TIRRENO-ADRIATICO
Sarà per eredità della fullona degli Etruschi, sarà per via della fullonica romana, ma il luogo dove anticamente le donne strofinavano i panni da lavare è rimasto scolpito nel nome di questo posto che non conosce femminismo ogni volta che ci son di mezzo biciclette. Chi lo sa perché. Sotto il fascismo, per esempio, intorno alla Chiesa della Ghisa di Follonica si tenevano corse di cavalli, in alternativa si sfidavano in dritta percorrendo l’asse di via Roma ancora chiamata via del Commercio o via Cavallotti. Se i cavalli riposavano, toccava far correre l’anti-cavallo, la bicicletta, come racconta Luca Tognaccini nel libro La splendida storia di Follonica, città che all’epoca si vantava di poter ammirare una donna battersi contro gli uomini, [“dicono senza sfigurare”] eppur chiamandola con il soprannome assai villano di Balena.
STRADE
Trent’anni fa da Follonica passò il Giro d’Italia, in maglia rosa c’era il russo Berzin e la condizione femminile non era granché cambiata. Leonardo Coen su Repubblica scrisse
“In una cosa il Giro è rimasto Strapaese. Le esuberanti miss. Che ora chiamano hostess. Non vi diciamo come le chiama invece il pubblico, ruspante e sanguigno, che affolla partenze ed arrivi della carovana. Berzin, che ormai è abbonato ai baci e agli abbracci di Barbara, Nadia, Sabrina e Fabiola, sta bene accorto a non alimentare il clima già infuocato delle premiazioni. Ma ieri, a Follonica, gli animi erano eccitati, come non mai: sarà stata la storia della finta fuga notturna di Gianni Bugno, sarà stata la giornata quasi estiva, densa di calori e umori, fatto sta che le povere ragazze in body stretch color acciaio non hanno fatto neppure in tempo ad esporre il loro ben di dio che si sono beccate una fragorosa salva di faccela vede, che se lo sapesse Irene Pivetti, allora sì, che si pentirebbe dall’aver proclamato la fine del femminismo”.
Erano giorni nei quali si scriveva di Bugno, per la verità separato, e di una sua Dama Bianca. “Altri tempi – scriveva Repubblica – Coppi era Coppi. Non parliamo di Miguel Indurain, guai se Marisa lo sorprendesse mano nella mano con una di queste ragazze”.
Oggi che le bici attraversano Follonica di nuovo, i Bicocchi son consegnati alla storia – loro che per questa città sono come i Medici a Firenze. Le bici passano davanti a Besitos, il negozio di abbigliamento aperto qui da Vanessa Incontrada – che una sua battaglia contro il body shaming l’ha combattuta e vinta. A Follonica è cresciuta Laura Donnini, manager in posizioni di vertice in alcune delle principali aziende editoriali italiane, fino alla carica di amministratrice delegata di Rcs Libri e ripartita da HarperCollins Italia e da Harmony – disse una volta – per dar voce alle donne «che sono il 60 per cento del mercato di chi legge. E di questo io mi voglio appropriare perché nessun editore, da nessuna parte ha mai avuto un progetto editoriale di questo tipo. Questa non è una casa editrice di femministe ma ha un dna al femminile, le donne sono quelle che leggono, vogliamo sviluppare un progetto di narrativa e saggistica che abbia questo fil rouge».
L’UOMO CONTRO IL CAVALLO
Era un maschio, invece, Atollo, un maschio baio di cinque anni. Il 21 luglio del 78 a Follonica si misero in testa di mescolare i costumi in uso nei giorni delle corse intorno alla Chiesa della Ghisa. Così misero uno contro l’altro un cavallo e un anti-cavallo sulla pista dell’ippodromo, alla fine della riunione. Atollo era considerato il miglior trottatore indigeno del momento, il rivale di Delfo. Per avversario gli diedero Francesco Moser, il campione del mondo di ciclismo su strada. Non aveva ancora le ruote lenticolari. Si affrontarono sul chilometro lanciato, con avvio dietro l’autostart. All’interno Carlo Bottoni sul sulky di Atollo e all’esterno Moser, lungo una striscia della pista larga due metri e liberata per l’occasione dalla sabbia. Poco più di un giro dell’impianto, un anello da 871 metri.
In quell’estate del ’78 Atollo aveva partecipato a quindici corse e ne aveva vinto otto, con quattro piazzamenti fra secondo e terzo posto. Aveva un record personale di 1’15″3 al chilometro e nulla poteva sapere del fatto che la sfida di un uomo contro un cavallo era una piccola grande ossessione degli organizzatori di ciclismo. Gino Bartali aveva sfidato e battuto Egan Hanover nel 1953 a Bologna, Marino Basso nel 75 Oldwich a Napoli. Solo una volta, solo Fakir du Vivier contro Freddy Maertens, aveva vinto la sua squadra.
Atollo ruppe alla prima curva, allora chiesero a Moser di ricominciare tutto daccapo. Nella seconda prova, quella valida, allo stacco della macchina dell’autostart, la maglia iridata si mise subito al comando, il cavallo in rimonta si avvantaggiò di cinque o sei metri, sulla dirittura di fronte alle tribune era ancora in testa. Fu negli ultimi 400 metri che Moser cominciò la sua progressione, affiancò il cavallo sulla curva finale e lo staccò sul traguardo, con circa cinque metri di vantaggio, due decimi di secondo per il cronometro.
Così Follonica fece la pace con la maglia iridata dei campioni del mondo. Nove anni prima era scoppiato un caso con Vittorio Adorni che la indossava. Il Giro passava dalla Versilia e il regolamento dell’epoca imponeva al campione del mondo di portare sopra l’arcobaleno il nome della squadra per cui era tesserato nel giorno della vittoria. Adorni a Imola ’68 era della Faema, ma nel frattempo era passato alla Scic, e proprio il nome della Scic si fece stampare sulla maglia. Per qualche giorno lui ignorò il divieto, i giudici ignorarono lui. A Follonica no. A Follonica gliela fecero cambiare. Sul palco del Processo alla Tappa si presentò senza scritta sul torace, mentre Basso e Zandegù si accusavano reciprocamente di essersi rincorsi di proposito l’uno per far perdere l’altro.
OGGETTI DI SCENA
Il casco di Vingegaard
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— Tirreno Adriatico (@TirrenAdriatico) March 4, 2024
Aspettavamo Jonas Vingegaard in maglia azzurra, invece la crono di Lido di Camaiore l’ha consegnata a Juan Ayuso, un secondo più veloce di Filippo Ganna. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che “Vingo ha stupito soprattutto per il cocomero gigante giallo che aveva in testa, un casco spaziale oversize che pare costi una follia e garantisca aerodinamicità senza compromessi: a giudicare dai risultati della sua Visma-Lease (a parte lui, tutti dopo il 65° posto) forse c’è ancora da lavorarci sopra”.
Ne ha scritto pure Cosimo Cito su Repubblica: “Jonas Vingegaard è sembrato una riproduzione in divisa da ciclista di Darth Vader. Il casco gli copriva completamente il viso e parte delle spalle. La strada sembra spianata: i marginal gains , i guadagni marginali consentiti dalla tecnologia, del resto, sono uno dei principi del ciclismo da almeno 15 anni. I caschi da cronometro servono a dirigere il flusso d’aria nel modo più efficiente possibile lungo la zona delle spalle di un corridore, due sporgenze che creano una forte resistenza all’aria. Con Aerohead 2.0 il flusso d’aria scivola lungo la schiena, senza incontrare resistenza”
Alexandre Roos su L’Équipe spiega che l’Unione ciclistica internazionale impone limiti di dimensione ai caschi, 45 cm di lunghezza, 30 di larghezza e 21 di altezza. Il modello di Vingegaard è prodotto dalla Giro ed è lo sviluppo di due modelli recenti. Specialized ne aveva creato uno per Remco Evenepoel, un casco la cui parte superiore sporgeva in avanti. POC invece ne aveva realizzato un altro molto grande, a forma di disco volante, copriva le spalle dei corridori. I progettisti dei caschi per la Visma hanno fuso queste due caratteristiche.
Il giornale francese ne ha parlato con Frédéric Grappe, direttore delle prestazioni alla Groupama-FDJ. Spiega che la larghezza delle spalle e quella del bacino hanno un’influenza enorme sull’aerodinamica. Un ragazzo che ha le spalle larghe ma un bacino piccolo e un altro con caratteristiche contrarie non hanno la stessa capacità di penetrazione dell’aria. Un casco speciale consente una riscrittura delle condizioni. Per questo i ciclisti vengono scansionati in 3D, spiega ancora Frédéric Grappe. Vengono eseguiti studi di fluidodinamica come nella Formula 1. [Si chiama CFD, Computational Fluid Dynamics].
«Sono sistemi di ottimizzazione. Con quello che chiamiamo morphing, consentono di spostare le forme del casco, in linea con i regolamenti, per vedere qual è la più efficace per un determinato ciclista. In un mondo ideale, ogni casco dovrebbe essere diverso per ciascun ciclista. Lo stesso casco non ha gli stessi effetti per tutti».
La rivista Rouleur ha invece sentito Xavier Disley della AeroCoach: «Se hai un casco corto e largo, l’aria esce direttamente verso le spalle, l’angolo è troppo estremo e non sfrutterà il flusso d’aria abbastanza a lungo». Tuttavia Disley fa notare che un casco dagli ottimi risultati nella galleria del vento potrebbe non avere lo stesso effetto in strada, per via del vento variabile». Probabilmente il fattore che ha impedito a Vingegaard di incassare il guadagno atteso del 10%, facendogli perdere addirittura 22 secondi.
Casco o non caso, oggi pare una tappa per velocisti, forse “il primo grande sprint della stagione italiana” secondo il Corriere della sera. Philipsen, Merlier, Bauhaus, Ewan, Girmay e Cavendish. L’Italia si appoggia sulle spalle di Jonathan Milan. Che non ha le ruote lenticolari e nemmeno un nome da cavallo, ma da gabbiano.