Lorenzo, Mattia e Zaynab. L’Italia di Apuleio

C’è questo ragazzo bello come il sole che salta gli ostacoli meglio di francesi spagnoli e polacchi, parla di uno strano personaggio giapponese altruista e spensierato, dice grazie a una madre venuta dalla Tanzania. Fa tutto questo avvolto in un lenzuolo verde bianco e rosso, una di quelle vecchie bandiere della vecchia Italia in cui ciascuno alla fine ci vede quel che vuole. Lorenzo Simonelli di certo non ci vede barriere, lui le barriere le scavalca. Rischia di averci già lasciato la foto dell’anno, quando con una medaglia d’argento mondiale sui 60 ostacoli parla di metamorfosi come Apuleio, di cambiamenti, portando in testa il cappello di paglia di un manga che si trasforma quand’è carico di energia, l’energia e la mutazione che a 21 anni fanno parte di te e del tuo cammino, vorresti contagiare casa, il tuo quartiere, il tuo paese, il mondo. Se solo te lo lasciassero fare.  Prima di alzarsi dai blocchi Simonelli si è coperto un occhio e l’ha scoperto, da vero apostolo della religione Bolt. Ha fatto il fico, non lo spaccone. Aveva promesso di mostrare in pista Gear Five, «prometto solo questo, Gear Five, pochi capiranno», e in effetti noi boomer no, quando mai riusciamo a farci raccontare di Monkey D. Rufy-Luffy, casomai sono cose che si raccontano ai nonni.

 

    Con i nonni è cresciuta Zaynab Dosso in Costa d’Avorio per sette anni, prima di potersi ricongiungere con i genitori nel frattempo partiti per l’Italia a cercar lavoro. Quando era in trance davanti alla telecamera fresca di medaglia, anche lei aveva il verde-bianco-rosso sulle spalle, ha detto che non avrebbe voluto mai togliersela di dosso, chissà se ha fatto caso al gigantesco gioco di parole uscitole di bocca, stava nominando sé stessa con la minuscola, Dosso-dosso, lei minuscola con una storia maiuscola dentro la bandiera.

Giulia Zonca su la Stampa dice stamattina che a volte le trasformazioni hanno bisogno di anni, in altri casi prendono la faccia di chi se li porta addosso. Furlani, Simonelli e Dosso sono figli di seconda generazione. Viaggi e un mondo misto, abituato alla pluralità, pure alla diffidenza. I nostri atleti ereditano questo sguardo curioso e disincantato insieme e lo portano dentro lo sport che è obbligato a rispettare la gioventù pure se pretende esperienza. Giocando con l’Uomo ragno e One piece, fumetti, manga, pettinature, umanità. Sono padroni di gesti atletici che incantano, sanno proiettare se stessi e l’Italia da un’altra parte. Sono l’Italia e la spostano al di là di questa tristezza, con un balzo, sopra un ostacolo, bruciando il tempo

 

  Zaynab ha bruciato il tempo e parla con accento emiliano, mentre di Mattia Furlani si sente che è cresciuto vicino Roma.  Anche lui ha una madre venuta da lontano, Senegal, in Italia dalla sua adolescenza, figlia di diplomatici, una famiglia borghese come i Simonelli, lui antropologo, la moglie conosciuta in Africa. Anche Furlani come Lorenzo ha un super eroe dentro la testa, imita Spiderman, le ragnatele, lo fa da quando gli hanno mostrato la somiglianza con Miles Morales, l’erede di Peter Parker. 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che siamo un popolo di poeti, santi e saltatori, da Eva (Sara Simeoni, oro nell’alto ai Giochi di Mosca ‘80) ad Adamo (Gimbo Tamberi primo altista italiano a vincere un’Olimpiade, correva il primo agosto 2021 ed eravamo a Tokyo) la conquista dello spazio ci ha sempre appassionato.

 

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