Il lungo viaggio di Jimmer Fredette: chi entra nella storia andando a Parigi

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   JIMMER FREDETTE E QUELLI CHE VANNO A PARIGI PER BATTERE I RECORD

  Ora che mancano sei giorni alla cerimonia e quattro alle prime eliminatorie che apriranno le gare, da qualche parte, in qualche palestra, in qualche poltrona, in qualche sala d’attesa o sul nastro bagagli dell’aeroporto, Jimmer Fredette sta pensando che il barone Pierre De Coubertin in fondo aveva proprio ragione. L’importante è partecipare. Sempre che l’abbia mai detto per davvero. Facciamo di sì, perché di certo vale per Jimmer. Gli basta esserci, dopo tutto quel s’è lasciato alle spalle. Gli basta esserci e scendere in campo a Place de la Concorde il 30 luglio, ore 22.35, per entrare nella storia dei Giochi. USA vs Serbia, basket 3×3. 

Tredici anni fa il mondo del basket era nel pieno di un fenomeno noto come Jimmer Time o Jimmer Mania. Fredette portava la canottiera della Brigham Young University, Provo, nella Salt Lake Valley, Utah. Era un 22enne micidiale al tiro, gli diedero il premio di giocatore dell’anno e la NBA non vedeva l’ora di reclutarlo, in un modo o nell’altro. 

Lo reclutarono nell’altro. I Sacramento Kings lo scelsero con il numero 10 ma da quel momento in avanti sarebbe cominciato un periodo che il padre di Jimmer ha definito umiliante in una intervista con la ESPN. «Pensavamo che lo slancio della BYU sarebbe continuato. Ma il primo anno non ha funzionato, il secondo non ha funzionato, e allora le cose sono andate lentamente peggiorando». Sua moglie Whitney ha raccontato che «all’inizio è stata davvero dura perché aveva fissato delle aspettative altissime per la sua carriera e non ne ha soddisfatta nessuna»

Pazienza, pensò Jimmer. Sopravvive chi si adatta. Mi adatterò. Firmò un contratto con una società cinese di scarpe e se ne andò a giocare per diverse stagioni con gli Shanghai Sharks. Ha segnato 73 punti in una partita, si è guadagnato il soprannome di The Lonely Master, era così avanti rispetto a tutti gli altri che veniva considerato una specie di apparizione celeste in terra d’oriente.

VITE OLIMPICHE

DARSI AL 3X3

Fu allora che commise l’errore tipico di ogni spirito inquieto. Guardare cosa c’è fuori dalla finestra. Tentò di nuovo con i Phoenix Suns e poi immaginò di fare un’esperienza in Eurolega. Firmò per il Panathinaikos e vinse il campionato. Tecnicamente. Nel senso che eravamo ormai nel 2020, la pandemia bloccò il torneo e la squadra venne dichiarata campione perché era in testa alla classifica. Insieme con il lockdown arrivarono pure la crisi economica e la rescissione del contratto, così Jimmer dispiegò tutto il suo talento per le scelte sbagliate e se ne tornò agli Sharks, di nuovo Shanghai, nella Cina dove nel frattempo erano stati introdotti rigidi protocolli di isolamento, palazzetto e albergo, casa e palazzetto, nient’altro, senza visite e senza passaporto, nessuna possibilità di andarsene. Non ha visto Whitney e i figli per circa sette mesi. Quando oggi lo ricorda, gli viene in mente solo un aggettivo. Brutale. Fredette ne fu così segnato che una volta libero, una volta rientrato negli USA, decise di farla finita con la pallacanestro per capire meglio cosa volesse a parte stare con i bambini. 

Così siamo all’estate del 2022, quando stava riflettendo se tornare o no. L’estate in cui squilla il telefono e dall’altra parte c’è Fran Fraschilla, ex allenatore universitario, un analista di ESPN che sta aiutando la federazione a sviluppare un programma per mettere in piedi una squadra di 3×3. Ti interessa, gli chiese, c’è da qualificarsi per le Olimpiadi. Come ha scritto Deseret, la maggior parte degli americani non sa nemmeno che esiste una nazionale, ma la versione 3 contro 3 del gioco è veloce, fisica ed emozionante, il tipo di basket creativo che si gioca nei parchi e che si adatta alle capacità di Jimmer

Jimmer disse sì, la squadra si è qualificata e adesso da Place de la Concorde, noto posto di ghigliottine, passa la possibilità di tagliare la testa al toro, nel senso del passato. Fredette diventerà il primo giocatore NBA a competere in un torneo olimpico di 3×3. Metterà un cerchietto rosso intorno alla data del 5 agosto, il giorno della finale, e penserà che certe aspettative fanno giri strani, chi lo sa come va a finire. In uno slancio di invidiabile malinconia, Fausto Coppi una volta disse a Mario Fossati che tutti i sogni si realizzano, solo tardi e male. 

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QUANTI RECORD DAL BASKET

Ci sono molti uomini e molte donne che partono per Parigi con un record da fissare negli occhi. Kevin Durant potrebbe diventare il primo uomo a vincere quattro medaglie d’oro in uno sport di squadra, se gli USA vincessero il quinto titolo consecutivo il 10 agosto, ma il suo record potrebbe durare appena 24 ore, potrebbe essere eguagliato il giorno dopo se la Francia vincesse il torneo maschile di pallamano. Sarebbe il finale perfetto per Nikola Karabatic, oro a Pechino 2008, a Londra 2012 e a Tokyo 2021, giunto al passo d’addio, al colore del tramonto. Ha già salutato i tifosi del PSG, non gli resta che salutare a 40 anni i tifosi della Nazionale per tirare il sipario. 

Anche nel torneo femminile di 3×3 possono succedere cose inedite. Sia Kelsey Plum sia Jackie Young possono diventare le prime giocatrici a vincere una medaglia d’oro nella versione ridotta del basket dopo esserci riuscite a tutto campo, tre anni fa a Tokyo, dove Plum fu perfino al capocannoniera insieme a Wang Lili. 

Le sue ex compagne alla Bercy Arena vanno invece per l’ottava medaglia d’oro consecutiva, una straordinaria serie di vittorie cominciata ad Atlanta 1996: sarebbe record per il maggior numero di titoli consecutivi in uno sport di squadra. Gli uomini USA arrivarono a sette fra il 1936 e il 1968, prima di perdere contro l’URSS nella più famosa finale di sempre. Diana Taurasi è già in testa per ori olimpici negli sport di squadra, sono cinque, ma col sesto avrebbe l’occasione di staccare l’ex compagna di squadra Sue Bird e tenersi il primato tutto per sé. 

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IL PRIMATO DI LATYNINA VACILLA

Tira aria profumata per altre due donne. A Versailles la cavaliera tedesca Isabell Werth può salire da sette e nove ori in carriera, raggiungendo il tetto storico della ginnasta sovietica Larisa Latynina, ma tutt’e due rischiano di vedersi superate da Katie Ledecky, in grado di arrivare a dieci se vincesse tre delle sue quattro gare alla La Defense Arena. 

Chi non deve vincere per entrare nella storia è Nino Salukvadze. Le basterà prendere dalla borsa la sua pistola e sparare un solo colpo ad aria compressa per toccare la partecipazione numero 10 a un’Olimpiade, un’impresa notevole a cui nessun’altra donna si è mai avvicinata. La tiratrice georgiana ha partecipato a tutte le Olimpiadi da Seul 1988, era l’anno in cui Florence Griffith-Joyner batteva i record mondiali nei 100 e 200 metri femminili, nove anni prima che nascesse Simone Biles, per capirci. Oh, comunque Salukvadze non è la prima che passa. Ha vinto in passato anche un oro, ma senza sentire l’inno del suo paese. Era ancora una ragazza dell’URSS. 

Altri due frammenti dell’ex Unione Sovietica hanno portato a Parigi per la prima volta una loro nazionale: sono l’Azerbaigian nel torneo femminile di basket 3×3 e l’Uzbekistan nel torneo maschile di calcio. Anzi, anzi. Se le cose vanno in un certo modo, se la monetina a centrocampo gira dal lato giusto, se a Saint-Etienne gli argentini e i marocchini tarderanno di qualche secondo, potrebbe perfino capitare che tocchi a uno di loro, uno dei calciatori uzbeki toccare il primissimo pallone, dare il via al Parco dei Principi alla primissima gara dei Giochi contro la Spagna. Qui siamo romantici, fatelo succedere. 

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