Che fuoco sia. Comunque sia. Il caos del mondo è pochi km più a est di Mamma Grecia e dello specchio parabolico di Olimpia, dove nasce la scintilla che accende la fiamma dei Giochi. Tel Aviv è a 3mila km, Tehran a 3.500. C’è questo rito allora che si ripete, un rito nel quale siamo tutti qualcos’altro, siamo tutti qualcun altro, non solo l’attrice greca Maria Mina che interpreta una sacerdotessa del 766 avanti Cristo, ma pure noi che fingiamo di credere allo sport capace di fermare le guerre. Nel santuario di fronte alle rovine del Tempio di Hera, con i costumi ispirati all’antichità e davanti a circa 600 ospiti, tra cui il presidente del CIO Thomas Bach, ci ripetiamo formule incerte e leggende vaghe alle quali abbiamo assegnato compiti giganteschi, la messinscena di un mondo unito e felice intorno ai giovani corpi di ragazze e ragazzi che corrono, nuotano, saltano.
LA GENESI
Ma ogni quattro anni ci tocca pure ricordare che tante cerimonie sono nate con l’edizione di Berlino 1936, per quanto ci si giri attorno le Olimpiadi di Hitler.
Jules Boykoff, ex calciatore, oggi scrittore, massmediologo, autore del libro Power Games: A Political History of the Olympic, si domanda da tempo se non sia il caso di rivedere certe abitudini, certe immagini, certe raffigurazioni.
Tre anni fa rilanciò la sua proposta eretica dal sito della NBC, che non è una tribuna uguale a tante. La NBC è la tv olimpica negli USA dal 1964 ed è tra i finanziatori più rilevanti dei Giochi. Nel 2011 ha stipulato un contratto da 4 miliardi e 380 milioni di dollari per trasmettere le Olimpiadi fino al 2020 diventato 2021: l’accordo sui diritti tv più costoso nella storia. Dieci anni fa, con un altro assegno da 7 miliardi e 750 milioni di dollari, l’intesa è stata prolungata fino alle Olimpiadi del 2032. La NBC – come dire – ha degli argomenti.
Boykoff scriveva che la simbologia è in genere un balsamo, “ma in mezzo a una pandemia, la staffetta della torcia di Tokyo rischia di sacrificare la salute pubblica sull’altare dello sfarzo olimpico – in nome di un rito fondato dai nazisti. Alcune tradizioni, specialmente quelle radicate nella propaganda nazista, dovrebbero essere cancellate”.
Parlava di pandemia, e prima di Tokyo ci pareva un incubo. A tremila km da Olimpia oggi ce n’è uno perfino più grosso.
Eppure fuoco sia. Comunque sia. Laure Manaudou è stata scelta per essere la prima tedofora francese a ricevere la fiamma. Parigi 2024 coltiva il segreto sull’identità della persona che prenderà possesso della fiaccola l’8 maggio a Marsiglia e ancora di più il segreto sul nome di colui-colei che accenderà il calderone il 26 luglio a Parigi.
I greci non hanno invece nascosto l’identità dell’uomo che farà partire la staffetta della fiaccola. La tradizione vuole che sia un campione olimpico in carica a riceverla e i greci d’oro a Tokyo sono stati due: il saltatore in lungo Miltiadis Tentoglou e il canottiere Stefanos Ntouskos, 27 anni, campione nel canottaggio singolo. Tocca a lui.
Ntouskos ha parlato stamattina con l’Équipe ricordando che nessuno si aspettava il suo titolo nel 2021, il tedesco Oliver Zeidler era il favorito. Un’incoronazione ancora più sorprendente perché Ntouskos veniva dalla categoria dei pesi leggeri, dove remava in un quattro senza: si era piazzato sesto ai Giochi di Rio. Al ritorno dal Brasile stava diventando sempre più difficile restare dentro il limite dei 72,5. Decise di provare il singolo. Dove non puoi contare sui compagni, ma allo stesso modo dove non dipendi da loro. È la prima volta in vita sua che mette piede a Olimpia. Quando avrà passato la torcia a Laure Manaudou, se ne tornerà al bacino di Schinias per continuare a preparare la stagione. Prossima tappa: gli Europei di Szeged in Ungheria il 25 aprile.
I MITI
Alla vigilia del viaggio del fuoco L’Équipe ha sentito Vinciane Pirenne-Delforge, docente al Collège de France, per parlare di mito e realtà.
«L’unico punto di paragone che potrei prendere è un testo del III secolo d.C. – dice – scritto da un autore di nome Filostrato, nel quale si ricostruiscono le presunte origini della corsa allo stadio. Si racconta di un sacerdote che teneva una fiaccola accesa accanto all’altare di Zeus Olimpio. I corridori erano posizionati a una distanza di circa 180 metri dall’altare. Il sacerdote abbassava la fiaccola per segnare la partenza e i partecipanti si precipitavano in avanti. Chi arrivava per primo, aveva il diritto di impossessarsene e accendere il focolare dove doveva essere consumata la parte dell’animale offerto a Zeus. Si tratta senza dubbio di una ricostruzione a posteriori perché per il periodo storico non è attestato nulla del genere. Nessuna fiamma olimpica esisteva nell’antichità, se non nelle fantasie degli antichi sull’origine delle loro competizioni».
La professoressa Pirenne-Delforge dice che «a parte il fatto che si svolge ad Olimpia, dove nell’antichità si celebravano le gare, non c’è nulla di storico in questa cerimonia, nonostante il decoro pseudo-antico di cui si veste. Allo stesso modo, parlare di Giochi è fuori dal tempo per l’Antichità: si trattava di gare. Dall’inizio del VI secolo ne furono organizzate di molto importanti anche a Delfi per Apollo, all’istmo di Corinto e in Argolide per Zeus, come a Olimpia. Questi quattro concorsi erano i più antichi e prestigiosi. Erano chiamati sacri e stephaniti. Oggi si parlerebbe di Grande Slam».
Le prime tracce archeologiche di un culto nel sito di Olimpia risalgono all’inizio del I millennio a.C, quando Olimpia era un santuario regionale e le popolazioni vicine si riunivano per rendere omaggio allo Zeus locale. La dimensione panellenica, successiva, ne fece il modello per tutti gli altri concorsi, compresi i Giochi moderni. Nell’Antichità non esisteva il b: o eri primo o non eri niente. Il premio era una corona di foglie, olivo a Olimpia, alloro a Delfi, una specie di sedano a Nemea. Per partecipare bisognava essere greci, liberi e maschi. Esisteva davvero una tregua ai conflitti, spiega Pirenne-Delforge a L’Équipe, ma non si devono esagerare la sua portata e i suoi effetti. Il bando delle gare imponeva agli atleti e ai pellegrini che si recavano al santuario l’obbligo di non aggressione: non si poteva attentare alla vita o all’integrità fisica delle persone che si recavano a onorare una divinità. Era inoltre vietato attaccare la regione in cui si svolgevano le gare. Ma non possiamo immaginare che tutte le guerre nel mondo greco si fermassero per lo sport, ogni quattro anni, nel mese di agosto. C’erano pure allora i corrotti e gli imbroglioni, gli sporcaccioni che si scansavano – diremmo oggi – in cambio di qualcosa. Milone di Crotone era una specie di Usain Bolt, ma circa 1.300 vittorie sono accreditate a Teogene di Taso, una specie di Edwin Moses o di Armand Duplantis.
Su Olimpia il cielo è coperto. Se le nuvole del Peloponneso impediranno al sole di accendere la torcia con i suoi raggi, i greci hanno una fiamma di riserva, come quelle che vengono accese durante le prove generali. Viene custodita in una lampada di sicurezza. Quando sarà stata accesa, come racconta Libération, la fiamma inizierà il suo viaggio di 5mila km attraverso la Grecia per 11 giorni, dall’isola di Corfù al Mar Ionio, a Santorini nelle Cicladi passando per Kastellorizo nel sud-est del Paese. Scalerà la roccia dell’Acropoli per trascorrere una notte vicino al Partenone. Poi sarà consegnata agli organizzatori francesi il 26 aprile allo stadio di Atene sede dei Giochi del 1896. Dal Pireo si imbarcherà sul tre alberi Belem per arrivare l’8 maggio a Marsiglia. Attraverserà tutta la Francia, toccando pure le Antille e la Polinesia francese, per arrivare a Parigi il giorno stesso della cerimonia di apertura, il 26 luglio. Che fuoco sia. Comunque sia. Abbiamo un gran bisogno di bugie.

«Ce la caveremo, vero, papà?»
«Sì. Ce la caveremo» .
«E non ci succederà niente di male» .
«Esatto» .
«Perché noi portiamo il fuoco».
«Sì. Perché noi portiamo il fuoco»
[di cormac mccarthy, La Strada]