longform week-end
Lo sport del Muro di Berlino
Quando entrerà in vigore il nuovo regolamento?
A quanto ne so, subito… immediatamente
Günther Schabowski, segreteria della SED, 9 novembre 1989
Le dimensioni di una potenza. La Germania Est, solo 16,7 milioni di abitanti nel 1981, è stata una potenza straordinaria dello sport. Seconda solo all’URSS a Montreal ’76, Mosca ’80, Seul ’88. Il Comitato olimpico della Germania Est, fondato il 22 aprile 1951, ha prodotto 563 medaglie olimpiche: 202 d’oro, 189 d’argento, 172 di bronzo. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 6 novembre 2009
Angela Merkel. Nella DDR l’educazione sportiva di bimbi e ragazzi era prioritaria, io nato all’est fui selezionato dall’inizio per il ciclismo, poi vinsi il Tour de France. Lei che è riuscita a diventare la prima donna cancelliere in quali discipline sportive si distingueva?
«Ero chiaramente così poco portata per lo sport, che mi ritennero inadatta a qualsiasi disciplina sportiva». | Dialogo tra Jan Ullrich e Angela Merkel, agosto 2012
Le vite degli altri. Il suo nome in codice era: “Salto”. La spia che viene dal freddo è stata eletta nella commissione donne della federazione internazionale di atletica leggera. Una doppia vita: da grande atleta e da spia delle vite degli altri. Heike Drechsler, 42 anni, ex DDR, la ragazza che a 18 anni nell’83 vinse i mondiali di Helsinki nel lungo e divenne poi una star dello sport è stata un’informatrice della Stasi, della polizia segreta della Germania est. Lei si difende: «Non capisco certe reazioni, se non con l’avversione che ancora c’è verso la DDR e con il fatto che io devo pagare per tutta la vita questa appartenenza. Ho sempre condannato il doping e non ne ho mai fatto uso consapevole. Vogliono distruggere la mia reputazione. Sono anch’io una vittima inconsapevole. A quei tempi non mi chiedevo il perché di molte cose, né facevo politica. Però in qualche modo sono stata manipolata dal sistema e quando è caduto il muro ha travolto e fatto male anche a me». | Emanuela Audisio, la Repubblica, 24 agosto 2007
Chi erano le spie? Tutti: Lutz Dombrowski (lungo), Waldemar Cierpinski (maratona), Dieter Krause (canoa), Klaus Koeste (equitazione), Rolf Beilschmidt (alto), e i medici, come Bernd Pansold, che poi, in Austria, diverrà il mentore di Hermann Maier. L’allenatore Eduard Geyer, che alla caduta del Muro dirigeva la nazionale, nome in codice «IM Jahn», alla Dynamo Dresda nel periodo 1975-86, ha spiato i suoi giocatori, come Ulf Kirsten e Matthia Sammer. Perfino Jutta, la madre di Franziska Van Almsick, che fiorirà con la Germania riunita, nome in codice «IM Renate», ha fatto rapporto dal 1981 fin dopo la caduta del Muro e denunciava il parroco Werner Hilse che dal pulpito tuonava contro il Muro. La bella Katarina Witt, oro nel pattinaggio artistico a Sarajevo ‘84 e Calgary ‘88, era spiata 24 ore su 24. Nelle carte della Stasi c’era perfino la durata dei rapporti sessuali: «Dalle 20.00 alle 20.07 Intimverkehr», «traffico intimo». | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 9 novembre 2014
Gli amori. C’erano amori che sfociavano nel matrimonio. Di Stato quello tra le due stelle della DDR Kornelia Ender e Roland Matthes costretti a convolare a nozze dalle pressioni della Stasi, la polizia segreta del regime. Ebbero una figlia, Franziska, che si cimentò con il nuoto, ma non ebbe il successo dell’altra Franziska, la Van Almsick. | Roberto Perrone, Corriere della sera, 16 dicembre 2007
Le fughe. L’epopea delle fughe a nuoto, con tunnel laboriosi, con funivie per acrobati, perfino con la mongolfiera, riguardò anche gli atleti. Mario Waechtler, 24 anni, era un nuotatore. Alle 23 del 2 settembre 1989 si tuffò nell’Ostsee. Dopo 19 ore e 38 km fu avvistato dal traghetto Peter Pan, che calò una scialuppa. I Vopos videro e in motoscafo cercarono di bruciarla. Furono battuti. Sulla tolda i passeggeri applaudirono. Mario salì sul ponte e svenne. Fu l’ultimo a fuggire. | Claudio Gregori, 6 novembre 2009
E le fughe per amore. Il ciclista Dieter Wiedemann non aveva nulla del dissidente. Gli fu promessa una grande carriera nella DDR all’inizio degli anni 60. Lui scappò in Occidente nel 1964 per riprendersi il suo amore adolescente e partecipare al Tour nel 1967. Ai piedi della sua terrazza, nel giardino, una grande cornice con la foto di Sylvia. Dieter ha ora 78 anni, l’amore della sua vita è morto due anni fa. La incontrò nel suo villaggio di Flöha nel 1960. Aveva 19 anni e lei 14. Era venuta a far visita al ramo orientale della famiglia, separata dalla guerra fredda. I cittadini dell’ovest avevano il diritto di attraversare il confine a determinate condizioni, per le riunioni di famiglia, il contrario era più complicato. “Ci siamo scritti dozzine di lettere. Era una corrispondenza privata tra due giovani, non ho avuto problemi. Non ho mai criticato il regime”. Tre anni dopo lei tornò, ancora dalla famiglia, e gli raccontò dei suoi piani. “Aveva 17 anni, mi disse che aspettava di essere maggiorenne per venire a vivere con me in DDR”. Dieter aveva già in mente il suo piano: avrebbe fatto l’inverso. “Non ho mai voluto andare a cercare il mio file negli archivi della Stasi quando tutto è stato declassificato dopo la riunificazione. Non volevo leggere le testimonianze dei miei amici. Ho preferito l’ignoranza per continuare a vivere felicemente. Sono un nostalgico. La DDR è sempre rimasta la mia patria dentro di me”. | Philippe Le Gars, l’Équipe, 28 ottobre
Di notte nel Baltico. Nuotatore perseguitato dalla Stasi, Axel Mitbauer, raggiunse l’Ovest nell’agosto del 1969. Dopo un’odissea di venticinque chilometri di notte nelle acque del Baltico. “La gente pensa che io sia un eroe ma sono solo un nuotatore che voleva essere libero. Sono nato nuotatore, ho vissuto così e continuerò fino alla mia morte” | Jean-Pierre Bidet, l’Equipe, 29 ottobre
La propaganda. Nell’ultima estate di integrità del regime sovietico una trentina di giornalisti selezionati in tutto il mondo occidentale (in maggioranza statunitensi) furono caricati su un pullman a Berlino Est e impacchettati in un giro turistico forzato fra le attrazioni del Bel Paese sportivo. Anche la Gazzetta pensò che era un’occasione da non perdere: in un’epoca in cui i risultati sportivi realizzati al di là del Muro affioravano settimanalmente attraverso una rivista ciclostilata in vendita in una libreria specializzata di Milano e gli inviati a Berlino Est dovevano attraversare il Checkpoint Charlie per trasmettere i servizi grazie ai servizi telefonici del primo albergo localizzato nella parte occidentale della città, quel reportage offerto su un piatto d’argento era manna giornalistica piovuta dal cielo.
Poveri noi. In una settimana di lavori forzati visitammo gli Istituti di Educazione Fisica di Lipsia e Schwerin, fummo invitati a parlare con studenti sul cui rendimento scolastico l’Educazione Fisica contava più della matematica e della storia, incontrammo i più grandi protagonisti dell’ortodossia tedesco orientale, dal discobolo primatista mondiale Jurgen Schult alla pluridecorata del nuoto Kristin Otto. Ricordo che mi colpirono molto due aspetti: che ogni distretto era specializzato in una singola disciplina e che nelle fabbriche proliferava un’attività dopolavoristica strutturata agonisticamente con avanzamenti anche occupazionali. Ma non avevamo proprio il prosciutto sugli occhi perché di doping di stato si parlava già allora, prima delle confessioni postume.
Il punto di non ritorno arrivò a Lipsia, per la visita ai laboratori che erano al centro del celebre «reclutamento». Il delegato alla ricerca scientifica Peter Bauersfeld non accettò le insinuazioni sulle misteriose pillole colorate (più tardi i produttori del micidiale Oral-Turinabol furono costretti a pagare ingenti risarcimenti per la somministrazione) e si rifiutò di farci scendere al piano inferiore: «Solo il 15% delle nostre strutture sono accessibili». E chiuse così ogni tentativo di protesta: «Ricordatevi che la vostra è tutta falsa propaganda». Appunto. | Fausto Narducci, la Gazzetta dello sport, 9 novembre 2014
In prigione. Wolfgang Schmidt, primatista mondiale del lancio del disco, amato figlio della Germania orientale, pagherà il suo tentativo di fuga con la prigione per quindici mesi e non sarà lasciato libero di andare in Occidente fino al 1987, cinque anni dopo la sua liberazione. Questo spirito libero riprenderà poi la sua carriera, senza lo stesso successo prima di esiliarsi infine negli Stati Uniti. Anche quando ammette di aver visitato la sua famiglia in Germania, il vecchio discobolo rimane molto discreto sulla sua vita attuale. “Avevo le mie idee e mi hanno messo in prigione per quelle. Ma è stato necessario, per essere d’esempio agli altri atleti della Germania di Est. L’ho capito dopo”. | Annabelle Rolnin, l’Équipe, 30 ottobre
Il doping. Kornelia Ender in acqua era bella come una sirena. Katarina Witt suscitava l’incanto sul ghiaccio. Poi c’erano le Valchirie, la voce baritonale, forti, virili, baffute. Vincevano tutto. Erano, si disse, il frutto di una scuola superiore, l’Istituto di Ricerca sulla Cultura e lo Sport di Lipsia. Figlie del sapere, dunque. La caduta del Muro, invece, permise di trovare le prove che erano solo cavie, vittime del doping di Stato. Quel programma fu lanciato nel 1968, finanziato del governo (Erich Honecker), diretto dal presidente del Deutsche Turn und Sport Bund (Manfred Ewald), coordinato dall’Istituto di Lipsia, e durò fino al 1989. … In quei 22 anni nessun atleta della Germania Est fu trovato positivo ai Giochi. Il motivo è semplice: il doping era somministrato da medici e, prima di partire per l’Olimpiade, gli atleti venivano testati nel laboratorio di Kreischa, accreditato dal Cio: chi fosse risultato positivo, restava a casa. I prodotti dopanti era chiamati «Unterstützende Mitteln», «mezzi di sostegno». Steroidi anabolizzanti, soprattutto l’Oral-Turinabol. Veniva somministrato anche a nuotatrici o ginnaste di 12-13 anni, che emergevano giovanissime… Ancora oggi la Germania si confronta con i danni del doping: bimbi con handicap, ossa fragili, danni permanenti. | Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 9 novembre 2014
Pentiti. Il record del mondo nella staffetta 4X100 è ancora il suo. Imbattuto dal 1984. Ma al posto del suo nome, in tutti i registri ufficiali compare solo una stellina. Ines Geipel ha chiesto di essere cancellata da quel record. Perché era figlio del doping di Stato. Geipel si batte a fianco delle vittime da quando l’apertura degli archivi della Stasi ha scoperchiato il verminaio dello sport di regime. L’ex atleta, che oggi insegna letteratura, fu vittima di una delle più atroci punizioni che la Stasi abbia mai inflitto a uno sportivo. Ed è uscito un suo commovente libro sulla sua famiglia ancora dilaniata da un padre spia della Stasi, un Terroragent infiltrato in Occidente. «Lo sport ad alti livelli era il Sacro Graal. La Ddr voleva essere meglio dell’Urss, degli Usa. E per noi, “generazione del Muro”, era l’opportunità di vedere Roma, Parigi o il Messico. Diventava come un “doppio muro”. Quando tornavamo dai viaggi, era come se qualcuno avesse spento la luce e si sentisse puzzo di piscio». | Tonia Mastrobuoni, la Repubblica, 20 luglio
E allora l’Ovest? «Signor ministro, che cosa dobbiamo e possiamo fare per far vincere alla patria più medaglie olimpiche, o più partite di calcio?». «Fate voi, non è affar mio». Il dialogo risale agli anni Settanta, alla piena guerra fredda, e fa pensare a un funzionario sportivo della Ddr neostalinista chiamato a rapporto da un gerarca di Berlino est. Invece no, accadde a Bonn, nella Germania libera, pilastro dell’Europa e del mondo libero. Ti viene la pelle d’oca, apprendendo del rapporto segreto dell’autorevole Università Humboldt di Berlino (uno dei tre maggiori atenei della capitale) svelato ieri dalla Sueddeutsche Zeitung. Non solo dietro il Muro di Berlino, ma anche nell’altra Germania, la Repubblica federale, il doping di Stato era sistematico. | Andrea Tarquini, la Repubblica, 4 agosto 2013
I gol immaginati dell’Hertha. Non c’è gol più letterario di quello, anzi, di quelli raccontati (anzi-bis: non raccontati) da Simon Kuper ne Il dissidente del pallone, secondo capitolo di Calcio e potere. È la storia di Helmut Klopfleisch, «un uomo grande, biondo, dalla faccia tonda (…) espulso dalla Ddr per aver tifato le squadre sbagliate»: Bayern Monaco e Germania Ovest (anche nel celebre derby al Mondiale tedesco del 1974) ma soprattutto Hertha Bsc, club di Berlino Est trasferitosi a ovest quando la città non era ancora stata divisa in due. Da bambino, Klopfleisch andava regolarmente allo stadio ma dal 1961, all’età di 13 anni, la costruzione del Muro glielo impedì. Lo stadio, però, non era lontano e quindi, tutti i sabati, una massa di tifosi dello Hertha si radunava sotto il Muro «ascoltando i suoni che arrivavano dal campo di gioco (…). Quando la folla allo stadio esultava, il gruppo al di là della Cortina di ferro esultava a sua volta». Ovviamente «nel giro di poco tempo, le guardie di frontiera fecero in modo che la cosa cessasse». E poi lo Hertha si spostò allo stadio Olimpico, all’estremità occidentale della città, «a chilometri di distanza dal Muro, e non a portata d’orecchio». A quel punto, i gol non si potevano più nemmeno immaginare. E ai tifosi come Klopfleisch non restò che rischiare la galera per organizzare incontri clandestini con allenatori, giocatori o dirigenti dello Hertha: «Dovevano pensare che fossimo un mucchio di pazzi», racconta Klopfleisch a Kuper. Molto vero. Ma che bello.| Tommaso Pellizzari, la Lettura, 8 gennaio 2012
Il gol di Sparwasser. 1974. “Accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Höttges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete”. | Günter Grass, Il mio secolo
L’onta dell’ovest. Lui mirò lì: al cuore del capitalismo. Un gran destro in diagonale, che il portiere Maier non aspettava. Un gol rosso, comunista, operaio. Ci sono tiri che fanno venire giù lo stadio, il suo fece crollare il muro. 32 anni fa. Un po’ prima del previsto. Era il 77′ minuto. Nello stadio di Amburgo 58.900 tedeschi (dell’ovest) ammutolirono davanti al successo della Ddr, come si chiamava allora. 1-0 e il mito dell’efficienza tedesca andava a pezzi. Nel primo e ultimo derby tra le due Germanie, mondiali 1974. La misera Trabant sorpassava la potente Mercedes. E al volante c’era lui: Juergen Sparwasser, 26 anni, giocatore del Magdeburgo, che prese la palla a centrocampò, fregò Kaiser Franz, e bucò per sempre la rete della Germania. Ci sono spine che non se ne vanno. Per venti minuti Beckenbauer continuò a urlare «Non è successo niente», ma si sbagliava. Quel gol è l’onta dell’ovest, il segno di una superiorità in frantumi. «Non casco dalle nuvole. So di essere l’eroe di un’epoca che non tornerà. Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall’est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava. Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E dopo la caduta del muro, per ricostruire un’identità sportiva collettiva, tutti chiedevano all’altro: dov’eri quando Sparwasser segnò?». | Emanuela Audisio, la Repubblica, 8 giugno 2006
L’effetto su un bambino italiano. Il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista. Non me ne sono reso conto subito, ma molti anni dopo, perché avevo solo dieci anni. Ho avuto un sussulto, una specie di esultanza interiore non prevista, un singhiozzo, la reazione del ginocchio al martelletto che misura i riflessi; una cosa controllata e allo stesso tempo incontrollata. Poco comprensibile, come la reazione di mio padre, che si è voltato di scatto a guardarmi, quasi per dirmi: ma che fai? – però non lo ha detto.”. … Io mi ero dato questa spiegazione: che la Germania Est fosse una specie di formazione delle riserve, la squadra B. In fondo, era sempre Germania, ma aveva meno attenzione, non si diceva mai che era la squadra di casa, non era per niente favorita al contrario dell’altra… Insomma, se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi un’altra formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava. | Francesco Piccolo. Il desiderio di essere come tutti (Einaudi, 2013)
La Dynamo Berlino. Fino al crollo del Muro di Berlino, il presidente della società fu Erich Mielke, il temutissimo ottuagenario a capo della polizia segreta, la Stasi. Mielke amava la Dynamo e ci faceva giocare tutti i migliori giocatori della Germania Est. Parlava anche con gli arbitri e così la Dynamo vinceva parecchie partite per un rigore in pieno recupero. Tra i tifosi tedeschi, i giocatori della Dynamo erano noti come gli “Elf Schweine”, gli undici maiali, ma riuscirono a vincere il campionato ininterrottamente dal 1979 al 1988. Si trattò probabilmente del caso più clamoroso di interferenza della politica nel calcio. | Simon Kuper e Stefan Szymanski. Calcionomica (ISBN, 2009)
L’ultima partita. L’ultima partita prima che cadesse il muro finì alle otto meno un quarto di sera dell’8 novembre ‘89. La Dynamo fece 0-0 con lo Stahl Eisenhüttenstadt e dentro quel risultato c’era la mediocrità che sarebbe arrivata. Berlino ha vinto 16 campionati a est e 5 a ovest, più niente da allora. | la Repubblica, 5 giugno 2015
I reduci. A Rostock trovarla è facile, l’insegna dove comincia la zona pedonale avverte che il grande negozio di articoli sportivi si chiama come lei: Marita Koch, ex regina dello sport Ddr che da 14 anni conserva il record dei 400 piani. Parlarle è facile, nel retrobottega tra le fotografie della figlia Ulrike nata mentre cadeva il Muro, e dell’ex allenatore Wolfgang Meier diventato suo marito: tute da jogging, scarponi da sci e fuseaux da corridore a far da quinta aiutano una giovane donna che sfiora con garbo ed eleganza sobria i quarant’anni a raccontare la sua vita fra lo sport più inquisito al mondo, lo «sport comunista» di un Paese che adesso non c’è più.
Era davvero un sistema totale, rassicurante e oppressivo insieme, quello sport?
«Era un sistema nel quale chi aveva talento riusciva a valorizzarlo. Era un sistema professionale che metteva a disposizione ottime strutture e un’ottima assistenza».
Di quest’assistenza, hanno rivelato inchieste recenti, facevano parte doping, ormoni e farmaci a rischio.
«È ingiusto accusare la Ddr di avere avuto un problema doping. Il problema è mondiale. … Studiavo medicina, allora, ero consapevole dei rischi, sono sempre stata attenta. … Moltissimi atleti hanno dato prestigio alla Ddr anche senza drogarsi. … Quando il Muro è caduto mi ero già ritirata. Mi ricordo di aver pensato due cose: “Perché proprio adesso?”, e “non avrei mai immaginato che potesse succedere davvero”».
Che cosa le manca di più, del “prima”?
«Soprattutto la solidarietà, i legami intensi».
Intervista di Emanuele Novazio, la Stampa, 7 novembre 1999