1984 L’ESTATE CHE DIEGO
Una prima, scossa, forte, e poi nell’arco di tre quarti d’ora almeno quaranta balzi delle lancette sui sismografi. Alle 19,38 in punto c’è stato un boato, una nuvola di polvere gialla: un palazzo di tre plani, appena abbandonato dagli abitanti in fuga, è venuto giù con uno schianto. La gente di Pozzuoli si è trovata di nuovo in compagnia del panico. Ha visto cosa potrebbe accadere se nuove scosse dovessero verificarsi, un’area circondata, soffocata dall’ininterrotto serpentone di auto, difficilmente raggiungibile dai soccorsi.
Da alcuni giorni gli osservatori avevano registrato un incremento dell’attività vulcanica ai Campi Flegrei. Nulla di preoccupante, fino alla prima scossa del settimo grado della scala Mercalli, breve e secca, una durata di circa quattro secondi. La gente ha abbandonato le case, soprattutto le più vicine alla Solfatara e al porto. Sulla facciata di un palazzo si è aperta di colpo dall’alto in basso una lunga fenditura, come sotto i colpi di una gigantesca scure.
L’allarme è arrivato fino a Napoli, ai quartieri limitrofi la zona flegrea: Bagnoli, Agnano, Fuorigrotta. Dalla città si sono mossi 100 carabinieri per raggiungere Pozzuoli, dove i vigili urbani erano in sciopero. La protezione civile ha inviato due unità mobili di soccorso: sono rimaste bloccate nel traffico fra la Tangenziale e la Domiziana. Le vie per Bagnoli erano tutte completamente bloccate dalle auto di chi rientrava dal mare, dalle auto di gente che cercava di uscire dalla città, “e dalle auto – scrive il corrispondente napoletano de La Stampa – di chi continuava a improvvisare caroselli per l’acquisto di Diego Maradona”.
È successo il 2 luglio, tre giorni fa, tre giorni prima dell’arrivo di Diego, finalmente, dopo 13 miliardi di lire, quasi 50 giorni di trattative e altri due di misteriosi rinvii della sua presentazione. Non sono gli unici soldi che Napoli spende per il divertimento. “Dopo la somma record per l’acquisto di Maradona – anticipa il Corriere della sera – Napoli si accinge a impegnare altri quattrini. È allo studio la realizzazione di una gigantesca città del tempo libero, sul modello di quelle ideate da Disney in America. Il progetto per la realizzazione di una grande città del turismo, della tecnologia e dello spettacolo, una sorta di Disneyland italiana, è in fase di elaborazione da parte della SME finanziaria e dell’Unione industriali di Napoli. Per la realizzazione di tale progetto è previsto un investimento di 1500 miliardi”. Più di 100 Maradona. La notizia è stata data dal vice sindaco Manfredo Scalfati nel corso di un incontro con il ministro del Turismo Lelio Lagorio, più o meno mentre da Barcellona il manager di Diego chiamava al telefono gli inviati italiani ancora in città per dir loro che «In fretta, in fretta, partiamo alle 12.30».
IL CONGEDO DA BARCELLONA
Non c’erano tifosi, all’aeroporto, per salutare la partenza di Maradona da Barcellona. Casomai qualche giornalista, “Ormai di Maradona sanno sempre meno. Le fonti di informazione sono cambiate. Sono gli italiani a dirigere il gioco” ha scritto con orgoglio esibito Rosario Pastore sulla Gazzetta. Dietro Diego c’è un cameraman che non lo lascia mai, Laburu, lo segue e lo filma da anni. “È in preparazione la prima di una lunga serie di videocassette con la storia di Dieguito, con tutti i suoi gol, con tutti i suoi amici”. Prima di varcare l’uscita della dogana, Diego si è voltato verso l’atrio dell’aeroporto e ha fatto le boccacce, scrive la Gazzetta. Tre, quattro volte. Forse non erano boccacce, ma gestacci. Laburu gli ha detto: «Sii serio, Dieguito». E lui: «Lasciami fare, Barcellona lo merita. Facciamo presto, scappiamo via prima che arrivi Nunez».
L’aereo che lo ha portato a Napoli è un Boeing 727 dell’Alitalia. Si chiama Isola di Aquileia, il comandante è Antonio Usai. Su una sedia in prima classe, c’è la prima intervista televisiva fatta dalla Rai. La Spagna ormai è alle spalle quando Usai invita Maradona in cabina di comando, lo fa sedere sulla poltroncina del secondo. È atterrato a Fiumicino alle 14.05 recuperando dieci minuti di ritardo, ci sono una cinquantina di persone ad attendere. Il Napoli ha mandato Antonio Tagliamonte ed Enrico Isaia. Due macchine sono pronte sulla pista: una BMW ed una Range Rover, sono targate Caserta. Diego sale sulla seconda e anziché puntare verso l’autostrada depista chi la segue e si dirige verso l’Appia. Entrerà in autostrada solo dopo Cassino. Piove lungo la strada, ma a Napoli c’è il sole. Visite mediche e poi di nuovo in auto verso l’imbarcadero di Mergellina, per prendere un aliscafo e passare la notte a Capri.
Il giornalista spagnolo Pepe Gutierrez, della Tercera Cadena è l’unico che s’è mosso da Barcellona per accompagnare Maradona a Napoli. Quando è arrivato in città da Fiumicino, ha detto: – Ora capisco perché Diego non vedeva l’ora di venire da voi. Questo posto gli ricorderà certamente il barrio dove è nato. Anche Diego ha notato la somiglianza di Napoli con il barrio Fiorito, il quartiere a 20 km da Buenos Aires dove è nato. «Vorrei diventare l’idolo dei bambini poveri di Napoli. Anch’io, come loro, vivevo per le strade. Sono stufo dell’ambiente freddo, della gente che non mi capisce, che non capisce le mie esigenze di vivere allegramente. Da migliaia di chilometri i napoletani stanno facendo sentire tutto il loro calore. Siamo fatti l’uno per gli altri. Non vedo l’ora di incontrarli». Ha letto il calendario della coppa Italia appena uscito. Nel girone del Napoli c’è la Fiorentina del suo amico Passarella e del suo nemico Gentile. Dice di ammirare Zico, di considero Rummenigge più completo, non vuol parlare di Platini. È lui il mio rivale, dice.
Alle 17.20 entra allo stadio San Paolo. Vengono bloccati i cancelli. Nessuno può entrare. Maradona si fa una doccia, poi si prepara per sottoporsi alle visite mediche. Si sdraia sul lettino quando entra Raimondo Marino, uno dei più giovani del Napoli, Diego chiede di poter guardare il prato, il campo del San Paolo. Viene accontentato. Si dirige verso il sottopassaggio, ma non c’è la corrente, non si apre una porta. Entra da varco laterale, Si fa tre volte il segno della croce. Sembra emozionato. Chiede un pallone. Calcia di sinistro. Palleggia. Scambia qualche tiro con l’allenatore in seconda del Napoli, Alberto Delfrati, e con il consigliere Celentano. Segna il suo primo gol. La porta è vuota. Lo stadio pure. Dopo due ore, alle 19,20, deve lasciare lo stadio. Fuori lo aspetta un gruppetto di tifosi. Lo hanno localizzato. Viene organizzata una finta partenza. La grande jeep su cui è arrivato Maradona scatta a razzo, altre auto seguono. Dentro però ci sono soltanto le guardie giurate. Dopo questa finta partenza passa qualche minuto e finalmente Maradona lascia realmente lo stadio. Su una Volkswagen, guidata da Sergio Calò, autista del consigliere Tagliamonte.
“L’INESAURIBILE FANTASIA DEI NAPOLETANI”
C’è Napoli di mezzo, e si scatena la fantasia. Quella negli occhi degli inviati. Così nelle cronache dalla città spunta il signor Carmine Coppola, che pare alla ricerca di un dirigente del Napoli, dice, presentandosi come «l’interprete ufficiale di Pulcinella. Guardate qua, guardate – si rivolge alla Gazzetta – in questa fotografia sto con il celebre Gianni Crosio, qui invece ricevo l’investitura ufficiale da Eduardo. No. questo per dimostrarvi che non dico fesserie. Vorrei partecipare anch’io alla festa per Maradona. Vestito da Pulcinella gli regalerei una maschera al centro del campo». Respinto con perdite. Perdite ne denuncia pure Salvatore Guarianiello, un panettiere di Santa Lucia. Mentre c’è chi “ha tratto profitti – scrive la Gazzetta – vendendo magliette, parrucche, bandiere e sciarpe”, lui ha sbagliato i calcoli. “Non immaginando che il Napoli decidesse all’ultimo momento di rinviare la festa dal 4 al 5 luglio, il signor Guarianiello ha sfornato un quintale di panini più del normale, assoldando cinque o sei ragazzini perché andassero a venderli nei dintorni del San Paolo. Una volta letti i giornali, l’assonnato Guarianiello, che aveva dovuto fare gli straordinari, ha finito per vendere sotto costo i propri panini: tre al prezzo di uno, come nelle svendite”.
Oh, vuol partecipare in qualche modo pure Raffaele Cutolo, il boss che non è capace di intendere e volere, non è responsabile delle sue azioni, secondo gli avvocati Vincenzo Mazza e Alfonso Martucci, che hanno chiesto in quelle ore ai giudici della seconda sezione del tribunale una nuova perizia psichiatrica per il capo della camorra organizzata. Sostengono che sia impazzito «perché il padre è morto d’ infarto a 48 anni ed era alcolizzato, uno zio è affetto da idiozia, un cugino è schizofrenico, una sorella del padre è balbuziente, una sorella della madre è idiota, un cugino ha frequenti attacchi di schizofrenia e un altro soffre di epilessia». Ma al presidente Giacomo Caracciolo, ai magistrati Antonio Cirillo ed Antonio Fiengo, al Pm Federico Cafiero che si consultano e riuniscono la camera di consiglio, ai giornalisti che seguono l’udienza, Raffaele Cutolo spiega che si è presentato in tribunale per un altro motivo. Maradona. «Sono venuto qui proprio in omaggio a lui. Non potevo mancare nel giorno in cui anche lui è a Napoli».
Nel cuore del Maradona Day, spunta il dirigente Paolo Fino che cerca in una cartoleria degli scudetti adesivi da appiccicare alle maglie degli Allievi del Napoli neo-campioni d’Italia, invitati a esibirsi al San Paolo nel bel mezzo dell’accoglienza a Diego, 60mila spettatori, biglietti da 3mila lire scrivono i giornali dell’epoca, la memoria diceva 2mila, chi lo sa. Alle 13 i venditori ambulanti si affacciano intorno allo stadio, e la Gazzetta scrive che “al grido di «hue, hue. cominciano a realizzare i primi affari. Magliette col volto di Maradona a tremila lire, palloncini azzurri a millecinquecento, adesivi a mille, bandiere larghe otto metri a trentacinquemila, bandiere più piccole a seimila, poster a cinquemila, opuscoli sulla vita del giocatore a duemila, ma soprattutto cassette col Tango di Maradona e l’inno del Tifoso innamorato a tremila, quattromila e anche cinquemila lire”. L’inno è quello che diventerà famoso, Maradona è meglio ‘e Pelé.
Con un fazzoletto in testa, naturalmente azzurro, in ginocchio sull’asfalto, viene ritratto Alfredo Di Leva, a sua volta ritrattista, anzi madonnaro salernitano, che diventa un maradonnaro disegnando coi gessetti colorati il volto di Diego sul marciapiede. La Gazzetta racconta che “dentro la scatola due banconote da cinquecento lire. Una di esse vola sospinta dal vento e una mano veloce di un ragazzino a torso nudo la raccoglie per infilarla nella propria tasca”.
La storia scolpirà per sempre le ore 18,31 come il momento in cui lui appare dalle scalette, tutto lo stadio urla Diego Diego, “in curva si accendono fuochi di ogni colore e si spargono fumogeni grigi e azzurri. Si sprecano i botti. Fuori, fuori invoca il pubblico, prendendosela con i fotografi che coprono Maradona. L’altoparlante cerca di dire qualcosa, ma nessuno riesce a sentire. Maradona per farsi vedere va allora vicinissimo alla cancellata, fa il giro del campo, sotto il rettilineo dei distinti, con nugoli di fotografi sempre addosso. Ma almeno adesso la gente lo vede da vicino. Applausi, urla, salti di gioia”. Al microfono dirà un celeberrimo: Buona sera napolitani, una sgrammaticatura che eguaglia l’altro famoso Se sbaglio mi corrigerete.
I COMMENTI
Fa caldo, fa un caldo bestiale anche nella palestra del San Paolo, trasformata in sala di conferenza. Un lunghissimo tavolo con venti poltroncine, un cordone di stoffa che separa il settore riservato ai giornalisti. Alain Chaillou, inviato del primo canale della tivù francese, viene messo alla porta dal presidente Ferlaino perché ha chiesto a Diego se conosce la camorra, se pensa che c’entri qualcosa nel suo trasferimento al Napoli. È come se io andassi a casa sua e gli dicessi: «Sei un disgraziato» . Così Ferlaino spiegherà il motivo del suo gesto.
Carlo F Chiesa sul Guerin Sportivo scriverà: “Giovedì 5 luglio 1984, è una giornata che sembra storica: Napoli scorre nel film di un incredibile delirio collettivo che si placherà solo dopo ore, scorrono impazziti per le strade i napoletani. Le loro facce non sanno cosa s’annidi nella stiva del futuro, il loro gridare, gioire, delirare respira nell’aria salmastra e inquinata dagli scarichi delle automobili una sola certezza: quella del vivere quotidiano. Oggi, stasera, hanno Maradona, il piccolo re capace d’incoronarli tutti sul campo, sulle strade come sugli spalti; il magico gnomo in grado di tenerli a galla oltre il pelo dell’acqua dei mille problemi, delle mille difficoltà che amareggiano l’apparire di ogni giorno. E ci s’accorge di come questa città, che allo sguardo superficiale par semplicemente riluttare a far proprio il ritmo degli altri, sia invece sola da sempre: desolata- mente sola a specchiare nella magia del suo panorama acquamarina l’insensibilità dei politici, l’avarizia e l’avidità di capi e responsabili, l’insulso paternalismo dei troppi censori di comodo. Non solo la delinquenza organizzata sgualcisce la cartolina fosforescente del Golfo che proietta le sue lame di luce all’infinito: dovrebbe saperlo Alain Chaillou, il corrispondente del primo canale della tivù francese che alla conferenza stampa di Dieguito ha acceso Ferlaino fino a farlo divampare di sdegno e calpestato orgoglio, fino a fargli estrarre con lo sguardo lucido e la voce umiliata il cartellino rosso per il giornalista d’Oltralpe che aveva disinvoltamente manipolato il luogo comune, mescolando con impietosa malizia, nella sua domanda-accusa, camorra e soldi del calcio“.
“Non c’è qui solo la violenza d’armi dei malviventi organizzati: c’è quella della droga che minaccia e avviluppa una gioventù senza evidenti vie d’uscita dalla disperazione, c’è la miseria che s’arrampica lungo i cornicioni sbreccati e scrostati delle povere case dei bassi, c’è la fame che allarga gli occhi dei bambini di Napoli che ancora sgattaiolano per chiedere il pane ai tavoli dei ristoranti all’aperto. C’è il terremoto, che apre crepe sui muri delle case e nei cuori disperati della gente; mentre a poca distanza Pozzuoli, deserta oramai di voci e di passi, si solleva giorno dopo giorno lentamente verso il cielo, abbandonando il mare e in esso le possibilità di sopravvivenza di abitanti costretti ad andarsene. C’è tutto questo, incrostato come salsedine all’oleografia inesausta del paesaggio e del sole: ebbene, oggi Maradona riempie dei suoi occhi di napoletano tornato alla sua terra le bancarelle, sfama migliaia di bocche con l’industria del sommerso che s’è attivata nel suo nome. Ha già riempito lo stadio di sorrisi festanti, ricolma di promesse l’orgoglio di un’intera città tradita dalla storia, che ancora una volta solo attraverso il calcio può approdare ad uno spiraglio di speranza di primato. E allora? Dieguito ingrosserà le schiere di napoletani ai botteghini degli abbonamenti e delle partite domenicali, offrirà spettacolo e rivincite per tutti i napoletani che così poco hanno dalla vita in dono per gioire. Porterà allo stadio plotoni di ragazzi, dirottandoli magari dalle vie sbagliate che come rivoli si dipanano dal cuore ferito di questa città. E allora?, ripetiamo. E proprio un delitto questo «affare Maradona», come molti si sono affrettati nelle settimane scorse a proclama- re, spargendo sale sulle piaghe di Napoli? Quelle piaghe che certo non provvedono loro a guarire, continuando meccanicamente a denunciarle dandosi l’un l’altro sulla voce. I cronisti non sportivi che un po’ da ogni parte son piovuti nei giorni immolati a Maradona, son venuti a cercare qua e là le pennellate d’ineguagliabile colore partenopeo: quelle manifestazioni di affetto e gioia”
Gianni Brera dalle colonne di Repubblica si rivolge allo scrittore Luigi Compagnone in una lettera aperta. “E adesso, in certo modo, noi tutti ci sentiamo in pace con le nostre coscienze. L’ arguzia napoletana ci perdona: bastano quindici miliardi per consolarci di ogni jattura. Non scriverò mai un rigo per disapprovare questi ineffabili alunni del sole. Andrò piuttosto a vedere Maradona e sarò lieto di ammirarne il genio. Quante cose non si riesce nemmeno a intravedere, oggi come oggi! Sappiamo solo che se un poeta-musicista vorrà cantare l’arrivo di Maradona in elicottero, fatalmente dovrà ricordarsi del Cigno di Sigfrido. Il romantico Wagner si rifaceva al mito: i napoletani irridono al suo genio facendo sgattaiolare Maradona da un mostruoso cervo volante. Sarà di notte, spero, e improvvisamente Vulcano risveglierà le fiamme del Vesuvio. Niente più di un tuono e di un trictrac rossiccio disegnato nel cielo. Poi Maradona chiederà una palla e incomincerà ad animare in terra la sublime armonia dei mondi. Per favore, don Anto’ , tenetemi un posto alla solita tavola ad angolo”
Ancora su Repubblica, Mario Sconcerti cerca un angolo per gettare uno sguardo sul calcio che ci aspetta. Scrive: “Di scandalo in scandalo – tra virgolette – ci si avvicina finalmente alla chiusura del mercato. Tutti hanno diritto a un lamento e ad una profezia. Ci si scandalizza per Giordano e Briaschi, Gentile e Collovati, ma in realtà nessuno è in grado oggettivamente di dire dove comincia l’errore. Sembra il primo mattino di un mondo che aspetta di capire e verificare, magari sulla pelle, la nuova legge. Se nell’ attesa valgono i vecchi criteri, è sicuro almeno che il prezzo lo fa la domanda. Molte richieste, molti soldi. È il fino a dove, il limite, che resta per ora oscuro, difficilmente decifrabile. Il riuscire a conciliare la follia ragionata o perfino un investimento audace con gli equilibri normali di una squadra; lo stabilire una sorta di parametro tecnico e psicologico per cui se Maradona ha diritto a cento, De Rosa non può pretendere venti, anche se nessuno “meccanicamente” vale cinque volte meno di nessuno. Su questa pista di ghiaccio il calcio scivola alla ricerca dei suoi nuovi confini. Scandalizzarsi per questa sorta di derapage chissà quanto controllato è la soluzione più ovvia, la più banale. La verità è che nessuno è in grado di stabilire dove finisca l’ imprenditorialità e comincia l’ avventura in un mondo dove l’ imprenditorialità è negata per legge (le società non possono avere fini di lucro…). Procedendo per tentativi è chiaro che il calcio ha finito per dilatare se stesso. Può scoppiare, ma è un rischio che deve per forza correre se vuol riuscire a capire il suo tempo e il senso della precipitosa, durissima fuga in avanti a cui è stato inevitabilmente costretto”.
Enzo Biagi, dalla prima pagina del giornale di Scalfari, ironizza: “La storia della P2 è più complicata di Rashomon quel film giapponese nel quale ognuno proponeva una sua visione dello stesso fatto. Solo che qui non ci sono di mezzo dei samurai, ma dei furbacchioni e quello che preme non è la ricerca della verità ma di una via d’ uscita. Sta a vedere che, alla fine, l’ unica che si comporta da uomo è Tina Anselmi, che almeno dice quello che pensa. L’avvenire si presenta incerto e confuso: per fortuna che, in quest’ ora difficile, è arrivato Maradona”.
Gian Paolo Ormezzano su La Stampa aggiunge: “Fare del moralismo? Maradona, dicono a Napoli, costa come due Briaschi e mezzo. Tiene ventiquattro anni scarsi e costa come un Rummenigge e mezzo, cinque anni più vecchio 11 tedesco. Porterà grosso movimento di denaro. Il Napoli ha il primato degli spettatori, nell’ultimo campionato, ma sta all’ottavo posto come Incassi: verranno ritoccati i prezzi, Ferlaino il presidente gode sin d’ora della massima comprensione. Sponsorizzazioni assortite forniranno oro ulteriore al giocatore (oltre 3 miliardi fra percentuale sul trasferimento e ingaggio del primo anno) ma anche al Napoli. Maradona e tutti gli altri stranieri acquistati In questi mesi dal nostro calcio fanno 45 miliardi, come — dicono a Napoli — quindici giorni d’importazione di carne da fettine. Napoli non accetta lezioni e neppure patisce o frequenta demagogie spicciole. Inutile sparpagliare male i miliardi, comprare cinque giocatori da tre miliardi l’uno, prendersi cinque bidoni, sul mercato matto italiano, senza smuovere un baffo al tifosi, senza incrementare abbonamenti e incassi, senza rilanciare, e subito, Il Napoli. Poi c’è, ovvio, tutta l’oleografia, la ridda degli slogan pittati, compreso quello storicamente blasfemo che vuole le quattro giornate di Napoli sostituite delle quaranta nottate di passioni del Napoli. E c’è la voglia di pazziare di nuovo”
La Chiesa, certo. Interviene anche la Chiesa che considera «irragionevole e condannabile l’euforia fanatica di migliaia di tifosi che manifestano assoluta mancanza di senso delle proporzioni e di gerarchia di valori a proposito dell’acquisto del giocatore Diego Maradona»: lo scrive così sulla rivista Prospettive nel mondo il teologo gesuita Armando Guidetti, che continua: «Né lo sport, né i suoi atleti sono realtà che possono giustificare questi fenomeni deliranti».
E chi lo sa, chi lo può dire. Lo scrittore Giulio Nascimbeni sul Corriere della sera, dice: “Se «Don Peppino» Marotta vedesse, se il caro scrittore, scomparso vent’anni fa, fosse chiamato a parlare della sua Napoli di questi giorni … L’ipotesi potrà apparire un gioco, ma come resistere? Marotta ha sparso nei suoi libri migliaia e migliaia d’immagini: anche se temeva il foglio bianco perché gli sembrava «vuoto come la paura», sapeva poi accendersi come fanno i fuochi d’artificio, tanti colori e fragori, tanti scoppi e lampi. Mi chiedo se «Don Peppino. avrebbe affrontato «lo strazio» (lui si esprimeva così) di dire qualcosa della folla, qualcosa dell’idolo Maradona, re senza scettro, e di tutta questa Piedigrotta miliardaria. Mai come adesso mi sembra vero quel che Marotta attribuiva alle notti napoletane: «La notte è un interrogatorio di terzo grado, coi riflettori puntati in faccia e una stridula voce che ripete: sei contento, ammettilo, ti diverti!». Anche Maradona rientra in questa spe- cie di gioia forzata, di contagio della festa. La lunga odissea della trattativa, l’andirivieni dei telex, il mugugno del resto d’Italia, le cifre vertiginose, i raf- fronti impietosi con la situazione generale della città, tutto si annulla in un oblio collettivo. Marotta avrebbe cercato per imprimersele negli occhi le presenze della vecchia, lacera, pattuglia dei suoi personaggi, gli «alunni del sole». Li avrebbe chiamati per nome come in un appello: Don Federico Sorice, Catello Debbiase, Rosario Nepeta, Salvatore Cadamartori, Alfredo Tescione, Don Vito Cacace, Armanduccio Galeota … C’erano costoro al San Paolo? Indossavano la maglietta con la testona del putto sudamericano? O sono fermi alla squadra d’altri tempi che ebbe folle meno oceaniche? «Don Peppino. scuoterebbe la testa: tutto questo non importa. Come non importa che un giornalista francese abbia chiesto ieri al presidente Ferlaino se ci sono di mezzo i soldi della camorra. A Marotta le mani non s’incurvavano per preparare un pugno, ma soltanto perché gli pareva di avere sempre vicino un remo. Adesso c’è un nuovo «alunno del sole», molto diverso da tutti gli altri: non ciabattino, non carbonaio, non dottore dello scongiuro o interprete di cabale. Un alunno difficile. cui hanno dato per casa una villa a picco sul mare di Posillipo. In passato vi furono ospitati i Savoia. «Il tempo – scrisse “Don Peppino” – è imbrogliato come una matassa»”.
È solo il primo giorno. Il primo giorno di sette anni. Gli effetti già si vedono. Il Napoli ha preso pure Salvatore Bagni.