Tappa-5. La Gino Paoli-Puccini vinta da un pistard francese in fuga

C’è un documentario su Luigi Tenco, un viaggio fra i paesi che il cantante ha amato [Cassine, Ricaldone], nel quale i suoi amici d’infanzia lo descrivono come «un ragazzo a modo», un ragazzo che aveva la bicicletta perché era benestante, «ma la prestava per far giocare anche noi». È curioso questo slittamento di censo. La bicicletta era sempre stata lo strumento del popolo. Ne possedeva una anche Agostino, di famiglia povera, la usava per lavorare nei campi dell’Agnata. Ogni mattina, con qualsiasi clima, arrivava al lavoro nei campi pedalando da Tempio. Un giorno, alla fine del lavoro, va a riprenderla e non la trova, si dispera, pensa che gliel’abbiano rubata. Invece era successo che Fabrizio De André avesse ordinato di comprargli un Ape e regalarglielo. È scritto in Amico Faber – Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi [Enzo Gentile, Hoepli]. 

Ce ne sono tante di biciclette, nelle vite dei cantanti genovesi. Gino Paoli ha scritto un inno a Coppi [un omino con le ruote contro tutto il mondo], Bruno Lauzi metteva nelle scalette dei suoi concerti Bartali di Paolo Conte. I New Trolls cantavano la preghiera al Signore di Irish, quello che non ha la bicicletta, tu lo sai che lavoro e alla sera le mie reni non cantano, tu mi hai dato il profumo dei fiori, le farfalle, i colori, e le labbra di Ester create da te

C’era una bicicletta anche nel videoclip di Ho visto Nina volare. La rivista Limina andò a rintracciarla, la vera Nina, Nina Manfieri, alla quale De André aveva pensato per la sua canzone senza dirglielo. 

«Mio figlio era tornato a casa un pomeriggio e mi aveva detto che De André doveva avermi dedicato una canzone. Io avevo dato poco peso a questa rivelazione, non poteva essere vero. Poi, però, la ascoltai e vidi il videoclip in televisione: c’erano due bambini, una femmina e un maschio, una bicicletta, delle corse a perdifiato per i campi. Non ebbi più dubbi, quella canzone era per me, i ricordi, l’altalena, il miele delle api che tanto ci interessava osservare, il padre che aveva dovuto cambiar paese. Mi emozionai immensamente: io non avevo dimenticato Fabrizio, e in quel momento ebbi la prova che lui non aveva dimenticato me». 

I POETI DI GENOVA

C’è una bicicletta in Buffalo di Eugenio Montale [Udii gli schianti secchi, vidi attorno curve schiene striate mulinanti nella pista], ne provava fastidio Edoardo Sanguineti. O meglio: provava fastidio per un certo modo di raccontarne le gesta. Nel saggio La poesia italiana del secondo Novecento contenuto in Comunicare. Letterature lingue, polemizza con Alfonso Gatto, un poeta ermetico, bravo, arruolato da L’Unità per alcuni Giri d’Italia.

Sanguineti dice che Gatto scrive una poesia che comincia con questo verso: «Forse pedala nella sera l’uomo».  Sanguineti lo trova un esempio tipico di poetese. Già «pedala nella sera». «Pedala» è audace – scrive – perché «pedala» è linguaggio comune. Però «nella sera», «pedala nella sera» non è proprio ciclismo dell’esperienza quotidiana. E poi «l’uomo», non il ciclista ma l’uomo. «Forse»: l’unica cosa che mi viene da dire è o pedala, o non pedala! Non è un problema di antipodi. Questo è un esempio tipico di poetese cristallizzato. Per far poesia io devo essere indefinito, allora posso fare uno sforzo di buona volontà e cercare di rappresentare uno che se ne va in bicicletta. C’era arrivato persino Giovanni Pascoli, insomma, a rendere poetica la bicicletta con cautela, e poi faceva «dlin dlin» con il suo campanello, e questo si armonizzava con la campagna, perché il mondo industriale faceva spavento ai poeti

 

LA FUGA DI THOMAS

  Da questo mondo genovese di biciclette sia rurali sia borghesi, indefinite, poetiche, si è mosso il pistard Benjamin Thomas per andare a vincere la sua corsa più nobile su strada. Da solo. La fuga è arrivata. Fino a Lucca, la città di Puccini.

Stefano Zago su Al Vento ha scritto: Del resto, decidere vuol dire escludere almeno una possibilità, non vale solo per un ciclista. In fuga, in caccia: una di quelle scelte apparentemente assurde, quasi sempre, che, però, ci si ostina a compiere, contro la logica. In fondo raccontare della bicicletta è anche raccontare di tutto ciò che c’è di irrazionale nel suo equilibrio, nel suo piacere, nella sua fatica che fa la tana nei muscoli; perché? Perché sono gli esseri umani a scegliere e gli esseri umani sono fatti di tutto questo. Giacomo Puccini era di Lucca, la città d’arrivo, lui che prima «un poco traballando e molto serpeggiando procedeva autonomo» sul “bicicletto”, dopo «riduceva i suoi compagni di viaggio come tanti peperoni, con rispetto parlando». Può essere che la musica e la bicicletta abbiano qualcosa in comune? Che la composizione di un’opera e una volata, una fuga, si somiglino? A noi vengono in mente le mani dei pianisti, mentre provano e riprovano, forse una parte di risposta è qui.

Thomas è una delle speranze di medaglia francesi per i Giochi di Parigi. A Tokyo ha vinto il bronzo nell’americana. Il suo record su pista è impressionante: cinque titoli di campione del mondo, nove di campione d’Europa, sei volte campione di Francia. Andò vicino alla vittoria nella tappa di Carcassonne al Tour 2022. Lasciò il gruppo a quasi 50 km dal traguardo in compagnia di un altro francese, Alexis Gougeard. A meno di cinque dall’arrivo, Thomas si scollò pure da lui. Aveva quasi vinto. A 500 metri dalla linea venne catturato dai treni delle squadre dei velocisti, vinse Jasper Philipsen – come racconta L’Équipe

Daniela Cotto su La Stampa racconta oggi che codesto Thomas è fidanzato con la collega Martina Alzini, dal 2017 vive sul Lago di Garda, ama i Maneskin e il nostro paese. Ecco perché parlava così bene l’italiano in tv. Thomas a Parigi sarà uno degli avversari del quartetto italiano con Ganna e Milan.

La Stampa ne ha parlato con Marco Villa, il ct della Nazionale. 

Villa dice: «La pista non toglie nulla alla strada. Da anni con la federazione seguiamo questo percorso». Poi parla dei suoi: «Pippo è più cronoman e meno veloce rispetto a Johnny, lo dicono i risultati. Però tutti hanno doti eccelse. Questo significa che Pippo se serve diventa più veloce, sa adattarsi. Come fa Jonathan. Poi c’è Consonni, ha meno doti degli altri ma non demorde mai. La sua tenacia fa la differenza e ha una soglia della sofferenza molto alta. Puntiamo all’oro, ci crediamo ma sappiamo che ci sono nazioni che hanno lavorato bene, come noi. Le più pericolose sono la Danimarca, la Nuova Zelanda, l’Inghilterra e l’Australia, che ha un’ottima scuola. Non dobbiamo però sottovalutare la Francia padrona di casa: sono preparati. Il successo di Thomas a Lucca lo dimostra. Comunque punto al podio anche con le ragazze».

Giovanni Battistuzzi sul Foglio sta portando avanti un esperimento, un gioco alto. Ogni giorno scrive del Giro con un numero di parole pari ai km della tappa. I 178 km della Gino Paoli-Puccini [Genova-Lucca] sono diventate qui 178 parole.

I velocisti, che avevano pensato che Lucca li avrebbe accolti in parata e trionfante per tanta colorata velocità, hanno visto una città, o meglio i vialoni esterni della città, esultare per la beffa avvenuta, per quei quattro mascalzoni che hanno fregato il volere dei più. Ha vinto Benjamin Thomas, hanno vinto tutti i visionari che non si arrendono.

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