La catena alimentare del calcio. Tutto quel che brilla, se lo portano via

Ovunque ti giri c’è tristezza. In Italia e fuori. Milanisti, juventini, napoletani, bolognesi, tutti hanno un motivo per starsene mogi in disparte. Hanno la tentazione di mettere il muso finanche nel posto dove il pallone è rotorlato con più gioia per tutto l’anno, a Leverkusen, dopo un primo storico scudetto, una finale di Coppa di Germania da giocare, una di Europa League raggiunta, ma persa. Nella sua newsletter On Soccer per il New York Times, Rory Smith sospetta che a distanza di qualche anno i tifosi del Bayer torneranno a pensare alla finale di Dublino lasciata all’Atalanta, molto più che alla Bundesliga dominata.

E se Exequiel Palacios avesse visto arrivare Ademola Lookman ? E se Granit Xhaka non avesse perso la palla? E se Edmond Tapsoba avesse allungato la gamba? La finale poteva essere diversa? Il Leverkusen avrebbe potuto battere l’Atalanta? Xabi Alonso avrebbe potuto fare il triplete da imbattuto?.

È crudele che il mondo giri a questo modo. La stagione di Alonso ha superato la più fantasiosa delle ambizioni, ma niente fa male come il quasi. A Leverkusen, che lo vogliano o no, se chiederanno sempre come sarebbe finita a Dublino se.  

 

È il calcio dei se. Ma a Leverkusen hanno qualcosa che altrove manca. Hanno la voglia di Xabi Alonso di fermarsi e non scappare altrove. Ha preso un impegno a lungo termine con il club e non ha intenzione di romperlo alla prima occasione disponibile. È un comportamento che il giornalista del New York Times definisce controculturale.

Il calcio – scrive Smith – non solo è condizionato nel credere che ogni onda debba essere cavalcata, ma è strutturato economicamente in modo tale che qualsiasi cosa nuova, brillante o promettente venga immediatamente ingoiata dai più grandi e i più bravi, spesso autoproclamatisi tali.

Un altro degli esempi fatti da Smith è Kieran McKenna, 38 anni, la guida dell’Ipswich nella doppia scalata dalla C alla Premier League. Un ritorno a distanza di un ventennio. Ma McKenna potrebbe essere altrove.

È corteggiato da un pesce più grosso, il Brighton, che a sua volta ha visto Roberto De Zerbi corteggiato da pesci più in alto nella catena alimentare. Pare che il Chelsea stia per offrirgli un lavoro, e nella sarcastica definizione di Smith vuole offrirgli la possibilità di essere licenziato in questo periodo l’anno prossimo

E vogliamo parlare del Crystal Palace? Negli ultimi due mesi della stagione si è trasformato in una sorta di incrocio tra il Barcellona dell’era Guardiola e la squadra di Michael Jordan in Space Jam, ispirato dal lavoro del suo nuovo allenatore, Oliver Glasner, dal talento di Eberechi Eze e Michael Olise. Il Palace che rischiava la retrocessione improvvisamente è parso inarrestabile. Ha battuto il Liverpool ad Anfield, ha battuto il Manchester United per 4-0, ha sminuzzato l’Aston Villa. Sotto il sole di Selhurst Park, deve essere stata forte la tentazione di fantasticare su ciò che questa squadra potrebbe realizzare nella prossima stagione. Ma ovviamente è un sogno ad occhi aperti. Tottenham e Manchester City stanno seguendo Olise. Eze è accostato al Manchester United e al Chelsea. Una delle stelle, o entrambe, se ne andranno, e al Crystal Palace non rimarrà altro che il ricordo di una primavera magica.

Questo è il grande dolore del calcio moderno, dice Smith, che nonostante tutto lo splendore, il glamour, l’hype e il buzz, la sua economia brutale lascia la maggior parte dei tifosi e la maggior parte delle squadre, con nient’altro che una successione di se.

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È un tema toccato pure da Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenicale per Repubblica.

La verità è che la felicità umana non è una condizione permanente. Niente la mantiene. Non la quantità. Nove scudetti consecutivi non ripagarono gli juventini della notte di Cardiff. I tifosi del Napoli hanno assistito a un miracolo lo scorso anno, ma proprio questa auto-convinzione di irripetibilità ha aperto la porta allo sfacelo seguente e aver accettato comunque il patto con il destino (“va bene anche l’oggi in cambio di quell’ieri”) lo ha reso irreversibile. Ma va così e lo sappiamo. C’innamoriamo di Sinner e abbiamo paura che si sia già incrinato qualcosa. Della Goggia e s’incrina spesso. Dovremmo eliminare dalla nostra vita tutte le cose di cui si sa in partenza che provocheranno più dolori che gioie: il gioco d’azzardo, il fumo, il tifo. Resteranno gli amori e le fedi. Oppure accettare come episodica la soddisfazione (lo scudetto di Caserta nel basket, la rimonta dei Red Sox), sapendo che è un’oasi dove non ci è dato restare. C’era una pubblicità, prima delle partite domenicali alla radio. Diceva: «La felicità è un attimo, dividila con…» chi non ti volterà le spalle un istante dopo.

 

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