero di contagi) noi uomini siamo del tutto innocenti? Siamo soltanto vittime? Noi tutti aspettiamo che il mondo torni com’era prima. Ma com’era prima andava bene? La nostra civiltà deve ripartire da là e andare avanti? È perfetta? La domanda che porrò adesso pare diversa ma è la stessa, e ha una risposta più facile, sulla quale dovremmo essere tutti, dolorosamente, d’accordo. Partendo dal principio che l’esistenza del mondo è bene, la sua distruzione è male, allora, se tutte le razze viventi sul pianeta dovessero sparire tranne una, è interesse del mondo che la razza sopravvivente sia quella umana? No, non lo è. … L’uomo è fatto “per sé”, non è fatto per “gli altri”. La corrente filosofica che si chiamava Esistenzialismo, nel Novecento, insegnava che gli altri sono l’Inferno. La civiltà della borghesia nella quale viviamo insegna che lo scopo della vita è avere, se hai di più sei di più e conti di più. La famiglia e lo Stato trasmettono questo insegnamento. La famiglia con le parole di padre e madre ai figli piccoli, lo Stato con le lezioni dei maestri a scuola ai piccoli scolari. Il piccolo scolaro europeo e occidentale apprende di avere di più del coetaneo africano, e quindi di essere di più, di avere più potere e perciò più diritti. … Quando noi italiani seppellivamo le mucche pazze, perché la loro carne trasmetteva la pazzia, la Corea del Nord ci chiese di poterle avere per darle da mangiare al suo popolo. L’uomo occidentale consuma pasti in cui un quarto del cibo è superfluo. Nelle aree povere il cibo comprende formiche, insetti, pipistrelli, animali selvatici anche sconosciuti. Il coronavirus viene da lì. Per cambiare quel mondo, dobbiamo cambiare il nostro mondo, aver di meno perché gli altri abbiano di più. Ma l’uomo occidentale è disposto a vivere in un mondo meno malato ma meno ricco? No. | Ferdinando Camon, Messaggero Veneto, ieri
Giocare meno Sarà anche un calcio più povero perché la crisi economica non risparmierà nessuno e speriamo più a dimensione d’uomo, solidale e meno violento e maleducato. In attesa che siano i giocatori a tornare protagonisti, ora tocca ai dirigenti: da qui in avanti è vietato sbagliare le mosse. … Ci saranno decisioni difficili da prendere, alcune impopolari. Di sicuro, nella drammaticità del momento, abbiamo capito una cosa: si gioca troppo. Non è il momento di aggiungere tornei, ma quello di toglierli, armonizzando i calendari. | Corriere della sera
Tornare allo spirito del ‘48
C’è un’opportunità per resettare tutto, per separare il grano dalla pula e dai parassiti del profitto. Per rivoltarsi, ad esempio, contro le riserve della Fifa da un miliardo e mezzo di sterline e chiedere che quei soldi vengano restituiti; o per sbarazzarsi dell’influenza perniciosa degli sponsor del gioco d’azzardo (se hai bisogno del gioco d’azzardo per essere interessato allo sport, non sei interessato allo sport). E a parte tutto questo, un’opportunità per riscrivere le regole di ogni competizione per favorire l’inclusione e l’accesso. La gente dirà che è impossibile, che nulla può cambiare. Ma vi sembra davvero che sia così adesso? Lo sport nella sua forma originaria, lo sport ripulito dai suoi additivi malsani, lo sport nello spirito di Londra ’48. Questa è una cosa che possiamo ancora avere. | Barney Ronay, the Guardian
Qual era lo spirito del ‘48 in Italia
Non dobbiamo insomma pensare che nella storia d’Italia il fotogramma successivo alla Liberazione sia l’autostrada del Sole, gli autogrill, la 600, i primi weekend, la scoperta delle vacanze al mare, la tv e gli elettrodomestici nelle case. Quella è storia di quindici anni dopo, e anche più. Il fotogramma successivo alla Liberazione sono bagni sul ballatoio, case di ringhiera, cucine economiche. Bambini che vanno a scuola a piedi con un pezzo di legno per contribuire ad accendere il fuoco e scaldarsi. Famiglie che si mettono in fila nelle stazioni sventrate dai bombardamenti ad attendere un treno che vada nella direzione in cui loro devono andare. Questo non significa che noi dovremo soffrire altrettanto, superare le stesse prove. Significa che quando si usano parole come dopoguerra e ricostruzione bisogna sapere quello che diciamo. E la cosa più importante è questa: l’Italia fu ricostruita con il lavoro. | Aldo Cazzullo, Corriere della sera
Ragionare da comunità
Sarà l’anno zero anche dello sport, crescerà lo sport nelle città e cambieranno i centri di aggregazione, andrà chiesta a gran voce, con proposte serie e mirate, la sburocratizzazione del sistema, perché dal primo dei dirigenti sportivi all’ultimo dei praticanti ci sia la percezione che lo sportivo non sia tollerato, ma incoraggiato, proprio per il ruolo fondamentale che svolge nella società; sarà indispensabile ragionare da comunità, come solo lo sport può essere, abbandonando ogni egoismo, perché dalla cooperazione fra le varie componenti può nascere un progetto di ripartenza costruito su basi solide.
Necessiteranno misure choc che creino opportunità di investimenti nel nostro settore, facilitazioni e sgravi fiscali. Ma anche noi dovremo avere la capacità di innovarci davvero. Da sportivi veri. Sapendo cosa sono i sacrifici, necessari per avere i successi dopo. sempre nella logica di misure non meramente assistenzialiste, ma sistemiche e strutturali, lo sport dovrebbe chiedere forti agevolazioni per start up innovative, da coniugare, per esempio, alla rivoluzione culturale di un bonus sport, su modello dei bonus libri e giovani. | Fabio Pagliara, il Foglio, 13 marzo
| il tema Lo sport ci accoglierà a braccia aperte, ma ci sentiremo di nuovo a nostro agio in una grande folla?
Sul Telegraph Oliver Brown affronta il tema del dopo: ci sentiremo a nostro agio tra la folla per assistere a un evento sportivo? L’editorialista ricorda il caso di Atalanta-Valencia definita la partita zero, una grande serata di gioia per un’intera provincia che si è poi trasformata in un tragico detonatore. Scrive: “Il 14 marzo centinaia di runner hanno invaso Bushy Park, nel sud-ovest di Londra. Quindici giorni dopo, quella corsa quotidiana consentita dal governo è diventata un sospetto rito solitario”.
“Nell’era del Covid-19 ogni senso di sforzo collettivo è evaporato”. Brown sottolinea gli effetti che questa quarantena forzata hanno avuto a Wuhan su ansia e depressione. E scrive che lo stesso accadrà in Europa. E che siamo di fronte sì a un calvario condiviso e tuttavia un calvario che deve essere essenzialmente sopportato da soli.
“Quando finirà – si chiede – lo sport sarà di nuovo lì a tentarci ma quanti saranno realmente pronti a tornare subito alle abitudini di prima? Gli effetti psicologici dell’allontanamento sociale non sono cicatrici che verranno cancellate in una notte. Andiamo a guardare lo sport per sentirci parte dell’energia ribollente della folla, non per stare a distanza dalle persone. Il potere dello sport deriva dall’euforia della massa, dell’assembramento. Oggi tutto ciò rappresenta un pericolo per la salute pubblica”.
“Un giorno lo sport riemergerà come il grande elemento che unisce ma quel momento non è ora”. E chiude ricordando che adesso in Val Seriana, dove c’è la maggior parte dei tifosi dell’Atalanta, in una piccola chiesa l’energia dello sport è acquietata, “il gagliardetto della squadra locale di calcio giace su una bara”.
“Nell’era del Covid-19 ogni senso di sforzo collettivo è evaporato”. Brown sottolinea gli effetti che questa quarantena forzata hanno avuto a Wuhan su ansia e depressione. E scrive che lo stesso accadrà in Europa. E che siamo di fronte sì a un calvario condiviso e tuttavia un calvario che deve essere essenzialmente sopportato da soli.
“Quando finirà – si chiede – lo sport sarà di nuovo lì a tentarci ma quanti saranno realmente pronti a tornare subito alle abitudini di prima? Gli effetti psicologici dell’allontanamento sociale non sono cicatrici che verranno cancellate in una notte. Andiamo a guardare lo sport per sentirci parte dell’energia ribollente della folla, non per stare a distanza dalle persone. Il potere dello sport deriva dall’euforia della massa, dell’assembramento. Oggi tutto ciò rappresenta un pericolo per la salute pubblica”.
“Un giorno lo sport riemergerà come il grande elemento che unisce ma quel momento non è ora”. E chiude ricordando che adesso in Val Seriana, dove c’è la maggior parte dei tifosi dell’Atalanta, in una piccola chiesa l’energia dello sport è acquietata, “il gagliardetto della squadra locale di calcio giace su una bara”.
Il calcio, il tifo, la folla
Riflessioni d’autore su un rito sospeso
Le relazioni sociali «E io mi domando anche come ricominceremo, non solo quando ripartiremo – racconta Giuseppe Bergomi, lo Zio interista e azzurro, protagonista di quattro mondiali tra il 1982 e il 1998 -. Perché, se pensiamo al calcio, lo abbiamo giustamente sempre vissuto come passione collettiva, come festa popolare, di gruppo. Servirà tempo per riacquistare le abitudini, al di là della emergenza. Si porrà, io credo, una enorme questione psicologica nelle relazioni sociali, figuriamoci nello sport, che per sua natura evoca aggregazioni di massa». | Intervista con Leo Turrini, il Giorno – la Nazione – il Resto del Carlino