I primati mondiali di Rojas e Duplantis

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I primati mondiali di Rojas e Duplantis

 

       Yulimar Rojas ha fatto due volte il record del mondo di salto triplo. La prima non gliel’hanno convalidato. Aveva saltato con la punta della scarpa oltre l’occhio elettronico che misura la regolarità dello stacco sulla pedana. L’atletica ha eliminato a questi Mondiali la plastilina sull’asse di battuta, tra gli oggetti più antichi che resistono ancora nello sport, come i cartelli che danno indicazioni ai piloti dai box o quelli che sul ring segnalano l’inizio di una ripresa. Al posto del giudice che solleva la bandierina in caso di salto nullo, a Belgrado hanno piazzato un coso sulla pedana – coso è un termine tecnico – che si illuminava di verde o di rosso. Se ci fosse stato anche agli Assoluti di Ancona, Larissa Iapichino non si sarebbe vista annullare il salto del titolo italiano da una revisione postuma al replay.

Rojas si è messa le mani nei suoi capelli rasati e ha tirato dritto. Fino al salto successivo, 15 metri e 74. Il salto più lungo in qualunque condizione. Al coperto, all’aperto, con vento o senza vento. Un margine di 12 centimetri sul vecchio primato e una medaglia d’oro con un metro di vantaggio sulla seconda piazzata, l’ucraina Maryna Bekh-Romanchuk. Alla sua seconda gara in assoluto da triplista, lei che viene dal salto in lungo, ha fatto 14,74 al sesto tentativo, correndo ad abbracciare suo marito, con cui è fuggita dal suo Paese in macchina, dando un passaggio ad altre due atlete. 

 

E nel pomeriggio: lui. Armand Duplantis detto Mondo. Ha aggiunto un centimetro al suo primato mondiale con l’asta, portandolo da 6,19 a 6,20. L’Equipe ha chiesto all’ex campione Jean Galfione e all’allenatore Damien Inocencio di individuare punti in comune e differenze con Sergej Bubka e Renaud Lavillenie, gli ultimi due detentori del record prima dello svedese. 

Viene fuori che Bubka aveva una diversa concezione della disciplina, si allenava facendo molta ginnastica, corsa e bodybuilding. Eccelleva nella corsa, era un atleta completo, ma era molto meno tecnico di quanto siano i suoi successori. Un atleta esplosivo, dalla frequenza del passo notevole, grazie a un’altezza di 1,83 e un peso di 80 chili, mentre Lavillenie è di qualche taglia inferiore (1,76 m per 70). Il francese è stato un pioniere, per aver rivoluzionato la tecnica negli ultimi 20 metri di rincorsa. Ha superato i 5 metri solo a 19 anni, arrivando tardi alla maturità completa, mentre Duplantis ne aveva 18 quando ha passato i 6,05. Lo svedese ha un fisico più simile a Bubka (1,81 per 80 chili) e si sta ancora potenziando muscolarmente. Secondo i due esperti ascoltati da l’Equipe, Duplantis ha spensieratezza e un atteggiamento mentale mai appartenuti agli altri due. Non c’è una sostanziale differenza tecnologica, invece. L’asta è sostanzialmente invariata da molti anni. Si può dire che Bubka, Lavillenie e Duplantis hanno utilizzato o utilizzano lo stesso attrezzo, per gli amanti dei dettagli: del produttore americano UCS Spirit, in fibra di vetro. La differenza è che da dieci anni uno smartphone o un tablet permettono di avere riscontri immediati sulle sessioni tecniche e perfino durante la gara. Bubka doveva filmare, tirare fuori il VHS dalla camera, trovare un registratore, un monitor, eccetera eccetera. 

 

    La lucida follia di Gianmarco Tamberi – come l’aveva definita il dt La Torre – ha portato una medaglia di bronzo, condivisa con il neozelandese Kerr alle spalle del coreano Woo (2,34) e dello svizzero Gasch.

Giulia Zonca per la Stampa elogia “la scelta di esserci, per osare. In questo imprevedibile inizio di stagione che lo ha visto pure protagonista dell’All Star Nba, non ha mai gareggiato e l’esordio è direttamente ai Mondiali indoor. Non è venuto a Belgrado in gita, il podio è il risultato minimo e i desideri volano alti”. 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “ha vinto la sua scommessa, quel folle di Gimbo: portarsi a casa una medaglia senza gare nelle gambe. La presenza last minute del campione olimpico ha motivato la concorrenza”.

Oscar Eleni sul Giornale scrive che “Tamberi ha saputo stregare le tribune della Stark arena. Saltando bene, pregando per la pace, mostrando sul braccio e sul volto i simboli dell’Ucraina, facendosi amare, abbracciando tutti”. 

 

  «Bondarenko l’ho sentito, è in salvo in Germania. Mio padre sta ospitando nelle Marche delle persone che ci ha mandato lui, io sto liberando ad Ancona una casa per accogliere altri ucraini. Dall’inizio della guerra gli abbiamo detto che può contare sul nostro sostegno economico. Di Protsenko invece non ho notizie: temo che sia dentro l’incubo delle bombe in Ucraina». 

Gianmarco Tamberi in gara con la bandiera ucraina sulla spalla e con i nomi suoi due saltatori

 

Franco Fava sul Corriere dello sport-stadio traccia un primo bilancio e scrive: “L’Italia chiude una felice edizione con un oro e un bronzo: era dal 1995 che non vincevamo due medaglie nella stessa edizione. Caduti anche 4 record italiani (due di Jacobs nei 60, uno della Dosso sempre nei 60, uno di Weir nel peso) e un primato europeo ancora per mano di Marcell. E quel che più conta l’Italia archivia questi Mondiali con 7 finalisti e un totale di 24 punti: per trovare un punteggio più alto bisogna tornare indietro a 29 anni fa, a Toronto 1993”. 

 

| binocoli Marcell Jacobs visto dall’estero

Phil Minshull, Track and Field: “L’americano sembrava in grado di battere Jacobs e difendere il suo titolo di 4 anni fa, dopo un ottimo terzo centrale di gara, ma ha perso il suo passo migliore negli ultimi 5 metri, consentendo a Jacobs di recuperare”

Jonathan Gault, Let’s Run: “È difficile mettere tanto drama in una gara che dura meno di sette secondi. Marcell Jacobs e Christian Coleman lo hanno fatto. Una delle gare sui 60 metri più belle che si siano mai viste. Forse la più bella. Con tre millesimi di secondo di distacco. Una resa dei conti all’altezza del clamore. Una gara ovviamente importante, ma il premio più grande in offerta nel 2022 sarà assegnato il 16 luglio a Eugene e la trama non potrebbe essere più avvincente”. 

Sean Ingle, Observer: “Nessun dubbio. Marcell Jacobs ha dimostrato di essere l’uomo più veloce del pianeta. Molti avevano deriso la sua medaglia d’oro olimpica dei 100 metri, definendola un colpo di fortuna. Ha prodotto una performance di devastante serenità per sconfiggere il detentore del record mondiale dei 60 metri in una gara all’altezza delle attese”.

Rebecca Myers, Times: “Marcell Jacobs dimostra di non essere una meteora. Il suo nuovo titolo è una risposta definitiva a tutti i dubbiosi che avrebbero potuto considerarlo la meraviglia di un sola estate”. 

 

In Italia, Giulia Zonca su la Stampa racconta come e quanto la dimensione privata ritrovata abbia influito sulle prestazioni di Jacobs, compresa l’armonia con suo figlio. “Un oro con i piedi in faccia. Marcell Jacobs ha dormito con il figlio Anthony dopo il successo ai Mondiali indoor e non ha chiuso occhio. Non importa, non riposa mai dopo le gare e poi è probabile che uno dei tre millesimi di vantaggio su Coleman arrivi dalla sua presenza, dalla prima volta della famiglia a una gara: «La prima di molte, verranno a Eugene, ai Mondiali all’aperto, mi piacerebbe portarci i miei bimbi con me». Equilibri. Per Jacobs è la parola chiave, la stella cometa della velocità. La scorsa stagione ha trovato la tranquillità necessaria dopo aver ripreso i contatti con il padre lontano e in questa si spinge più avanti grazie a un’armonia ricomposta. Non solo ha capito che per lui avere i bambini al seguito non è un limite, ha pure ristabilito un confronto quotidiano con il primogenito Jeremy, nato nel 2013 prima dell’incontro tra l’azzurro e la futura moglie Nicole: «Il mio legame con Jeremy non è mai stato in discussione, qualsiasi problema possiamo avere avuto è dipeso dalle circostanze, io non l’ho mai messo da parte. Ora finalmente è un po’ più grande, gli ho comprato il suo ipad personale così possiamo vederci e sentirci quando preferisce, senza avere la sua mamma come intermediario. Prima era più difficile». 

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