La palla è rotonda, la partita dura novanta minuti e l’allenatore del Friburgo è Christian Streich. Erano le tre certezze intorno al calcio in Germania. Ne restano due, la terza finisce oggi. Dopo dodici anni alla guida della squadra, Streich ha deciso di andarsene. Ha annunciato che a fine stagione lascerà l’incarico, lui che era diventato il secondo più longevo in Bundesliga dopo Frank Schmidt dell’Heidenheim.
Adored by many for his passion, personality, bluntness and humour.
This is the story of the Bundesliga’s most iconic coach!
Christian Streich 🖤 pic.twitter.com/mcotR84uWZ
— DW Sports (@dw_sports) March 18, 2024
Il suo saluto è in cima ai titoli sportivi di tutti i giornali di Germania. “Se ne va la buona coscienza dell’industria del calcio” secondo Stern dopo due ottavi di finale in Europa League e la finale della Coppa di Germania raggiunta due anni fa, risalendo dalla retrocessione del 2015. Non solo un uomo di campo e di calcio. “Negli ultimi anni – ricorda Stern – aveva preso una posizione chiara sulle questioni politiche e sociali. A metà gennaio ha invitato i tedeschi ad assumere una posizione molto chiara contro l’estremismo di destra”.
«Se non ci solleviamo adesso – aveva detto Streich – non abbiamo capito niente. Mancano cinque minuti alla mezzanotte».
Stern dice che non erano solo il suo accento dialettale e la sua natura spesso molto emotiva a farlo notare in panchina. “Molti tifosi – continua – lo vedevano come una sorta di coscienza pulita per l’industria del calcio sempre più commercializzata”.
L’ultimo dei puri, anche Die Welt lo racconta e lo definisce in questo stesso modo. “Sisifo si ferma” è la sintesi di 11 Freunde. “La fine di un’era” secondo Kicker, mentre der Spiegel saluta “l’uomo dalla testardaggine creativa”. Per la Frankfurter Allgemeine Zeitung lascia la panchina “l’autorità del Baden” e dalla Svizzera dice la Neue Zürcher Zeitung che “la Bundesliga perde una figura influente”.
Die Zeit sta ricordando alcune delle sue uscite più famose. Quando gli chiesero di riflettere sul concetto di identità e nazionalismo, rispose: «Ho il passaporto tedesco, ma non mi sento tedesco. Sono una persona che ha il passaporto scritto in tedesco». E sull’ossessione per i risultati nel calcio una volta ha detto: «Non dobbiamo vincere. Solo una cosa dobbiamo fare nella vita, ed è morire».