La finale di Sinner a NY per capire dove sta andando il tennis

Per fortuna che nel tennis non esiste un dibattito sugli stili. O meglio. È esistita una contrapposizione tra chi giudicava più puro il gioco del tennis serve and volley. Il frutto incontaminato della radice più tradizionalista. La bellezza. Ecco. In sostanza l’idea della bellezza è stata quella, il rovescio a una mano. È esistita a lungo l’insoddisfazione verso i regolaristi, gli arrotini, il rovescio bimane. Anche da noi. Soprattutto da noi. Adesso invece c’è Jannik Sinner che gioca senza rovescio a una mano, senza una naturale propensione al serve and volley, e non c’è più nessuno in Italia che rimpiange il tennis di una volta. 

È sempre questione di punti di vista. Anche stamattina. Tutta Italia aspetta il secondo Slam di Jannik Sinner per ragioni comprensibili di tifo, stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, il resto del mondo guarderà la finale di stasera per capire dove sta andando il tennis. Tutti cercano un segno del millenarismo in arrivo, la radicale mutazione del presente, ogni cosa è trasformata. Questo è lo stadio dal quale una volta Bjorn Borg uscì con l’intenzione di smettere. Si infilò in una macchinina gialla e chiese al tassista di portarlo verso l’addio. Questo è lo stadio dal quale stasera Jannik conta di uscire stasera con una Coppa e la più sfacciata intenzione di non fermarsi. Tutt’intorno aspettano, vogliono capire.

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Anno 2024, la prima dopo ventuno stagioni di fila in cui nessun titolo dello Slam finirà a uno di Quei Tre, i Tre Re Maghi dell’età dell’oro. Se dunque questo 2024 si dovesse chiudere con un 2-2 fra Alcaraz e Sinner, sarebbe la prova del passaggio della stella cometa, il segno dei segni, andiamo a consegnare il nostro destino di divaneur a un dualismo nuovo.

Per capirsi. Prima che cominciasse la stagione di Federer-Nadal-Djokovic, un 2-2 non l’abbiamo visto né con Sampras-Agassi, né con Becker-Edberg, mai per Borg-McEnroe. L’ultimo 2-2 presente negli albi d’oro degli Slam risale al 1967 fra Emerson e Newcombe. Anche quella volta stava cambiando il mondo ma in un altro senso, stava per arrivare l’Era Open. C’è stato un 3-1 di Wilander su Edberg nel 1988, ma Mats stava per finire l’energia. C’è stato un 3-1 di Connors nel 1974 su un Borg che stava arrivando, ma poi arrivò anche Mac – e il dualismo diventò un triello. 

Il ricordo dei Big Three – spiega L’Équipe stamattina – è ancora fresco nella mente di tifosi e giocatori. Durante questo US Open, molti giocatori hanno spiegato che adesso è diverso, che prima sapevamo di dover giocare contro Nadal e guardavamo i voli di ritorno. Sta forse arrivando una boccata d’aria e una speranza per una generazione intera, una generazione che non finisca sacrificata come la precedente sull’altare delle leggende immortali? Non è sicuro – si risponde il giornale francese – perché se Cerbero è nella nicchia, un’aquila bicipite si prepara a piantare i suoi artigli sul circuito

L’aquila con gli artigli è in questo caso Sinner, ma non è differente l’immagine da accostare a Carlitos Alcaraz, così uno scenario che vedesse i due ragazzi confiscare la maggior parte dei futuri tornei del Grande Slam non è inverosimile. Tocca a Taylor Fritz, 26 anni, figlio d’arte e della buona alta borghesia americana, dare coraggio al proletariato tennistico di tutto il mondo. Oppure, spiega L’Équipe, arrivano i due nuovi orchi. Visto dalla Spagna di Alcaraz, Jannik è un re impassibile nella sua bolla [Alejandro Ciriza, El Pais].

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ANTAGONISTI  Taylor Fritz

La bandiera del Resto del Mondo è tra le mani di un californiano classe ‘97, giovanissimo padre – scrive Gaia PIccardi sul Corriere della sera – figlio di un maestro e di un’ex top 10 (Kathy May), fidanzato con una influencer (Morgan Riddle) incontrata su un sito di appuntamenti, in parata per i talk show e in vetta all’Empire State Building per le foto con la coppa. The italian permettendo. Stefano Semeraro su La Stampa: L’amico Fritz, volto rubato a Hollywood, fidanzato con una influencer senza averne l’aria, di finali così non ne ha mai giocate. È un predestinato che ha tardato a rivelarsi, con i cromosomi dell’atleta – mamma Katy May è stata top 10 negli anni ’70, a tennis ha giocato anche zio Henry, mentre zia Laura ha battuto un record mondiale di nuoto con la staffetta 4×400 – e l’aria pigra del pistolero cool di certi western. Infatti viene da San Diego, California, la città che ospitò la flotta Usa dopo l’attacco di Pearl Harbour.

Piero Valesio su Domani: È cresciuto a Santa Fè in un ranch in cui i vicini di casa si chiamavano Arnold Schwarzenegger e Bill Murray

Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, Gabriele Romagnoli immagina quale momento sublime sarebbe vedere Nick Kyrgios col microfono ESPN in mano intervistare a bordo campo Jannik Sinner, dopo aver twittato peste e corna su di lui e il Clostebol. Romagnoli lo chiama dottor Nick e mister Kyrgios. Il primo scende nell’arena e si sottomette al collega e al pubblico con domande banali e un po’ ruffiane («Taylor Fritz, che incredibile performance davanti al miglior pubblico del mondo, come ti senti?»). Il secondo torna a casa e twitta con ferocia.

Conclusione: Sarebbe un momento fantastico. Mister Kyrgios che piomba sull’Arthur Ashe con il microfono e la felpa con la scritta In cauda venenum, il veleno è nella coda. Chiede a Sinner se è felice di essere arrivato uno e poi gli piazza la domanda al curaro. E Jannik fa l’altoatesino, gli risponde con una sola parola: la sua. Sarebbe fantastico: vorrebbe dire che (intanto) ha vinto.

Sulla maniera di vincere, Paolo Bertolucci affida alla Gazzetta la consueta anteprima del match in quattro punti chiave: 1] Il tifo sarà tutto contro l’azzurro, ma sa isolarsi, 2] Fritz diventa meno solido quando le cose non girano, 3] Deve migliorare la percentuale di prime palle, 4] Sarà decisivo come affronterà il tie-break. 

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