La prima Roubaix femminile: una mamma con le gomme tubeless

 

Mi sono trovato a camminare in un mare di fango sotto una pioggia fine

e ho pensato, caspita, devi essere matto come dicono

altrimenti perché continueresti a camminare in questo fango? 

Charles Bukowski

    mappe

I giorni di Madonna Pietra e di Fratello Fango

 

  ◇  Ieri la prima storica Parigi-Roubaix femminile e oggi la corsa degli uomini. Lo spirito, l’ambiente e la materia di cui è fatta questa corsa unica. Che in autunno è più inferno del solito inferno. 

 

  ▻   Ci insegnavano che era un climax. Il padre di tutti i climax. Quando la pietra di San Michele diventava per Ungaretti fredda, e poi dura, e prosciugata e resistente, così totalmente priva di vita, così uguale al pianto del poeta che non si vede, in tutta onestà all’ultimo banco a scuola c’era chi pensava alla Roubaix. I più pop sapevano che sui monti di pietra può nascere un fiore, i più religiosi pensavano a Fausto Leali e alla sua cattedrale di pietra e sassi, i più chiattilli se ne venivano con la misteriosa Madonna Pietra di Dante, bella per essere bella, ma spietata e insensibile verso noi mortali, come il pavé sotto le ruote nelle domeniche di aprile e come ogni giorno Fiorella della IV C. La differenza era che questa bella petra / la quale ognora impetra anticipava la Beatrice che ti accompagna in Paradiso, mentre il pavé (e soprattutto l’irraggiungibile Fiorella) ti mandavano all’inferno

Era dura la vita del liceale una volta schiarata primavera, non ne parliamo dei maturandi assediati dal tennis che iniziava di mattina, il ciclismo che arrivava di pomeriggio e Renzo Arbore che veniva dopo il tg. Qua e là, ma proprio qua e là, bisognava scavarsi del tempo per imparare da Plinio come tra le pietre si trovano di varie, e molto dissimiglianti maniere, perché alcune sono molli, come d’intorno a Roma, le Rosse, le Paliane, le Fidenate, le Albane; alcune temperate come le Tevertine, le Amiternine, le Sorattine. Alcune poi sono dure, come sono le selici

I più disinteressati – che eretici – sminuivano la portata del pavé di Roubaix sostenendo che altro non fosse che una cattiva imitazione del cazzimbocchio napoletano. I francesi che ci avevano onorato della loro dominazione, si erano ispirati qua, ma i giacobini dell’ultimo banco sostenevano che di plagio petroso si trattava, giacché per i napoletani ogni cosa ha avuto origine sotto il vulcano. In effetti col vulcano ha una parentela stretta il basolato, la pietra lavica dura delle strade, mentre il cazzimbocchio è un blocchetto di porfido, a forma di piramide tronca, noto altrove come sampietrino e rigettato in questo suo etimo perché San Pietro – diamine – si trova a Roma. Il cazzimbocchio sembrava viceversa il calco del ciottolo tedesco, il katzenkopf, ma i filologi più accaniti tendono a escludere l’associazione per assonanza, a causa delle forme differenti. La versione napoletana è a tronco di piramide e consente ai lastricatori di conficcare le pietre in un puré di sabbia e terriccio. Quando piove è fango. Non ne parliamo di cazzimbocchi, fango e binari del tram insieme. 

Eppure, si scopre leggendo Marina Valensise sul Foglio, che pietre e fango sono materia alta, altissima, nobile, a dispetto della loro collocazione terra terra. Leggendo e rileggendo Victor Hugo, che nei Miserabili descrive il vagabondare degli chiffonniers, ma anche il nuovo sistema fognario di Parigi, leggendo Dickens, stupito di veder deambulare a Parigi tanti straccivendoli cenciosi, leggendo i versi di Rimbaud, le novelle di Théophile Gautier, i feuilleton di Eugène Sue e di Emile Zola, riesumando drammi dimenticati come quello di Alphonse Signol, o melodrammi famosi come quello di Félix Pyat, che nel 1847 sconvolse a Londra la regina Vittoria, oppure gli scritti di un amico di Baudelaire come Privat d’Anglemont, e soprattutto leggendo e rileggendo e decifrando i versi delle Fleurs du Mal, Compagnon offre un’ultima dimostrazione della sublime forza di trasfigurazione dell’arte, in grado di convertire il fango in oro. Come lo straccivendolo, anche il poeta, lo scrittore, il romanziere, il giornalista si nutrono di fango, di letame, di escrementi umani, di miserie, di abiezioni e di scarti. Ma solo l’artista riesce a convertirlo in qualcos’altro, in qualcosa di sublime e originale

 

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Slalom 1 ottobre 2021

 

    PANORAMI  La pioggia e le pietre | L’artista converte, e anche il ciclista. Lungo il climax di fatica che andrà da Compiègne a Roubaix, ballando in equilibrio sui cazzimbocchi francesi, oggi sarà davvero una storia di pietre e fango da trasformare in oro. L’Équipe ha scritto che questa edizione autunnale, con pioggia e vento previsti, sarà diversa da qualsiasi cosa conosciuta prima. Stan Dewulf della AG2R-Citroen dice che si possono fare tutte le ricognizioni che volete voi, ma non servono a tutelarsi dai contrattempi e gli imprevisti che segneranno la corsa. Alcuni – ha scritto ieri l’Équipe – temevano che i sentieri agricoli fossero stati trascurati durante questi due anni e mezzo di rinvii e cancellazione, e che la natura si fosse riappropriata dei suoi diritti, spalmando il selciato di larghe strisce di erba scivolosa o di foglie morte. Sono stati rassicurati dalla scoperta di viuzze pulite, delimitate da alberi ancora verdi, accuditi per settimane dall’associazione Amici della Parigi-Roubaix. La Trouée d’Arenberg, ricoperta da uno spesso tappeto vegetale meno di un mese fa, ha ricevuto un magnifico lifting. Ma il selciato dell’autunno è subdolo e le sue apparenze ingannevoli. Ci saranno cadute, probabilmente più del solito. Auguri. 

Molti sono andati a riguardarsi in questa vigilia le immagini della Roubaix 2002, l’ultima corsa in condizioni simili. Non è neppure vero che possano sentirsi favoriti gli specialisti del ciclocross, non si divertiranno più degli altri – garantisce il quotidiano sportivo francese – il terreno e l’attrezzatura sono troppo diversi, la fatica troppo diversa, e come se tutto ciò non bastasse, un forte vento da sud-ovest soffierà alle spalle del gruppo, preannunciando una partenza super veloce e persino dei ventagli

 

P.s.: L’Équipe ha dedicato stamattina alla corsa nove pagine che sono spettacolari. Due sul Velodromo che accoglie l’arrivo per la 75esima volta nella storia, una sui tratti di pavé, due sulla foresta di Arenberg. 

 

La corsa

 

Sì, va bene, il fango, il porfido, il vento: ma chi vince?

Eh, chi vince, chi vince. Nel giochino dei pronostici e del gradimento, l’Équipe stamattina lascia vuoto il campo delle cinque stelline, ne dà 4 al solo van Aert, 3 a van der Poel e Stybar, 2 a Sénechal, Stuyven, Politt, Asgreen, van Baarle, 1 a Turgis, Lampaert, Künge Pedersen. 

Spazio Ciclismo, che in Italia sbaglia rado, si spinge a darne 5 a van Aert, 4 per Asgreen e van der Poel, 3 a Pedersen, Stuyven e van Baarle, 2 a Küng, Sagan, Sénéchal e Valgren, 1 a Colbrelli, Kristoff, Lampaert, Politt e Van Avermaet. 

 

     letture | La lezione di una macchina noleggiata dai francesi

Ogni tanto li sfottiamo, ma ci sono molti buoni motivi per cui dovremmo imparare dai francesi. Per esempio la Roubaix. In queste settimane hanno portato sui tratti di pavé i ragazzi delle scuole, con le palette, le scope e le vanghe, e li hanno messi a lavorare per ripulire le pietre più famose del mondo. Perché chi l’ha detto che lo sport non è cultura

La Parigi-Roubaix io la farei vedere almeno una volta a tutti, ci si potrebbe andare in gita con la scuola per apprendere l’emozione, la fatica, la dedizione. La Roubaix è un viaggio dentro l’impossibile, come quelli che faceva Jules Verne senza muoversi da casa. La prima volta che arrivai nel Velodromo fu anche l’ultima in cui vinse un corridore italiano, Andrea Tafi. Sono passati più di vent’anni, ma questo è un altro discorso. Quando riportai indietro la macchina che avevo noleggiato, quelli della Hertz stavano per farmi pagare i danni perché si erano svitate tutte le serrature, ballava tutto. Poi videro la targa adesiva sul cruscotto, capirono che venivo dall’inferno e le loro facce si aprirono in un sorriso ammirato. «Ha seguito la Roubaix, si capisce, si capisce. Prego, si accomodi». Ogni tanto dovremmo ricordarci che dai francesi possiamo anche imparare qualcosa di alessandra giardini, Bicisport

 

 

    FIGURINE  Il numero 1. Il detentore

Ha scritto l’Équipe che Philippe Gilbert non avrebbe mai immaginato, quando vinse il 14 aprile 2019, di indossare il numero 1 del vincitore alla partenza della successiva Parigi-Roubaix solo nell’ottobre del 2021. È il ciclista che ha detenuto più a lungo il titolo. A parte Émile Masson, 1939, e sapete perché. 

Durante questi quasi 1.000 giorni la vita è cambiata e per i più anziani come lui è stato ancora più difficile orientarsi. Gilbert non è più riuscito a riconquistare il livello precedente.

A trentanove anni il belga è nel territorio minato dei ricordi e dei rimpianti, quando dice  «anche tra quarant’anni potrò raccontare tutti i dettagli della vittoria. Quando ho parlato con Eddy Merckx della sua carriera, ha saputo ricostruire tutte le gare, anche quelle meno conosciute. Se devo essere onesto, in termini di ambizioni, per me non è più lo stesso. Già la bici non mi darà lo stesso vantaggio di due anni fa, quando alla Deceuninck potevo godermi la migliore, una Specialized. Fa una grande differenza. Da quando siamo tornati alla vita normale, sento che ci stiamo divertendo molto meno. Potrebbe trattarsi di una semplice evoluzione, ma non riconosco più il mio sport. Nel ciclismo sembra tutto cambiato in pochi mesi. È un mix di fattori diversi, dall’arrivo di una nuova generazione di ciclisti talentuosi, alla sensazione che tutti siano più spinti di prima a vincere».

«In questi giorni – è sempre Gilbert che parla – non ho avvertito lo stesso fervore che si prova per una Roubaix in primavera, quella pressione che inizia ad Harelbeke, attraversa Gent, Wevelgem e arriva al culmine di un ciclo della stagione. Qui siamo atterrati senza un punto di riferimento, senze quelle gare che permettono al corpo di ambientarsi e sopportare la sofferenza. Sono passati due anni da quando sono partito da Compiègne e sapevo di essere pronto per la vittoria. Non sono più lo stesso corridore, questo è certo. Ero abituato a correre tra i 95 e i 100 giorni di gare all’anno e non avevo mai passato più di un mese intero senza essere in forma. Oggi per me è tutto più complicato. Ora, in ogni intervista, ho guadagnato il diritto a ricevere una domanda sul mio futuro, su quando smetterò. Mi infastidisce seriamente. Tutti sogniamo una seconda giovinezza come quella di Vinokourov, medaglia d’oro ai Giochi di Londra. Non so come finirò. Ho parlato con Tchmil, Darrigade e Zoetemelk durante i Mondiali di Lovanio e tutti mi hanno consigliato di approfittare dell’ultima stagione per accumulare ricordi. Poi si passa a qualcos’altro, un’altra vita»

«Prima c‘era un chiaro accordo tra le squadre per lasciare andare le fughe all’inizio. I distacchi potevano aumentare fino a venti minuti ma si sapeva che il gruppo sarebbe tornato. Ora, con tre minuti di vantaggio una fuga può arrivare fino in fondo. È diminuito il tempo per ridere e scherzare. Tra me e un Evenepoel c’è un divario generazionale. Mi trovo a mio agio a parlare con lui, lo vedo spesso, i genitori mi chiedono consigli perché non ha un manager, loro sono contrari. È un corridore fenomenale, fisicamente e mentalmente, ma la cosa che gli sembra più importante è la sua immagine. È alla ricerca di un certo numero di follower per i suoi social e temo che questo gli si ritorca contro. Non lo critico, ma gli consiglio di starne alla larga. Tra le persone che lo seguono ci sono account falsi, società di marketing, fonti di incazzature. Alcuni di questi ragazzi sono completamente disconnessi dalla realtà, altri mi paiono più rassicuranti. Quando vedo Pogacar con sua moglie nel mio negozio a Monaco, che aspetta come tutti di fare una revisione alla bici, mi rassereno». 

 

L’outsider | Florian Sénéchal è stato definito con un gioco di parole l’enfant du pavé. È cresciuto accanto alla prima sezione di acciottolato della Roubaix. Dieci anni fa vinse nella categoria juniores e adesso si dice pronto; «Conosco i luoghi più complicati e quelli dove si può tirare il fiato».

La madre di Florian è commessa in una cioccolateria, il padre impiegato in un’azienda edile. Il ciclismo è entrato in casa loro quando al lavoro si ruppe una gamba cadendo da una scala. La bicicletta fece parte della terapia di rieducazione. «Lui si è improvvisamente innamorato del ciclismo e io che lo accompagnavo ancora di più». 

Uscivano insieme a fare un giro dopo la scuola e di domenica, in mountain bike, lungo un canale e nel parco naturale dell’Avesnois. A tredici anni, nell’imminenza della Roubaix, Florian aveva l’abitudine di andare sui settori di pavé della corsa. Così, per divertimento. Guardava YouTube e usciva. Qualche volta per prendere una scorciatoia s’è perso. Come quando è finito per caso sul tratto della foresta d’Arenberg. Fu magico, dice adesso che vive vicino a Tournai con sua moglie Margaux, aspettano il loro primo figlio (il prossimo mese), ma il suo cuore è rimasto al nord scrive l’Équipe. «Non è la regione più bella da visitare, ma ciò che conta per me è che le persone abbiano la testa sulle spalle e un grande cuore. Un po’ di questa mentalità esiste in Vallonia, ma non è proprio la stessa cosa. I valori della gente del Nord di Francia non li ho trovati da nessun’altra parte». 

 

La dinastia | Anthony Turgis è l’unico tra i suoi fratelli a poter ancora praticare il ciclismo. Gli altri due hanno dovuto smettere a causa di una malattia cardiaca. Porta in corsa le speranze di tutta la sua famiglia. Nell’aprile del 2018 mamma Valérie aveva preso posto un km prima dell’ingresso nel velodromo e da lì distinse la sagoma di Jimmy, il figlio maggiore, 26enne, alla prima Roubaix tra i professionisti. Lo vide rallentare e farsi prendere la scia dal fratellino, Tanguy, 19enne, che sarebbe diventato il più giovane della storia a tagliare il traguardo, togliendo il primato al belga Roger Gyselinck, 73esimo nel 1939. Papà Rémy aveva invece preso un biglietto e al centro del prato li vide arrivare ricoperti di polvere, 42esimo e 43esimo. 

Anthony, il fratello di mezzo, quel giorno era infortunato, seduto sul divano a guardare la corsa in tv. Cinque mesi dopo quel giorno, Tanguy ha dovuto interrompere la carriera e a Jimmy è toccato un anno e mezzo dopo. Cardiopatia ereditaria. 

 

    | mappe Che fine hanno fatto gli spagnoli

Sono spariti. Puff. Come Kaiser Sozee. Non se ne trovano più. Questa è la corsa – pare incredibile – che non hanno vinto mai. Ma il punto non è questo. Il punto, come scritto da Carlos Arribas su El País, è che il mondo parla di tutto tranne che del ciclismo spagnolo, inesistente nell’inferno del nord, e quest’anno inesistente pure nel resto del calendario, o quasi. Se non inesistente, invisibile nelle grandi corse. Nella stagione che sta per concludersi – racconta Arribas – solo 25 spagnoli hanno alzato le braccia per 37 vittorie, e solo quattro nella massima categoria del World Tour.

Gli spagnoli sono rimasti senza nemmeno una tappa tra Giro, Tour e Vuelta, non una Classica e nemmeno una cosa che la assomigli vagamente. Nella classifica UCI per nazioni, la Spagna è ottava e tra i primi 100 corridori ha solo sette dei suoi. Il migliore è Valverde, 20esimo, quarantenne e passa, solo Aramburu e Mas hanno meno di trent’anni. 

«Questo è quello che c’è. Si procede per in cicli. Accade in tutti gli sport» riconosce l’ex ciclista José Luis López Cerrón. Un agenti come Juan Campos dà la colpa alla mancata modernizzazione delle sue squadre professionistiche, lontane dai modelli belgi, olandesi e tedeschi. I tecnici con José Luis Arrieta, della Movistar, denunciano la mancanza di progetti della federazione con i giovani, la mancanza di gare, la scarsa competizione nella categoria Under 23 e ora pure la pressione messa addosso al 19enne Ayuso. 

 

La prima Roubaix femminile | Una mamma con le gomme tubeless

 

Quando Elizabeth Lizzie Deignan ha tagliato il traguardo dopo una fuga solitaria di 80 km, anche gli pneumatici tubeless sono entrati nella storia insieme a lei, conquistando la prima vittoria alla Roubaix. Dopo le ricognizioni dei giorni scorsi, le squadre sono passate in massa alla nuova configurazione, in una corsa, come spiega Ronan Mc Laughlin per Cycling Tips che era rimasta “l’ultima roccaforte storica dei tubolari, in un’epoca in cui gli pneumatici per copertoncino e i tubeless sono diventati sempre più popolari. È caduta anche la resistenza della UAE – Emirates, nonostante due anni fa Alexandre Kristoff si fosse detto contrario, chiamandolo un grande rischio. Il problema allora era la larghezza del pneumatico – si legge su Cycling Tips – non il tipo, perché Kristoff aveva optato per tubeless da 25 millimetri mentre oggi oscillano fra i 30 e i 32. È questa la fine del tubolare? Probabilmente no.  Ma il mondo del ciclismo professionistico è incredibilmente volubile, e con questa vittoria tubeless alla Roubaix, certe porte si spalancheranno sicuramente.

Ma nella storia ce li ha portati lei con le sue gambe, 32 anni, inglese, seguace del pescatarianismo, nome da regina – scrive Daniela Cotto su la Stampa – e soprannome sbarazzino. Ha vinto lei, la mamma di Orla, la piccola di tre anni nata dal matrimonio con il collega Philip, «una spinta emotiva per sopportare la fatica». La giornata di Lizzie scorre seguendo la routine della professionista, quattro ore al mattino sui pedali poi, nel pomeriggio, fisioterapia e massaggi. «Invece di andare in ufficio – racconta sorridendo – salgo in bicicletta e macino chilometri. Ho il privilegio di vedere paesaggi bellissimi e di poter ritagliare un po’ di tempo da dedicare a mia figlia»

Ha scritto Marco Bonarrigo sul Corriere della sera che al contrario degli uomini (che qui quando cadono puntano dritti alla doccia calda), le ragazze (finite quasi tutte a terra, vincitrice compresa) si sono sempre rialzate per ripartire: 61 classificate ma ben 48 arrivate nel mitico velodromo di Roubaix fuori tempo massimo pur di onorare la corsa. La vittoria, i crampi, le piaghe alle mani di Lizzie («Non ho usato i guanti perché volevo “sentire” bene il pavé») non cancellano le mostruose disparità di genere: al vincitore di oggi andranno 30 mila euro, la Deignan ne ha incassati soltanto 1.535. Poche settimane fa Lizzie, da sempre paladina dei diritti del ciclismo rosa, aveva risposto per le rime al boss del ciclismo belga Patrick Lefevere. «Investirò nelle cicliste quando il loro livello sarà adeguato» aveva detto ai giornali il borioso manager di Alaphilippe ed Evenepoel alla Deceuninck. «Non abbiamo bisogno di gente come lui e nemmeno dei suoi soldi» aveva ribattuto Deignan

 

 

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LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO | Dantesque

Affiora nelle cronache della vittoria di Lizzie Deignan. È l’aggettivo più amato dai cronisti francesi di ciclismo. È molto caro soprattutto ai titolisti de l’Équipe, che lo usarono in prima pagina per Pantani a Les Deux Alpes (Tour 1998), per l’impresa di Nibali a Roubaix durante il Tour del 2014 e più di una volta per Chris Froome. Una delle ultime volte è successo per la tappa di Chambéry al Tour 2017. 

Dantesque restituisce il senso di un’impresa che in italiano descriveremmo come leggendaria o epica. Il suo utilizzo è perfetto quando la corsa vive in condizioni estreme, pioggia, neve, gelo. Allora è Dantesque. Anche se dantesche erano in realtà le fiamme dell’inferno. Se c’è la pioggia all’inferno della Roubaix allora è perfetto. 

 

      titoli | Le Monde: Ciottoli, pioggia e barbabietole. Questa Parigi-Roubaix sarà una carneficina

 

attese Quelli che intanto pensano al Lombardia di sabato

Non sembra esserci una salita più adatta a Primoz Roglic di quella che porta al santuario della Madonna di San Luca. Qui i bolognesi vengono a sciogliere i voti, lui invece viene a vincere: con quella di ieri sono due le edizioni del Giro dell’Emilia dominate dallo sloveno (la prima nel 2019), e in più il successo nella crono di apertura del Giro d’Italia, sempre due anni fa. Il vincitore delle ultime tre edizioni della Vuelta, oro olimpico a Tokyo nella crono, ieri ha preso il treno giusto sulla prima ascesa al santuario, seguendo un’idea di Remco Evenepoel. Ma per lo scatto decisivo ha aspettato la quinta e ultima volta, a 400 metri dal traguardo. Pogacar si è ritirato ma anche lui a suo modo ha dato spettacolo: ovazione quando sul 18% delle Orfanelle ha impennato salendo su una ruota soladi alessandra giardini, la Gazzetta dello sport

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