Nella lunga attesa dei Celtics per un altro anello, i Lakers avevano infilato il 15esimo, il 16esimo e il 17esimo, due con Bryant e uno con Lebron, ma proprio nell’anno in cui Kobe era indicato come lo spirito guida dopo l’incidente in elicottero. Tutto si può discutere nel basket eccetto la verità che a Boston conoscono e predicano: essere un Celtics significa battere i Lakers. Così il risveglio di stamattina ha preso un’aria profumata, ci sono i cassetti in ordine e il servizio buono di piatti non è più scheggiato. Sedici anni dopo Ray Allen, Kevin Garnett e Paul Pierce, i Celtics sono di nuovo in testa all’albo d’oro della NBA, con un 18esimo anello che viene definito un capolavoro, il frutto di una semina lunga, 18 sconfitte appena nella stagione regolare e tre nei play-off. I Celtics ci sono arrivati vincendo la loro 80esima partita su 101, senza mai trovarsi in svantaggio e con un +21 all’intervallo.
Tha Athletic racconta allora questo mare di coriandoli verdi e bianchi caduto dalle travi del Garden prima che la squadra sollevasse il trofeo con l’allenatore Joe Mazzulla, il più giovane negli ultimi 48 anni a vincere il titolo. “La maggior parte delle forze di polizia di Boston – si legge – erano in servizio fuori dall’arena, con l’ordine ai bar della zona di non far entrare nessuno già dopo l’intervallo e l’invito a chiudere porte e finestre, se i festeggiamenti fossero sfuggiti di mano”.
Un titolo nel nome dei Jays. MVP della finale Jaylen Brown, ancora formidabile in difesa su Luka Doncic, pur accumulando a sua volta 21 punti, mentre Jayson Tatum ha chiuso con 31 punti e 11 assist, di cui 9 nel primo tempo, “abbastanza per mettere a tacere molti critici che ne avevano fatto il simbolo dei Celtics sempre piazzati e mai vincenti”. Insieme hanno contribuito a portare Boston a sei finali di Conference e due finali NBA. La maledizione finisce qui, ce l’hanno fatta. Insieme avevano stabilito il record NBA di partite di playoff giocate [107] prima di vincere un titolo. Tatum ha pure accumulato il quinto maggior numero di punti nei playoff prima di un anello, dietro a Jerry West, LeBron James, Dirk Nowitzki e Kevin Durant.
Agli americani piace parlar di cifre e di confronti, così adesso bisogna stabilire se questa coppia – ricorda The Athletic – sia Tatum+Brown oppure Brown+Tatum. Perché fra i due un minimo di rivalità esiste [“questo dovrebbe accadere con i grandi giocatori, giusto?”], ma non tanto da mandare a male l’obiettivo. Jason Kidd, allenatore di Dallas, ha provato a farlo diventare un argomento in suo favore, quando ha detto che il miglior giocatore di Boston è Brown. Pensava di innervosire Tatum. “La risposta all’affronto, se di questo si trattava – dice The Athletic – è stata quella di diventare una macchina di assist, pensando al quadro generale, e dunque al titolo”.
LA SQUADRA
Ma è evidente che i Celtics non sono solo i Jays. Il centro Kristaps Porziņģis, fuori da Gara-2 dopo la lunga assenza per l’infortunio al tendine della caviglia sinistra, è tornato per la partita decisiva e ha messo cinque punti. Jrue Holiday, che come Porziņģis è stato aggiunto alla squadra in estate, ha contribuito con 15 punti. È campione per la seconda volta, tre anni fa era ai Milwaukee Bucks. Tatum e Holiday tra i convocati degli USA per le Olimpiadi di Parigi, dove Holiday cercherà la doppietta anello+oro che gli riuscì a Tokyo. Derrick White ha regalato 14 punti e otto rimbalzi. È caduto sul parquet sbattendo la faccia, tagliandosi il labbro e scheggiandosi un dente. Frase da consegnare agli almanacchi: «Perderei tutti i miei denti in cambio di un anello». E poi c’è Al Horford, 38 anni, l’uomo che ha giocato il secondo maggior numero di partite nei playoff [186] prima di vincere un titolo, sette in meno di quante ne toccarono a Karl Malone [193]. Horford ha concluso con nove punti e nove rimbalzi in 32 minuti.
Steve Buckley su The Athletic certifica che “i campioni sono più della loro coppia, sono il più dolce dei sigari fumati dopo una vittoria. Nella moderna NBA, le dinastie semplicemente non esistono. La tua squadra potrebbe anche disporre della fortuna di avere un paio di grandi giocatori, o anche due o tre abbastanza bravi, eppure potrebbero volerci un anno, due, tre, prima che tutto torni, prima di vincere un campionato. Ammesso che accada. Anche se questa non è una dinastia – non ancora, almeno – ogni Celtic dovrebbe ammirare il modo in cui è arrivata al traguardo”.
L’ALLENATORE
Era dal 1976 che non c’era un Joe Mazzulla, un 35enne in grado di portare dalla panchina la squadra al titolo. È più giovane di LeBron, per dire. È il sesto coach Under-35 campione, il primo dopo Bill Russell nel 1969.
Di lui ha parlato domenica nella sua rubrica su Repubblica lo scrittore Gabriele Romagnoli. “Un grande allenatore potrebbe esserlo in qualunque sport di squadra? La premiata serie televisiva Ted Lasso racconta la storia dell’omonimo mister che passa dal football americano a quello inglese [per noi: calcio]. È fantascienza? O no? La domanda si legittima vedendo la curiosa relazione esistente tra il coach che ha vinto la Premier [Pep Guardiola] e quello che quasi vinto l’Nba [Joe Mazzulla, avanti 3 a 1 nella finale]. Si sono incontrati prima a Manchester, poi a Boston. Pep ama la pallacanestro, Joe il calcio. Insieme hanno discusso a lungo. Di che cosa? Dello spazio, soprattutto. Di come crearlo, poi puoi inserirci un centrocampista o una guardia, ma prima devi togliere un altro mattone dal muro per non andarci a sbattere. Il pressing dove lo ha preso il calcio se non dal basket? La riaggressione, le distanze ridotte, idem. Un giornale americano ha scritto che invece Mazzulla si è da sempre interessato al tiki-taka, che crea una ragnatela di passaggi in attesa che si formi il buco. Non fosse che nella pallacanestro l’azione ha un limite temporale e sai quante sirene avrebbero bloccato Iniesta? Sostiene Mazzulla che calcio e basket siano un po’ lo stesso sport dal punto di vista tattico, che risolvano identici problemi: come si creano situazioni di vantaggio? Come si riconoscono i punti deboli di una difesa e come si sfruttano gli angoli? E che Guardiola sia il miglior allenatore, punto. In assoluto. Potrebbe vincere un anello Nba? Forse, se gli sceicchi gli confezionassero un quintetto di lusso”.
Si insediò a Boston nel settembre 2022, arrivando dopo la cacciata di Ime Udoka, l’uomo che aveva riportato i Celtics in finale, scoperto in una relazione sentimentale impropria con una dipendente. Così, sulla panchina che fu di Red Auerbach e Bill Russell, di Tommy Heinsohn e K.C. Jones, di Rick Pitino e Doc Rivers, misero un ragazzotto con zero presenze in NBA, padre siciliano [Daniel] e madre afro-americana [Latresa]. Il Boston Globe raccontò che suo padre e suo nonno hanno entrambi trascorso la loro vita lavorativa al servizio del Johnston Parks and Recreation Department. Dan Mazzulla è morto per un tumore al cervello quattro anni fa. È nella Bryant College Hall of Fame perché ha giocato a basket per cinque stagioni da semi-professionista in Cile. Un suo ex compagno di squadra riferisce che «non era un ragazzo con cui vorresti litigare in un bar alle 2 del mattino». Ecco. Mamma Latresa è invece rimasta a vivere in California.
Alla fine del primo allenamento diretto da capo allenatore, dopo quattro anni trascorsi a imparare cose nello staff tecnico, Joe Mazzulla raccontò che – come la maggior parte dei ragazzi del Rhode Island – era cresciuto facendo il tifo per i Providence Friars. Era andato al Fleet Center per vedere i Celtics in tutto due volte. Per capirci: non ha mai visto giocare dal vivo Larry Bird, non ha mai visto giocare dal vivo Michael Jordan. «Ho grandi giocatori e grandi persone intorno a me – disse Mazzulla – quindi posso permettermi di essere quello che sono. Sono qui da quattro anni e ho costruito le mie relazioni. Non credo che ai ragazzi importi da dove vengo, se ho giocato o se non giocato. Penso che gli importi del fatto che io tengo a loro. E comunque siamo 0-0: nessuno è ancora arrabbiato con me». Un bel tipo.
GARA-5
“Più progrediva la quinta finale, più assomigliava a un incontro di boxe”. È così che la descrive L’Équipe. I Celtics erano alla 101esima partita della stagione, i Mavs alla 104esima, due squadre stanche. Boston ha tenuto Dallas sotto la soglia dei 100 punti per la quarta volta in cinque partite, si è giocato solo un tempo degno di una finale, chiuso con un canestro segnato dalla propria metà campo da Payton Pritchard. Quando i punti all’intervallo sono saliti a 21 punti [67-46], il capocannoniere dei Mavs non era né Luka Doncic né Kyrie Irving, ma Derrick Jones Jr, “segno che qualcosa non andava in casa texana, erano alle corde” prosegue L’Équipe con il suo paragone pugilistico. “Appena tre minuti dopo la ripresa del gioco si sono avvicinati a un distacco di 30 punti e hanno preferito gettare la spugna. Il resto della partita si è tenuto con molta meno intensità”.
Il Washington Post con Ben Golliver dice che “nonostante i loro risultati sfarzosi e il loro ottimo finale, i Celtics non sono mai stati adulati come altre super squadre del passato. Ci sono alcune spiegazioni ovvie: manca un’icona alla Michael Jordan, Shaquille O’Neal o Stephen Curry; hanno beneficiato delle assenze per infortuni di Jimmy Butler a Miami, Donovan Mitchell a Cleveland e Tyrese Haliburton a ‘Indiana; hanno trascorso gran parte di questa stagione cercando di sfuggire all’ombra delle precedenti delusioni nei playoff che li inseguiva”.
Ma questa squadra ha mostrato un’altra stoffa, più profonda, più concentrata, più disciplinata rispetto al gruppo che era avanti 2-1 nelle finali 2022 contro i Warriors o che ne perse tre di fila in finale di Conference contro Miami.
In un appartamento di Worcester, a 48 miglia dalla città, davanti al televisore stava seduto Bob Cousy, 96 anni in agosto, una delle leggende del ciclo Anni Cinquanta-Sessanta, desideroso di una cosa sola: vedere l’anello numero 18. “Era l’Houdini di Hardwood” dice il Washington Post. “Pensate che Cousy sia rimasto entusiasta del modo in cui Tatum si è esibito in queste finali NBA? Pensate che Cousy si sia divertito con questa squadra dei Celtics? Si apre un ciclo? Sono tutte risposte da cercare. È questa una delle più grandi squadre Celtics di sempre? Adesso sì” dice The Athletic.
DALLAS E DONCIC
Quanto agli sconfitti, in Spagna sono dispiaciuti per il graffio lasciato dai Celtics sulla pelle di Lukone Doncic, cresciuto presso di loro al Real Madrid. In Francia, L’Équipe sostiene che questa serie ha mostrato i suo limiti. “Anche se va elogiato per aver portato Dallas in finale, cosa che in pochi avevano previsto, lo sloveno ha attirato l’attenzione paradossalmente per le sue evidenti carenze difensive. Boston si è divertito ancora una volta in gara-5, puntandolo costantemente, anche a costo di tentare tiri incredibili pur di cercare di farlo sbagliare. Doncic ha chiuso con molto volume [28 punti, 12 rimbalzi, 5 assist], ma per un ex vincitore di Eurolega ed Europei, si tratta di una battuta d’arresto che assomiglia a un passo indietro”.
Vero, ma come fa notare The Athletic, i Mavericks erano la testa di serie numero 5 a Ovest, con soli due giocatori nella rotazione di età superiore ai 27 anni. Hanno altra strada davanti.
LA HALL OF FAME
Ora per i Jays e per questi Celtics, in prospettiva, comincia il cammino verso la Hall of Fame. Boston è la squadra più rappresentata, sia per la mole di titoli sia perché il museo è in Massachusetts, a Springfield, dove “la vita scorre come l’acqua”, cantava Carole Fredericks. Sulle rive del fiume l’insegnante di educazione fisica James Naismith inventò il basket nel 1891. Lì fu costruita nel 1968 la Hall of Fame, spostata due volte di sede, nel 1985 poi nel 2022, per trovar posto oggi in una gigantesca sfera metallica, frequentata ogni anno da 200.000 persone. L’Équipe è andato a raccontare questo “ambiente bancario, dietro un’enorme finta porta blindata, nel quale spuntano tesori come l’imponente trofeo Walter A. Brown, una maglia da esordiente di Larry Bird o un sigaro di Auerbach”.
La sorpresa è trovare l’ingresso tra una banca e una gelateria, “in un’atmosfera più da centro commerciale che da terra sacra del basket”. Potete fare un selfie accanto alla sagoma da 2,29 di Yao Ming, potete misurare la mano con il calcio di quella Anthony Davis, potete avere le allucinazioni davanti alla scarpa di Shaquille O’Neal, o sudare al pensiero di mettere la pesantissima maglia dei New York Celtics di inizio Novecento. Ci sono pure i fogli di carta su cui Naismith scrisse le prime tredici regole del gioco. “Molti apprenderanno che nel 1950, un mini punteggio di 19-18 spinse l’NBA a creare la regola dei 24 secondi per porre fine a i passaggi interminabili. Nella sua missione storica, il museo non dimentica di ricordare che lo sport ha maltrattato a lungo le donne – costrette a giocare sei contro sei per i dubbi sulle loro capacità fisiche – e i neri, a cui era vietato mangiare con i compagni di squadra durante le trasferte in alcune città”.
Goditi tutto, Boston. Sei in cima a questa storia.