Gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sulla morte di Julia Ituma

Gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sulla morte di Julia Ituma

 

Francesco Grignetti, inviato de La Stampa a Istanbul, fa il punto sull’inchiesta della magistratura turca sulla morte di Julia Ituma. Ieri c’erano alcune discordanze nelle ricostruzioni.

La Stampa ribadisce che i dati delle conversazioni e delle chat sul telefonino, sono stati copiati e segretati”. Ci sono pochi dubbi sulla volontarietà del gesto. La posizione in cui è stato rinvenuto il corpo, dice ai medici legali che non è stata spinta, ma s’è gettata. Pare che ci siano anche e solo le sue impronte sulla finestra, una grande vetrata scorrevole che in effetti, a fare la prova, scivola silenziosissima di qua e di là

Secondo la Stampa la polizia turca ha dato l’impressione di considerare il caso chiuso fin troppo presto”. A Novara restano ancora poco convinti della storia del saluto alla squadra [qualche giornale locale dice su carta, qualche altro sulla messaggistica] ma la Stampa conferma che prima di quella lunga attesa straniante seduta nel corridoio, tra le 22,30 e le 23,50, ha parlato a lungo al telefono con un amico. Chiamiamolo un fidanzatino. Dopo quella telefonata che tanto l’ha angosciata, e con un ragazzo di cui i dirigenti sportivi e la madre non conoscevano neppure l’esistenza, Julia è rimasta fissare il vuoto, accovacciata a terra nel corridoio dell’albergo. Nelle varie deposizioni alla polizia turca, anche altre compagne di squadra hanno testimoniato che Julia quella sera aveva confidato «di stare male», il che potrebbe significare tutto o niente. E invece la ragazza della Bovisa aveva un groppo dentro che non riusciva a tirar fuori

Grignetti rilancia la ricostruzione secondo cui il ragazzo con cui Julia aveva discusso [e vai a sapere le liti tra giovanissimi innamorati] da un certo momento in poi si è allarmato. Evidentemente lui sapeva. Conosceva le fragilità di Julia. Poiché non riusciva più a contattare la sua ragazza, ha inviato messaggi via Instagram a tre compagne di squadra. Ma ormai era tardi.

C’è un elemento nuovo nella ricostruzione di stamattina su la Stampa. Quando è successo l’irreparabile? Alle 4,40 del mattino, alle prime luci dell’alba, il muezzin della moschea vicina ha acceso gli altoparlanti e intonato il suo canto per 10 minuti. Difficile che al sesto piano del «Volley hotel» non si siano svegliate perché tremano addirittura i vetri. Si deve pensare che Julia fosse ancora al suo posto.

 

Marco Piatti e Lorenzo Rotella, ancora su la Stampa, raccontano che il corpo di Julia è adesso in un obitorio a Milano. La famiglia chiede rispetto e silenzio. Non ci sarà alcuna camera ardente, ma chi vorrà salutarla potrà farlo martedì mattina alle 11 nella chiesa di San Filippo Neri a Milano. Proprio a fianco c’è l’oratorio dove era cresciuta e aveva imparato a giocare a pallavolo.

 

idee Ai ragazzi bisogna parlare del suicidio

Anche se è difficile, il suicidio non deve toglierci le parole. Alcuni adulti sostengono che parlare di suicidio con le giovani generazioni sia un’operazione rischiosa, un’istigazione, una sorta di suggerimento a pensare una soluzione, altrimenti non presente nella loro mente. Molti preferiscono non nominarlo, per timore che possa ispirare l’adolescente o il giovane adulto a compiere il gesto suicidario. In realtà, è esattamente il contrario. Parlare del suicidio abbassa il rischio. Bisogna sempre chiamare le cose con il proprio nome, anche se questo può risultare angosciante o doloroso, perché la paura di nominare qualcosa non fa altro che donargli ancora più potere e aumentare la paura stessa. Parlarne, però, non significa comunicare le nostre angosce, parlare di noi, di cosa ci suscita la notizia di un suicidio in età giovanile; significa, piuttosto, trovare il coraggio di fare le giuste domande e provare, altrettanto coraggiosamente, ad accettare le risposte del nostro giovane figlio o studente.

Sono consapevole che non si tratti di un’operazione emotivamente facile, ma è l’unica possibilità che abbiamo: mostrarci autenticamente disposti a sentire cosa hanno da dire, le loro eventuali risposte, senza farci prendere dal panico e farci schiacciare dalla nostra fragilità che non ci permette di accettare e di sentire che nostro figlio possa aver pensato alla propria morte, al suicidio. La sera a tavola, invece che chiedere di spegnere lo smartphone, bisognerebbe avere il coraggio di domandare esplicitamente ai nostri figli se abbiano mai pensato al suicidio, cosa provino e pensino di fronte alla morte volontaria di tanti coetanei, se si sentano in difficoltà e se anche loro abbiano pensato a questa possibile soluzione. quello che si potrebbe fare è provare a cambiare la società, il modo di educare le nuove generazioni. Smettere di addestrarli alla perfezione in ogni ambito, spiegare loro che dagli inciampi ci si può rialzare, che gli errori aiutano a crescere, che di morte e di suicidio si può, anzi si deve, parlare” 

– di matteo lancini, la Stampa 

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