Dibattito su Pogacar. Lo chiamiamo Cannibale, ma quando fa il Cannibale non ci piace

TOUR DE FRANCE

 

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Tadej Pogačar aveva provato a convincerci. Diceva di non essere ingordo. Pensava di lasciare l’ultima pietanza di montagna a qualche fame altrui. Con i belgi di Sporza si è definito un non-cannibale: «Mangio caramelle». Salvo arrivare in cima alla Couillole davanti a tutti e con la mano aperta, le dita larghe, il segno del cinque, cinque come le tappe prese, un quarto della corsa tutto sbranato da lui.

Una sorta di omaggio al cinquantesimo anniversario dell’ultima estate da Cannibale di Eddy Merckx, la bella stagione del 1974, l’ultima da imprendibile, da irresistibile, in questo senso qui, l’estate del suo ultimo Tour de France e del suo ultimo grande giro. Avrebbe avuto posto nella pancia ancora per una Liegi, per un Fiandre, per una Sanremo, non roba da poco, c’è gente che ci avrebbe campato per un carriera, ma erano tutte corse di un giorno, e tutte in primavera. Il Merckx estivo mangia-tutti finì nel 1974. Mezzo secolo più tardi, Pogačar ha inseguito solo lui.

Ieri ha vinto in modo diverso. Si è acquattato dietro l’ombra di Vingegaard e lo ha bruciato sulla linea del traguardo. Dibattito: si fa o non si fa? È stato un brutto gesto o no? Secondo Davide Cassani, “in bicicletta non si possono tirare i freni, nessuno ti regala nulla ma per quello che ho visto oggi vorrei fare una mia considerazione. Tadej è un fenomeno – ha scritto sulla sua pagina facebook – e quando vince è perché dimostra di essere il più forte. Non ha paura di nulla ed il suo modo di correre è altamente spettacolare e divertente ma oggi non ha corso come suo solito. È stato a ruota, non ha dato un cambio a Vingegaard e quando sono stati a 150 metri dal traguardo si è alzato sui pedali per andare a vincere la tappa. Perché stare a ruota di Vingegaard,

non dargli un cambio e poi stracciarlo in volata? Ma non sarebbe stato meglio eventualmente staccarlo prima? Jonas Vingegaard per come ha corso oggi, per la reazione che ha avuto e per la condotta di gara meritava forse qualcosa in più. Le tappe non si regalano ma quando sei Tadej Pogacar hai il dovere di guardare tutti i particolari”. 

Dagli abissi dei suoi 7 Tour cancellati per un imbroglio è intervenuto pure Lance Armstrong, addirittura. Ha detto che non si fa così, e il giornalista danese Bryan Nygaard lo ha definito con sarcasmo “il momento più socratico e ironico del ciclismo moderno: Armstrong che chiede a Pogacar di essere un po’ più umile nel suo modo di vincere”. Gli ha pure ricordato che ai suoi tempi, ai miei tempi, lasciò la tappa sul Mont Ventoux a Marco Pantani. Quel che non ricorda è che Pantani si offese a morte. 

Su L’Équipe infatti Alexandre Roos scrive che “non si offre una vittoria del Tour de France, soprattutto al tuo fratello nemico. Questo magnifico duello è stato costruito negli anni in modo duro ma giusto, civile, senza quegli sporchi trucchi che spesso si sono visti, fatti a regola d’arte per aggirare il divieto di scambiarsi regali tra avversari a questo livello. La maglia gialla non ha dovuto lasciare la scena al secondo classificato, perché il secondo classifica è un campione della sua stessa categoria e non ha bisogno di offerte per alzare le braccia al cielo della Grande Boucle. Inchinarsi a lui prima della linea del traguardo sarebbe stata un’umiliazione, quella sì sarebbe stata una prova di arroganza. Sarebbe stato un trattamento indegno e ingiusto per il danese, il suo avversario più valoroso in questo Tour de France”. 

Nella newsletter serale di Bidon Magazine, Leonardo Piccione ha parlato di “un’eccelsa commedia dell’equivoco che al termine della rappresentazione ci ha lasciato in eredità tante piccole bugie e qualche grande verità. C’è da dire, a discolpa del Pinocchio in maglia gialla, che oggi ha fatto davvero il minimo indispensabile per vincere. Non ha consumato i suoi compagni di squadra inseguendo una fuga che altri hanno provveduto a tenere a bada al posto suo, e non è nemmeno stato il primo tra i big a far scoppiare mortaretti sull’ultima salita. Si è limitato a seguire da vicino il dipanarsi della trama e a osservare Evenepoel e Vingegaard malmenarsi tra loro, per poi ergersi a paciere nell’unico modo che conosce, cioè vincendo e facendo apparire anche questa vittoria un fatto ineluttabile”. 

È la stessa tesi de L’Équipe, dove Roos dice che “la Maglia Gialla non ha fatto nulla per vincere sabato, se non concedere quattro colpi di pedale negli ultimi ettometri. Se avesse potuto, Tadej Pogacar avrebbe lasciato che fossero Enric Mas e Richard Carapaz a battersi per la vittoria, quando li ha raggiunti con Vingegaard a 2,5 km dal traguardo. Ma le circostanze della gara hanno deciso diversamente”. A Roos non piace quest’aria di rimprovero verso la Maglia Gialla, gli pare ipocrisia. “Non possiamo salutare all’inizio del Tour la golosità di Cavendish, il suo record di 35 vittorie di tappa, e poi rimproverare quella di Pogacar. Avremmo allora dovuto suggerire anche a Rafa Nadal di lasciare una finale del Roland-Garros a qualcuno. Oppure potremmo chiedere a Pogacar di appendere la bici al chiodo, di stravolgere la sua natura di campione che gli impone di non lasciare nulla agli altri, di vincere il prima possibile, perché questa è l’essenza della sua vita”. 

Oh, e comunque: 11 pagine di Tour de France anche stamattina. Con una intervistona finale alla maglia verde Girmay [«Mi sveglio ogni mattina, dicendomi che sono il migliore»] e un approfondimento su Derek Gee, la sorpresa della corsa, il primo canadese fra i primi-10 nella classifica generale dai tempi di Bauer, un altro pistard che ha trovato il modo di mutare e resistere in montagna. 

Molti di quei pistard si sono lasciati dietro una scia di sospetti, stamattina sulla Gazzetta dello sport parla du sospetti [quelli su Pogacar] anche Pier Bergonzi, ma per respingerli. 

“Come tutti quelli che vincono tanto – scrive – e ottengono prestazioni extralarge, Pogacar finisce nel frullatore dei sospetti e delle illazioni. I commentatori francesi, e purtroppo non solo loro, hanno riaperto l’ufficio indagini (spesso sommarie). Quarant’anni di ciclismo visto e raccontato ci inviterebbero alla prudenza, ma ci dicono anche che questo campione, dal viso d’angelo e una fame da lupo, ha un percorso di crescita lineare quanto entusiasmante. Non ci sediamo al tavolo dei complottisti, non sposiamo la teoria del sospetto a prescindere. Film già visti e rivisti e quasi sempre con il ciclismo (che di male se ne è già fatto tanto da solo) sullo sfondo. Noi preferiamo applaudire il più antico dei campioni moderni, il più spettacolare fuoriclasse del ciclismo recente” 

LA TAPPA DI OGGI | 

 

 

Trentatré km da Monaco a Nizza. Pogacar è arrivato a 16 successi di tappa con Jacques Anquetil, il sesto in una stessa edizione lo appaierebbe al Merckx del 1969 e 1972, al Luis Ocana del 1973, al Mark Cavendish del 2009. 

L’Équipe racconta l’attesa di Monte-Carlo, dove Victor Langellotti aveva 14 anni nel 2009 e teneva per mano Alberto Contador alla presentazione della squadre: ogni corridore si faceva accompagnare da un giovane del principato. Langellotti è alle soglie dei 30 e sta per lasciare la Burgos BH, si unirà alla Ineos Grenadiers: nel 2026 Monte-Carlo aspetta la Vuelta. 

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