Cosa succede dopo i tagli agli stipendi della Juventus. Il dibattito sui play-off

 

ripartire: se e come
Cosa succede dopo i tagli della Juventus

 

        L’accordo ha sorpreso gli altri club   In via Rosellini speravano di potersi presentare all’Aic (stasera alle 19) con un fronte compatto e invece, così, la serie A rischia di dare un’immagine diversa, in cui ognuno va per la propria strada. Anche molti club sono rimasti sorpresi. L’azione della Juve viene considerata un escamotage finanziario per sistemare il bilancio. L’Inter, che non è quotata in Borsa, avvierà le trattative con i suoi giocatori senza fretta dopo Pasqua; il Milan sta seguendo un suo percorso; la Roma invita a ragionare di sistema. Il fronte non è compatto. | Alessandro Bocci, Monica Colombo, Corriere della sera

 

  L’urgenza della Juve   È vero che la Juventus aveva urgenza perché quotata in Borsa e perché costretta a tener conto di un fatturato monstre, è anche vero che la presenza di figure come Chiellini o Buffon, leader in campo e dirigenti in pectore, non sono usuali, ma su tutto c’è la presa di coscienza di un problema. L’Aic è favorevole all’estensione del modello Juve, ma la Lega, con cui oggi si incontrerà, rimane ancorata alla rinuncia a tre mensilità. Fermo restando che la sua sarà un’intesa cornice e che ogni club dovrà poi svolgere le sue contrattazioni. La percentuale del taglio medio potrebbe comunque aderire a quella bianconera, attorno al 30%, ottenuta però attraverso la rinuncia a quattro, per un risparmio di 90 milioni, e con il patto di «ripagare» nelle stagioni successive la disponibilità e la sensibilità mostrate adesso.  | Gianluca Oddenino, la Stampa

 

I riflessi sul sindacato   Perso il peso politico ed economico degli juventini, col rischio di perderne per strada altri, altrettanto pesanti, come farà l’Aic a fare le barricate per salvare gli stipendi e le posizioni dei calciatori di serie B o serie C, quelli da 2-3000 euro al mese? I ritardi di Tommasi potrebbero costare cari al sindacato che forse dovrebbe ormai rendersi conto che non ha più senso un carrozzone onnicomprensivo che va dalle superstar ai dilettanti. Qui, più che preoccuparsi dei tagli di ingaggi da 10, 20, 30 milioni a stagione, è a rischio quel calcio che ogni anno vede saltare i piccoli club perché non ce la fanno a pagare gli stipendi. Il calcio italiano è pieno di fallimenti, adesso rischia di aggiungersi anche quello dell’Aic. | Elia Pagnoni, il Giornale

 

  I due partiti   La prospettiva di non pagare gli stipendi ai calciatori fino a fine stagione cambia le prospettive del campionato. Per la maggioranza dei club, dopo l’accordo firmato dalla Juve con Sarri e i giocatori, l’ipotesi di non riprendere a giocare diventa sempre più appetibile. Chi rischiava la retrocessione, con la classifica congelata, resterebbe in Serie A. Le squadre di metà classifica eviterebbero il rischio di scivolare giù. Inter e Atalanta avrebbero un posto assicurato in Champions, la Roma in Europa League. Non sono d’accordo la Lazio, determinata a tornare in campo a ogni costo, e il Napoli, che sperava in un posto diretto in Europa da raggiungere risalendo in campionato o vincendo la Coppa Italia. Il ministro Spadafora intende prorogare fino a fine aprile il blocco dello sport. Ma poi servirà del tempo per rimettere in moto le squadre: non si ripartirà il 3 maggio. In Figc ora si parla di sabato 16 maggio, per chiudere il campionato a metà luglio. Due mesi per trovare 13 date utili in cui recuperare le partite mancanti. Ma non è un progetto condiviso da tutti i club di Serie A.  | Franco Vanni, la Repubblica

 

  I verdetti sospesi   Guglielmo Buccheri su la Stampa cita alcuni casi di situazioni sospese, squadre “che hanno compiuto gran parte del percorso e che adesso non sanno più quale sarà la direzione”: il Liverpool primo in Inghilterra con 25 punti di vantaggio, il Benevento in testa alla B, il Monza primo in C, come Vicenza e Reggina vicine alla promozione, il Palermo che era vicino al ritorno tra i professionisti. 
  Tommasi, gli stipendi e la bolla del calcio    «Le parole del ministro Spadafora confermano che prima di ripartire dobbiamo mettere al sicuro la salute del Paese. Vuol dire prepararsi all’eventualità che i campionati vengano decretati chiusi. In questo caso l’accordo raggiunto dalla Juve mi pare una buona base di partenza».
Lei è d’accordo con l’annunciato stop di gare e allenamenti per tutto aprile?  «La mia posizione è chiara dall’inizio. E mi è costata qualche critica all’interno del mio movimento. Credo che siamo arrivati dopo un mese e mezzo a capire che dobbiamo allinearci alle direttive della comunità scientifica e del governo. Le immagini che ci arrivano dagli ospedali ci dicono che il nostro miglior contributo è quello di stare in casa. Chiedete ai tifosi di Brescia e Bergamo se non sono d’accordo con me».
Condivide anche le censure morali di Spadafora al calcio che si indebita per pagare ingaggi da favola?  «Beh il calcio soffre di liquidità a causa della sua gestione. Anche in questi giorni si continua a parlare di 35 milioni per Tizio, 50 per Caio e 100 per Sempronio. Si spendono soldi che ci sono, o soldi che si promettono e non esistono? Dobbiamo iniziare a chiedercelo». | Intervista di Alessandro Barbano, Corriere dello sport-Stadio

 

  Lo scudetto alla città di Bergamo   Stupisce invece la pervicacia con cui la federcalcio si ostina a considerare i campionati come un bene supremo da tutelare fino all’ultima goccia di sudore estivo. Qui il problema non è la fine, ma l’inizio: se le misure anticoronavirus verranno prolungate oltre al 3 di aprile di che cosa continuiamo a parlare? La normalità non è solo quella dei calciatori, ma anche quella della gente. Che dovrà riabituarsi a non contare i morti, ad abbracciare i genitori, i nonni, ad andare al lavoro. A uscire di casa. Sul 2020, e speriamo non oltre, la storia stenderà un velo nero, sarà nei secoli un anno di lutto. Lo sport nulla c’entra con il lutto. E allora che si metta una distanza non assegnando titoli sportivi, serve il vuoto per ricominciare. C’è un problema etico che scava il confine tra la morale e la pratica. Se proprio bisogna assegnare lo scudetto lo si dia alla città di Bergamo. Per ricordare e ricordarsene. | Paolo Brusorio, la Stampa

 

  I play-off, la stagione nell’anno solare. Le riflessioni di Costacurta
«Il problema è il 30 giugno. Riguardando le carte federali devo dire che è molto difficile ottenere una deroga. Non è impossibile, ma ci vuole una convergenza di intenti e decisioni che non ho mai visto nel calcio. Devono essere d’accordo tutti, sia a livello nazionale che internazionale, e muoversi sincronizzati: governi, leghe e federazioni di ogni paese assieme alla Fifa».
 ➣ Ceferin ha aperto alla possibilità di finire a settembre.  «In effetti è così. Per questo la regia è in mano alla Fifa. Comunque anche la Uefa credo stia rivedendo le priorità: prima era giocare tutte le partite, ora è assegnare i trofei».
 ➣ Anche il presidente federale Gravina a Libero ha sottolineato la necessità di concludere entro i limiti. Ma in che modo?  «Facciamo gli ottimisti: si può pensare di ripartire a giugno. Comunque tardi. Ecco perché suggerisco di rivalutare l’idea dei playoff: sono il modo migliore, se non l’unico, per portare a termine il torneo salvaguardando la competizione. Meglio che congelare la classifica e assegnare lo scudetto a calendario interrotto. Non avrebbe senso. Invece con i playoff, in pochi giorni, si legittimerebbe un vincitore».
 ➣ Cosa ne pensa della proposta del presidente del Nizza, Rivère, di allineare la stagione nell’anno solare in vista dei Mondiali “invernali” del 2022? «Nel caso in cui si riuscisse a superare il 30 giugno, è un’ottima idea. La più logica, tra quelle che cercano di guardare in là. Mi permetto però uno spoiler: troverà molte resistenze e non andrà a buon fine».
 ➣ La gestione del calcio italiano si è rivelata di nuovo un po’ ruvida. È un problema di persone o di governance? «Il problema è il processo decisionale. A volte si fa fatica ad arrivare ad una conclusione. Il punto è evitare che chi comanda venga frenato».
 ➣ Come? «Replicando il modello Nba. Cioè istituendo un uomo forte, competente e carismatico in grado di decidere nell’emergenza. Il commissioner, Adam Silver, in pochi minuti ha sospeso il torneo e nessuno ha fiatato. Noi ci abbiamo messo settimane. Il primo problema è culturale: nel calcio non siamo abituati a dare pieni poteri. Il secondo è organizzativo: questa persona va trovata e messa nelle condizioni di lavorare». | Intervista di Claudio Savelli, Libero

 

  | l’intervista   Ottavio Bianchi   «Meno di un mese fa mi chiamavano da ogni parte del mondo per parlare dell’Atalanta. Adesso mi cercano amici e conoscenti, anche dall’Argentina, dall’Ungheria, dalla Russia per sapere innanzitutto se son vivo. E come riusciamo a tirare avanti». Ottavio Bianchi, anni 76, bresciano d’origine e bergamasco d’adozione. Una bella carriera calcistica, una anche migliore da tecnico culminata nel primo scudetto del Napoli. Un duro. Un uomo che non ha mai fatto sconti, nemmeno a sé stesso. Piegato dallo strazio di un territorio e di un popolo scopertisi all’improvviso nell’epicentro di una tragedia che ha tutta l’aria della punizione biblica.
 ➣ Perché? «Me lo domando ogni notte, guardando il soffitto per inseguire il sonno che non arriva. Sono qui da solo, a Bergamo Alta, ho dovuto rinunciare alla signora che dava una mano in casa. Non posso vedere i ragazzi, mi lasciano da mangiare e qualcosa da leggere sul pianerottolo, e ho sempre davanti agli occhi le immagini delle bare sui camion militari. Non ero uno da pianti, adesso le lacrime arrivano a tradimento. Mi chiedo perché proprio Bergamo, e Brescia, e la Lombardia, perché migliaia di morti che se ne vanno da soli, senza il conforto di una mano, di uno sguardo. So cosa significa essere in rianimazione, intubato, mi è successo qualche anno fa di essere appeso a un filo. E mi sembravano eroi già allora quelli che mi assistevano 24 ore su 24, oggi lo sono per tutti, ma intanto li hanno mandati in guerra disarmati e quanti ne muoiono a loro volta per salvare gli altri. Poi senti i parolai, abbiamo ordinato questo, abbiamo ordinato quest’altro, anch’io ordinavo di vincere quella partita ma erano per l’appunto parole. Un giorno qualche risposta ce la dovranno pur dare, i parolai, quelli che hanno tagliato la sanità pubblica per cominciare. E la dovranno innanzitutto a questi eroi che rischiano la loro vita sino allo stremo delle forze».
 ➣ Ha senso adesso parlar di calcio? Di calendari, di allenamenti da riprendere? È un caso che gli sport cosiddetti minori abbiano abbassato la serranda senza fare storie, e solo il calcio business stia disperatamente cercando di tenerla alzata?  «Non ha senso no. Sono chiacchiere di alieni, mentre negli ospedali e nelle strutture per anziani sono costretti a lasciar morire la gente che non possono curare. Conosco il mondo del calcio da quando avevo 13 anni, ma in un momento come questo riesce ad andare oltre l’immaginazione».
 ➣ Nemmeno quel po’ di filosofia napoletana, imparata in gioventù da calciatore e poi da allenatore, riesce a fare un po’ da filtro rispetto alla tragedia?
«Mi sforzo di ripetermi il grande classico, Adda passà ‘a nuttata. Mi è tornato in mente anche il San Gennà, futtitenne, di quando lo declassarono. Ma nemmeno così riesco a sorridere. Più facile mi scappi un’altra lacrima, pensando ai tempi belli».
 ➣ Lascia provare me, per un sorriso. So che uscirà da Baldini+Castoldi, quando finalmente riapriranno le librerie, la tua biografia: scritta da tua figlia Camilla, giornalista all’Eco di Bergamo.
«Il sorriso me lo strappi per Camilla. Ma poi penso che la prefazione l’ha scritta Gianni Mura. Che il titolo, Sopra il vulcano, l’ha suggerito lui, e mi torna il magone. Oltre a tutto il resto, sono anch’io un senzamura». | Intervista di Gigi Garanzini, la Stampa

 

   Gli schieramenti    In attesa del vertice della Premier League fissato venerdì mattina, continuano ad arrivare segnali di voglia di ripartire e di chiudere la stagione, anche con una maratona di quattro settimane. Il Tottenham è uno dei club leader del partito dei «ricominciamo».Il partito che vorrebbe assegnare il titolo al Liverpool e annullare il resto della stagione è in minoranza. Harry Kane, capitano del Tottenham, ha dichiarato: «So che si farà il possibile per chiudere il campionato, ma se non si riuscisse a completarlo entro la fine di giugno, meglio annullare tutto». Il centrocampista tedesco Ilkay Gundogan del Manchester City sostiene invece: «Bisogna essere sportivi e assegnare al Liverpool un titolo meritato». La sua è, per ora, una voce isolata. | Stefano Boldrini, la Gazzetta dello sport

 

   Il default che avanza   L’Équipe ha diviso i club francesi in base alla loro capacità di reggere a una crisi economica post virus. Senza grossi rischi di sopravvivenza vengono giudicati per motivi diversi il PSG, il Lione, il Rennes e il Nizza. A rischio il Monaco, il Nantes, il Tolosa. Ad alto rischio: Bordeaux, Marsiglia e Saint Etienne.

 

    Chi fruga tra le macerie   Stefano Sardara, presidente della Dinamo Sassari, ha parlato con La Nuova Sardegna di un danno da 2 milioni per la sua società: “Non siamo il calcio, ma in proporzione abbiamo i nostri problemi, e questa cifra è realistica. La Dinamo l’anno scorso solo con i playoff scudetto aveva incassato 800mila euro, togliamo anche i diritti tv e altri introiti: una perdita che peserà nelle prossime stagioni. Questa crisi sta mettendo in ginocchio l’industria, figuriamoci lo sport, e il basket. Stiamo facendo il conto dei danni, ci sarà poi chi frugherà tra le macerie”.
  A dimostrazione del fatto che dinanzi a una situazione nuova e imprevedibile tutto si può fare, volendolo, emerge ora una nuova ipotesi per la Champions. Il sito greco SDNA rivela che le otto squadre ancora in corsa (nessuna italiana) potrebbero giocarsi il titolo 2019/20 in apertura di 20/21 in una Final Eight con le nuove squadre

 

  | ciclismo  Il sospetto venuto a Modolo sui tagli agli stipendi   
➣  I francesi vogliono correre il Tour a porte chiuse. «Il ciclismo a porte chiuse non esiste. E comunque non credo che a giugno saremo usciti da questa pandemia. Magari noi sì. Ma gli altri che non hanno ancora capito? I miei colleghi belgi e olandesi vanno ancora in bici».
 ➣ Allungare la stagione fino a fine novembre? «E’ come dire a uno sciatore di gareggiare in agosto. Il clima non è giusto».
 ➣ Che cosa succederà al ciclismo? «Io sono pessimista, immagino che tante squadre salteranno, per quelli che fanno il budget anno per anno non sarà facile. A meno che qualcuno non li aiuti. Ma chi, l’UCI?».
 ➣ Qualcuno ha cominciato a tagliare gli stipendi. «Se avessi la garanzia di un altro anno di contratto non avrei problemi a tagliarmi lo stipendio. Ma se mi abbassi lo stipendio poi a fine stagione mi lasci a piedi… Non parlo solo per me, penso ai giovani che hanno appena firmato un contratto e non hanno avuto la possibilità di farsi vedere. Io qualche soldo l’ho messo via. Certo, mi romperebbe parecchio dover smettere così».
 ➣  Se decidesse lei cosa farebbe? «Ogni tanto ci provo a ragionare da imprenditore. E capisco il momento. Sento tanti che parlano di solidarietà ma non so se c’è da fidarsi. Magari qualcuno approfitta della crisi per tagliare».
 ➣  Una soluzione per il suo contratto ce l’ha? «Il 2020 lo chiudiamo qui, allunghiamo il contratto di un anno e lo stipendio lo prendo nel 2021, quando corro». | Intervista di Alessandra Giardini, Corriere dello sport-Stadio

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