C’era una volta il tennis femminista. Ora i diritti delle donne sono difesi dalle calciatrici

Che ci fanno le finali WTA in Arabia Saudita

 

    Che devono dire, loro. Che possono dire, loro, adesso che sono là? Aryna Sabalenka, la numero 1 del tennis femminile, pensa che «sia importante portare il tennis in tutto il mondo e ispirare le nuove generazioni. Qui hanno fatto un grande sforzo per lo sport femminile, sono felice di far parte in un certo senso della storia». In effetti. In un certo senso. Amen. Jasmine Paolini aggiunge che due anni fa ha parlato con certe ragazze che giocano a tennis e allora crede che «abbiano fatto un buon lavoro nel coinvolgere le ragazze che stanno cominciando a fare sport. Può essere molto positivo per i diritti delle donne qui», mentre Jessica Pegula ha parlato con un’altra donna e si è sentita raccontare che «60 mila bambine fanno sport a scuola, iniziano a giocare a tennis, a prendere lezioni. Penso che venire qui sia stata la decisione giusta». La lotta è finita, andate in pace.

Il tennis si è arreso nella settimana in cui cento calciatrici hanno scritto una lettera aperta a Gianni Infantino affinché rompa gli accordi di sponsorizzazione con Aramco, la compagnia petrolifera di un paese nel quale vige «un regime autocratico che viola in maniera sistematica i diritti delle donne e criminalizza la comunità Lgbtq+».

Qualcosa stride. C’era una volta un tennis femminista. Le finali WTA a Riad stridono con il ricordo di un mondo che per primo nello sport si è dedicato a battaglie per l’emancipazione della donna, per l’eguaglianza di genere, per la tutela dei diritti, per la parità del montepremi. Gli Slam femminili non distribuirebbero assegni con gli stessi dollari senza Billie Jean King e le sue compagne di lotta, cominciarono mezzo secolo fa. Le finali WTA a Riad stridono anche con la decisione presa solo pochi anni fa di non andare in Cina, il paese che non dava spiegazioni su quale sorte fosse toccata a Peng Shuai dopo aver denunciato per violenza sessuale un membro del governo. La WTA cancellò tutti i suoi impegni in quel Paese. I meno romantici dicono che forse non si sarebbe giocato lo stesso perché eravamo ancora nelle appendici dell’isolamento da covid. Di certo la WTA lasciò sul tavolo diverse centinaia di dollari e comunque aprì un caso politico e pubblico su Peng Shuai. Quei dollari in meno si sono sentiti nei bilanci. È intervenuto il fondo CVC, e come prima conseguenza le donne con le racchette sono tornate in Cina.

Il tennis è tornato in Cina. Ma nessuno chiede più #Dov’èPengShuai?

 

Nel frattempo, un Masters giocato in condizioni umilianti a Cancun ha spinto la WTA a considerare sedi più facoltose. Quando si è fatta avanti l’Arabia Saudita – dove i maschietti più in vista sono comunque andati a battersi in un’esibizione per un assegno da 6 milioni di dollari – le questioni di principio sono slittate in secondo piano. 

Ne ha parlato con Stefano Semeraro su La Stampa Raffaella Reggi, che ha ha giocato per tre volte il Masters femminile, quando il tabellone era a 16 e la finale si giocava tre su cinque [1986, 1987 e 1989]. Ricorda i giorni meravigliosi del Madison Square Garden e dice: «Dovremo abituarci a vedere molti tornei da quelle parti. L’anno scorso l’edizione a Cancun fu vergognosa, ora se non altro ci sarà più visibilità e conto su Garbine Muguruza come direttrice del torneo. Davanti ai petrodollari… Di natura sono ottimista, mi auguro che portare lì grandi eventi serva almeno a migliorare la situazione».

Supertennis ha riepilogato con Alessandro Mastroluca i pensieri di tutte le tenniste, scrivendo che non stupisce, viste le sue posizioni molto forti ed esplicite in favore delle rivendicazioni di movimenti come Black Lives Matter, l’articolata risposta di Coco Gauff”. L’americana ha detto: «Mentirei se dicessi che non avevo riserve nel venire qui. Ero presente a ogni possibile call con la WTA. Una delle cose che ho detto è stata: se andiamo, non possiamo semplicemente arrivare, giocare e andarcene. Dobbiamo avere un programma concreto, un piano»

Gauff ha spiegato di aver parlato più volte con la principessa Ameera al-Taweel. «Le abbiamo chiesto quale fosse l’approccio migliore per entrare in questo posto diverso. Per me è stato importante, una delle domande che ho fatto è stata come avremmo potuto aiutare per quanto riguarda le questioni dei diritti delle donne e della comunità LGBTQ+. Sono consapevole che non possiamo venire qui e cambiare tutto. Mio padre era decisamente preoccupato perché venivo a giocare qui. Voglio vedere se ci sarà un cambiamento. Se dovessi vedere che non succede niente, o se non dovessi sentirmi a mio agio, non tornerei».

 

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Cindy Shmarler ha scritto sul New York Times che ci è voluto un po’ di tempo prima che Judy Murray si convincesse che andare in Arabia Saudita fosse la decisione giusta, mentre nessuna delle qualificate per le finali ha rifiutato di partecipare, nonostante Martina Navratilova si fosse opposta fin dall’inizio. È una posizione isolata. Neppure Billie Jean King la pensa come lei. È da tempo una sostenitrice del fatto che le finali a Riad possono portare un cambiamento nella regione. Coloro che sostengono il coinvolgimento saudita nello sport – scrive il NYT – indicano Arij Mutabagani, la presidente donna della Saudi Tennis Federation, come esempio dei cambiamenti progressivi in ​​atto ma Tumaini Carayol sul Guardian dice che il tennis è solo l’ultimo strumento dello sportswashing saudita. Il Guardian ricorda che il contratto da testimonial di Messi con l’Arabia Saudita include una clausola in base alla quale non può dire nulla che possa offuscare il regno. Si tratta insomma di denaro scambiato per il suo silenzio. Negli ultimi anni gli atleti sono stati abilmente utilizzati per promuovere un regno che cerca di migliorare la sua immagine e amplificare il suo potere nella regione, sfidando le critiche sui diritti umani. È difficile sapere dove finiscono le convinzioni autentiche e dove inizia la propaganda attentamente coreografata. Anche Nadal è un ambasciatore, mentre la comunità LGBTQ+ continua ad affrontare una significativa repressione, le leggi sulla tutela maschile rimangono in vigore e le attiviste per i diritti delle donne, come Manahel al-Otaibi e Salma al-Shehab, sono soggette a lunghe pene detentive per reati legati al terrorismo, semplicemente per aver sostenuto sui social media che le donne hanno dei diritti.

Ogni tanto pure dei rovesci. 

 

IL TORNEO

Vincenzo Martucci sul Messaggero ha scritto che “Jasmine Paolini deve fronteggiare il peso di palla non solo di Rybakina, ma anche di Sabalenka e Zheng, col rischio e insieme l’esaltante motivazione di essere spazzata dal campo

Martucci: In che condizioni psico-fisiche sarà la wonder woman Rybakina, regina a Wimbledon 2022 e finalista a Melbourne 2023, che ha divorziato dal storico coach Stefano Vukov? Come fronteggerà il trottolino toscano col Dna arricchito nei piedi e nella determinazione dai geni di papà ghanese e mamma polacca? Riuscirà a risolvere gli scambi col micidiale uno-due, o subirà i colpi di rimbalzo, il moto perenne e la soffocante transizione difesa-attacco dell’incontrista azzurra dall’ottimo dritto, più servizio e volée? Perché con queste armi, la 28enne di 1.63 ha riscritto quest’anno le gerarchie del tennis donne che vede al comando i muscoli di Sabalenka e l’atleticità di Swiatek & Gauff

Paolo Bertolucci sulla Gazzetta scrive: Anche se non ha avuto un’annata stratosferica, la tennista kazaka serve molto bene e propone un tennis in pressione, efficace. Probabilmente la scelta ufficializzata ieri di avere Goran Ivanisevic – per tanti anni al fianco di Novak Djokovic – come suo nuovo allenatore, anche se sarà effettivo a partire dalla off-season, certifica la volontà della venticinquenne di investire su se stessa per cercare di tornare sui livelli assoluti che l’avevano vista grande protagonista fino a poco tempo fa

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