La Freccia Vallone con i dubbi su Alaphilippe
Per il secondo anno di fila si sale nel silenzio, quassù dove “non è più l’Inferno del Nord – ha scritto una volta Gian Paolo Ormezzano su la Stampa – caso mai è il Nord dell’inferno, intendendo come tale tutto l’universo del ciclismo, sport che quando è tempo di gara diventa il più duro e sporco di tutti”. Quassù è il muro di Huy, luogo di pellegrinaggio in bici come pochi. Ha una dolcezza pari a Ebenezer Scrooge. Un chilometro e trecento metri di strada al 9,2 per cento di media, con i primi 400 metri che sono di preghiera e gli altri novecento di bestemmie al cielo, molto molto vicino in quel tratto alla strada. È il posto che in assoluto nel ciclismo meglio restituisce l’idea della fatica, ci si sale contorcendosi, si arriva sparati e ci si pianta, come una biglia insabbiata sulle piste al mare.
Marco Pastonesi raccontò sulla Gazzetta dello sport di qualche anno fa che “ai piedi del muro c’è un bar battezzato Au pied du Mur, appunto. Si spilla birra Jupiler, chiara, e Leffe, rossa. Poco più in là un casottino di legno, Friterie chez Marc. Giardino, due tavoli e quattro panche per il picnic, ciliegi in fiore, un parcheggio da freno a mano perché il piazzale, Place Saint-Denis, è storto, obliquo, in bilico. Da lì comincia lo Chemin des chapelles, da 83 a 204 metri in altezza, 1300 metri al 9,3%, di cui 900 metri all’11,6%, con punte del 19%. A occhio, di più. Si fatica ad andare a piedi. A metà dell’Ottocento ne fecero un luogo di pellegrinaggio, dove poter scontare i propri peccati, dove poter implorare un intervento divino, dove poter sperare in un’esistenza migliore”. Huy è quel posto, raccontava ancora Pastonesi, fatto di “casette a due piani, massimo tre, in mattoni o in pietre, finestre senza imposte, cassette delle lettere, un cartello attenti-al-cane (Je monte la garde!)”.
Un posto da via Crucis autentica, con le stazioni sistemate lungo l’ascesa. “Sulla sinistra la sesta stazione: “Gesù viene fatto scendere dalla croce”. L’orizzonte si spalanca, si vede il traguardo, s’intravede la gloria. La settima e ultima stazione (“Gesù è messo nella tomba”) è nascosta nella chiesa sulla destra, Nostra Signora de la Sarte. Sulla sinistra il caffè-ristorante Il Cortina: i sopravvissuti brindano con Stella Artois”.
È il tratto dove si decide la Freccia Vallone e Giovanni Battistuzzi sul Foglio lo racconta come “uno scenario magnifico, il finale emozionante, sempre. Una lingua di asfalto che si inerpica verticale, talmente all’insù che fa male il collo a cercare di capire dove va a finire. Due metri e poco più di carreggiata che fa da spartiacque tra la fatica e il riposo, tra l’impresa e i musi lunghi, tra il festival e il dopofestival. Un luogo venerato da credenti e ciclisti, un pellegrinaggio di fede e biciclette, che però almeno nel secondo caso da giudice si è trasformato in dittatore. La Freccia è diventata il Muro. Null’altro. La Freccia è diventata un peregrinare sino alle sue pendici, un girovagare per le Ardenne, una lunga attesa per incontrarlo, per vedere chi resiste e chi piega le resistenze altrui”.
Gaétan Scherrer su l’Équipe stamattina scrive che c’è un solo ciclista oggi che meglio abbraccia le caratteristiche di questa corsa, ed è Julian Alaphilippe, il campione del mondo che in quattro presenze non è mai arrivato oltre il secondo posto. L’ha battuto solo Alejandro Valverde, che domenica festeggerà il suo 41esimo compleanno.
«È chiaramente la gara che mi si addice di più, la adoro» ha detto ieri il francese che l’ha vinta nel 2018 e 2019. «Ma ci vogliono gambe davvero buone per vincerla, e non so se riuscirò a farcela anche quest’anno». Secondo quanto s’è visto sul Cauberg alla Amstel domenica, altri stanno meglio di lui. Tom Pidcock per esempio. E poi i due sloveni: Primoz Roglic e Tadej Pogacar. “Alaphilippe – scrive il quotidiano francese – non ha mai dato così poche garanzie prima di questa gara: in questo periodo dell’anno aveva già vinto tre volte nel 2018 e otto volte nel 2019. In questa stagione ha alzato le braccia solo una volta (alla seconda tappa della Tirreno-Adriatico, 11 marzo). «Per la prima volta da molto tempo – secondo il belga Philippe Gilbert, che vinse dieci anni fa – non ci sarà nessun grande favorito sulla carta».
“Qui tanti sanno come vincere la Flèche – continua l’Équipe – ma tra conoscere la formula e poterla applicare, ci passa un mondo”.
Poco prima dell’ingresso al circuito finale da percorrere tre volte (Mur de Huy, Côte d’Ereffe, Côte du Chemin des Gueuses) è stata inserita la Côte de Gives. “Non dovrebbe cambiare il fatto che tutto si deciderà sulla strada per le Cappelle: dall’impresa di Igor Astarloa nel 2003, nessuno ha vinto partendo da lontano”.
radici Le Ardenne di Vittorio Varale ➔ Oggi ricorre il 130esimo anniversario della nascita di Vittorio Varale, giornalista e scrittore di Piedimonte Matese, trasferitosi bambino al nord con la famiglia, collega di Vittorio Pozzo in una ditta torinese. Ha lavorato per la Gazzetta dello sport, il Lavoro di Genova, il Mattino, il Corriere dello sport e soprattutto per la Stampa, di cui fu direttore per poco più di un mese dopo l’armistizio del 1943. Scriveva di alpinismo e di ciclismo. Secondo Gianni Mura era una firma troppo dimenticata e da riscoprire.
Quando Varale morì nel novembre del 1973, Gianni Pignata su la Stampa scrisse: “La sua vita giornalistica è stata, in molte occasioni, un’autentica battaglia, un cammino sempre sofferto in difesa delle proprie idee, giuste o sbagliate che fossero, lastricato di aspre polemiche, di proverbiali litigi, di scambi di schiaffoni, di querele, addirittura di duelli. Quello che aveva dentro scriveva, senza guardar in faccia nessuno e talvolta pagando in proprio le conseguenze della sua prosa pungente, della sua incapacità di stare tranquillo, ad aspettare gli eventi, anche quando le circostanze consigliavano di piegarsi prudentemente al vento. Sfogliando nella sua cartella personale, in archivio, abbiamo trovato, accanto ad innumeri esemplificazioni della sua brillante carriera, la foto-copia di un documento che Vittorio sbandierava come uno dei suoi migliori trofei: la comunicazione del Sindacato fascista dei giornalisti con la quale gli si annunciava la sua cancellazione dall’Albo, per «indegnità».
“Quando stamattina verso le 8 Fausto Coppi ha sollevato la tendina dello scompartimento letto, nel quale aveva passato la notte dopo la partenza da Milano, il treno attraversava la regione boscosa delle Ardenne; un paesaggio tipicamente invernale si offriva in quel momento alla nostra vista: nevicava, e intorno tutto era coperto di bianco, alberi, siepi, radure e i fianchi delle colline, frammezzo alle quali passavamo. Il resto del viaggio, e poi il pomeriggio e la serata si sono mantenuti in carattere, perché pioggia e vento e freddo hanno imperversato senza sosta”.
di vittorio varale, la Stampa, 29 aprile 1950