Giorno 1 – Lyles vs Coleman, Fabbri e Weir contro Crouser, l’alto e il peso femminile

MONDIALI INDOOR 

 

Ci sono due modi di porsi davanti a un Mondiale di atletica leggera, ma in fondo vale per tutti gli sport. Il primo: avvolgersi dentro la propria bandiera. Sentire Mameli che ruggisce dentro e dargli in pasto tutto quel che chiede. Il secondo: seguire stelle e camei senza prestare troppa attenzione alle bandiere. Lo spettacolo fine a sé stesso. Così ragiona stamattina Juan Gutiérrez su As, nel giorno in cui si aprono i Mondiali indoor a Glasgow.

Non esiste un modo migliore di un altro. Puoi divertirti e soffrire con entrambi, spiega mettendo in fila le stelle che ci sfileranno sotto gli occhi, da Duplantis a Lyles, da Bol a Barega, da Holloway a Crouser, a Tentoglou. L’atletica – conclude dopo aver fatto il conto delle speranze spagnole – è sempre l’atletica. E un salto di Duplantis, per fare un esempio, vale tanto con il tetto quanto senza.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera illustra le aspettative delle canottiere azzurre: La sfida dell’Italia (21 azzurri, 11 uomini e 10 donne) senza big (assenti tutti i campioni olimpici di Tokyo) non è solo reggere il confronto con il pianeta (133 nazioni, 651 atleti), ma salirci sopra: 21 record in 11 specialità raccontano l’inverno rovente dell’atletica azzurra, in due arrivano con il miglior accredito mondiale 2024: Mattia Furlani, 19 anni, 8,34 nel lungo, e Catalin Tecuceanu negli 800 (1’45”00 a Madrid), Fabbri lancia sulle nuvole (22,37 a Lievin), se non litiga con la rincorsa Larissa Iapichino è nel gruppo delle migliori.

Anche Franco Fava sul Corriere dello sport-stadio sottolinea che nel team azzurro non ci saranno i due medagliati dell’ultima edizione: Jacobs, oro sui 60, e Tamberi, bronzo nell’alto. Eppure non avevamo mai nutrito tante aspettative, grazie alla crescita vistosa di alcuni giovani talenti. Siamo passati dal cambio di mentalità al salto di qualità. Ne è testimonianza l’exploit del 19enne Furlani, capolista mondiale con 8,34 nel lungo. Il giovane laziale non è il solo sul quale si appuntano le ambizioni azzurre in una manifestazione che non è mai stata troppo generosa con noi, se si escludono le quattro medaglie (record) conquistate nelle primissime edizioni di Parigi 1985 e Siviglia 1991, quando però c’era ancora la marcia”

 

L’Italia si porta in Scozia gli echi dell’epilogo balordo della candidatura di Roma ai Mondiali del 2027, ritirata poche ore prima dell’assegnazione. La federazione si lamenta per essere stata lasciata da sola, senza copertura economica istituzionale. Il Comune di Roma attacca il governo e lascia intendere che ci sono state ragioni politiche. Il ministro Abodi contrattacca introducendo un nuovo protocollo per la presentazione di candidature a eventi internazionali. In sostanza dice: non  si fa come avete fatto voi. 

Ne scrive su Sport Olimpico  Luciano Barra, che in altri tempi con Nebiolo presidente è stato un dirigente della federazione. Un intervento particolarmente duro: Come si fa a pensare, in Italia, che bastino tre mesi per ottenere un finanziamento pubblico per una manifestazione pur molto importante? Non c’è bisogno di aver studiato per sapere che un intervento del genere ha bisogno di una legge e quindi di un passaggio parlamentare. Per tutto ciò possono bastare tre mesi? Non credo proprio. Sarebbe bastato analizzare quanto fatto da Chimenti e Binaghi per ottenere le garanzie governative per la Ryder Cup e per le ATP Finals. La loro rincorsa a conseguire contributi a fondo perduto, interventi strutturali e garanzie varie è partita non tre mesi prima come in questo caso ma anni prima. Non si ha mai l’umiltà di guardare cosa hanno fatto gli altri. Stupisce ora sentire che Federgolf porta a bilancio un deficit di circa 60 milioni per la Ryder Cup. Ma come è possibile?

Io capisco la necessità di sfruttare il momento magico della nostra squadra d’atletica. Ma credo che in questo caso abbia negativamente influenzato, e fortemente preoccupato, le vicende organizzative dei Campionati Europei del prossimo Giugno. Dove al di là dei 13 punti di criticità sottolineati dalla Federazione Europea, c’è ora chi si domanda: chi pagherà il deficit.

 

LE STELLINE DELL’ATTESA

Che cosa vedere

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★★★★★  I 60 metri maschili: Lyles vs Coleman

★★★★☆ La finale del peso maschile: Fabbri e Weir contro Crouser

★★★☆☆ La finale dal salto in alto femminile; Yaroslava Mahuchikh vs Nicola Olyslagers

★★☆☆☆ Gli esordi di Femke Bol e Karsten Warholm

★☆☆☆☆ La prima medaglia a mezzogiorno: il peso femminile

ore 11.05

Il pentathlon femminile e il doping di Spagna

  Si comincia con le prove multiple femminili. I giornali spagnoli sono tutti carichi di attesa per María Vicente, candidata all’oro a 22 anni, la punta della spedizione. Carlos Arribas su El Pais attacca il suo pezzo con una citazione di Ramón Cid, che non è il campeador medievale della reconquista ma un coach, un saggio dell’atletica e della vita, convinto che «spesso che tutti i grandi atleti hanno nei geni il talento, la capacità di essere unici, la resistenza, la capacità muscolare, ma che il successo, ah, il successo è solo il risultato di un processo mentale».

Processo mentale e lavoro. Cid parla in astratto, ma il ragionamento va benissimo per María Vicente, che torna sulla stessa pista di Glasgow – accanto al velodromo Chris Hoy – dove cinque anni fa emerse agli Europei giovanili, insieme a Jaël Bestué e Salma Paralluelo, la stessa Salma Paralluelo stella oggi della nazionale di calcio e all’epoca ostacolista. 

Vicente arriva con il miglior record dell’anno [4.728 punti], in una gara di pentathlon alla quale mancano Nafissatou Thiam, Adrianna Sulek, Anna Hall e Katarina Johnson-Thompson, tutt’e quattro da 5.000 punti e oltre. Tra le iscritte solo la belga Noor Vidts è alla sua altezza. 

A 19 anni Vicente ha lasciato la sua casa a L’Hospitalet e si è trasferita a San Sebastián per studiare all’Università e allenarsi con Cid. 

Ha superato solitudine, infortuni e frustrazioni – ricorda Arribas – tre nulli nel salto in lungo agli Europei di Monaco 2022, un’esperienza olimpica durissima a Tokyo 2021, con 37 metri nel giavellotto. Un rumore mediatico che non cercava. Tutto l’ha resa ancora più forte.

L’anno scorso per riprendersi dall’infortunio ha messo da parte per qualche mese le prove multiple, si è data al lungo e al triplo. Il 28 gennaio scorso a Clermont Ferrand ha fatto il suo personale: 8.24 a ostacoli; 1,76 nell’alto; 13,84 nel peso; 6,65 nel lungo; 2:15.50 negli 800

 

Il doping

 

La vigilia in Spagna è una celebrazione diffusa della sua ascesa, ma Javier Sanchez su El Mundo fa il grillo parlante e scrive che il paese sbarca ai Mondiali indoor nel pieno della crisi dell’agenzia antidoping. I suoi errori sono un caso internazionale, il caso Katir non aiuta. El Mundo scrive che si può fingere sia una festa e che tira aria da record di medaglie, con María Vicente, con Ana Peleteiro nel salto triplo, con Mariano García negli 800 metri, con Mario García Romo nei 1.500. Potrebbe essere il miglior Mondiale indoor degli ultimi 20 anni per la squadra, ma sarebbe altrettanto impossibile evitare i dubbi. E se non fosse tutto oro quello che luccica?, si chiederanno anche in altri Paesi.

Il sistema antidoping spagnolo sta vivendo il suo momento peggiore dai tempi dell’Operazione Puerto e chi ne soffre di più – scrive El Mundo – sono coloro che indossano la Roja

Gli attuali problemi di credibilità dell’agenzia spagnola antidoping [la Celad] macchiano la reputazione e i risultati della Spagna, sollevano preoccupazioni sulla sua pulizia a livello internazionale e sporcano l’atmosfera all’interno della squadra.  

Javier Sanchez  ricorda che due settimane fa altri 77 atleti hanno firmato una dichiarazione chiedendo misure necessarie e urgenti. L’Agenzia mondiale antidoping [WADA] ha chiesto alla Spagna di agire, una delegazione dell’organismo ha visitato Madrid in settimana per fare ulteriore pressione. Si parla perfino di una sanzione che potrebbe escludere il paese dalle Olimpiadi. 

È accaduto che negli ultimi anni la CELAD abbia funzionato male. Come ha scritto Relevo ci sono stati controlli effettuati fuori dalle maglie del regolamento, ci sono stati passaporti biologici irregolari mai sanzionati e ci sono state autorizzazioni di medicinali per uso terapeutico postdatate per coprire casi di positività. In un’intervista a Marca, l’ex presidente José Luis Terreros, fatto fuori a gennaio, ha ammesso l’esistenza di cinque o sei fascicoli insabbiati in un cassetto. Così nasce il discredito fuori dai confini spagnoli chiude El Mundo.

 

  mamelismi Sveva Gerevini

È stata nona a Belgrado due anni fa. Ha fatto il record italiano ad Aubière a fine gennaio con 4538 punti [8.27 nei 60hs, 1,76 nell’alto, 12,41 nel peso, 6,25 nel lungo, 2:12.57 negli 800]. Cremonese di Casalbuttano. La scheda della federazione: Fin dalla prima elementare correva tra i corridoi della scuola e allora il bidello l’ha indirizzata verso Annunzio Monfredini, il suo primo allenatore. Per diverse stagioni è stata una lanciatrice, in particolare nel giavellotto. Nel tempo libero si rilassa volentieri al mare della Versilia. Si è laureata come tecnico di radiologia.

 

  ore 11.20

La bellezza di Femke Bol

 

Una delle stelle dei Mondiali subito in gara nelle batterie dei 400 metri. Due anni fa a Belgrado Femke Bol dovette cedere il titolo a Shaunae Miller-Uibo. Qualche settimana fa ha vinto i campionati olandesi migliorando il record del mondo [49.24] di 2 centesimi. Ha all’attivo 14 vittorie consecutive nei 400 metri indoor e all’aperto. È l’unica donna a essere scesa sotto i 50 secondi quest’anno. La seconda più veloce nella lista è la connazionale e compagna di allenamento di Bol, Lieke Klaver, con il personale di 50.10

La prospettiva di una prima storica doppietta per l’Olanda in una qualsiasi disciplina a un Mondiale indoor potrebbe essere minacciata da Holmes e Diggs.

Le semifinali alle 21.50

 

mamelismi Ayomide Folorunso 

 ➣  Lei è anche studentessa di medicina: riesce a conciliare le due carriere?

«Studio a Parma, sogno di diventare pediatra. Ci provo, è importante pensare alla vita dopo lo sport. Da piccola mia madre provava a tenermi lontana dall’atletica, proprio perché non voleva perdessi tempo e mi distraessi dagli studi. Ho dimostrato di poter fare bene in entrambi».

 ➣  Il suo viso, assieme a quelli di Maria Benedicta Chigbolu, Raphaela Lukudo e Libania Grenot, apparve nella foto del successo della 4×400 ai Giochi del Mediterraneo 2018: tutte azzurre, tutte di pelle scura.

«Quella foto è stata uno tsunami. Ma era la nostra realtà, eravamo semplicemente le migliori quattro staffettiste sul giro di pista in quel momento in Italia e abbiamo vinto.

Passiamo alla prossima gara, ci dicemmo. Essere scure di pelle non ti fa correre veloce: per quello ci vogliono testa, gambe, voglia di fare, allenamento, costanza, entusiasmo, amore per quello che fai».

 ➣  L’Italia è cresciuta da allora?

«C’è ancora tanto da fare e dipende da tutti. Sono nata ad Abeokuta, in Nigeria, mamma è partita per l’Italia nel 2001, io l’ho raggiunta a Fidenza tre anni dopo, quando ne avevo 8 e sono italiana per la legge da quando ne ho 17, sono cristiana pentecostale.

Sono meno italiana di chi vive qui da sempre? Ho notato che le principali fonti di informazione tendono a narrare l’immigrazione in modi schematici. Da un lato si elogia lo straniero o naturalizzato buono/abile a fare qualcosa, mentre dall’altro si tende a criminalizzare le persone di origini non italiane. E quest’ultima forma di narrazione avviene attraverso l’uso di parole come “sicurezza” o “emergenza”».

 ➣  Si tende a semplificare troppo, secondo lei? 

«Questo modo di raccontare i fatti è sintomo anche della mancanza di una pluralità di voci di varie origini all’interno della società italiana. Se da più ambienti salisse una forte voce di dissenso, credo che chi governa lo sport e chi educa i propri figli potrebbe sentirsi in dovere di prendere seri provvedimenti. E chi subisce questo trattamento si sentirebbe meno solo». Il caso Maignan, il portiere del Milan vittima di insulti razzisti a Udine, ha scoperto una volta di più un nervo della nostra società. Gli stadi sono rappresentativi della totalità del paese? «Credo che gli stadi di calcio siano piccole avanguardie dell’intera società». 

[intervista di cosimo cito, Repubblica, ieri]

 

 

ore 12

Come sta Karsten Warholm

  Si presentano al via senza crono stagionali ma sono i fari della corsa il norvegese Karsten Warholm e il trinidegno Jereem Richards, uno campione europeo e l’altro campione mondiale in carica al coperto. Pochi giorni fa è caduto il primato mondiale, portato a 44.49 dallo studente canadese Christopher Morales-Williams nel circuito NCAA. Ma al Mondiale non ci sarà. Anche gli USA non presentano grossi nomi. La gara per l’oro sembra una corsa a due. 

Le semifinali alle 22.10

 

  ore 12.06

La prima finale: il peso femminile

Due assenze di rilievo: la portoghese campionessa uscente Dongmo e la cinese Gong. Per le medaglie se la vedono l’americana Chase Jackson-Ealey, la canadese Sarah Mitton e l’olandese Jessica Schilder, in testa alle graduatorie stagionali. A Belgrado vinse il bronzo. 

 

  ore 12.40

Europa contro Africa negli 800

È la gara femminile che registra la presenza di quasi tutte le migliori dell’anno, dalle etiopi Habitam Alemu e Tsige Duguma, alla britannica Jemma Reekie, all’ugandese Nakaayi. L’ultima rivelazione è la svizzera Werro.

Habitam Alemu ha sfiorato la medaglia mondiale in tre occasioni e stavolta non le dovrebbe sfuggire: sesta nel 2016, quarta nel 2018, settima due anni fa a Belgrado. Quest’anno ha fatto il suo personale [1:57.86] a Torun, miglior tempo assoluto del 2024. Reekie è l’unica europea che pare potersi inserire nel dominio africano. 

 

ore 13.22 

Aiutami Femke

Benjamin Robert è uin ottocentista francese che per migliorare si è rivolto alla più brava di tutte, l’olandese Femke Bol. Benjamin è il vicecampione europeo e a gennaio se n’è andato in Sud Africa con il gruppo dell’ostacolista per lavorare sulla velocità. 

L’Équipe spiega oggi: Ottocentista con un profilo piuttosto aerobico, non è il tipo che se ne sta seduto sul divano in attesa di progredire. È incuriosito da tutto, desiderava scoprire qualcos’altro da tempo. Durante il suo primo stage dell’anno, a dicembre in Sud Africa, ha chiesto al coach olandese Laurent Meuwly di potersi allenare con lui: un’ora di riscaldamento libero, preparazione fisica generale, sessioni di velocità e resistenza, 60 km a settimana. Racconta di averl lavorato sui muscoli posteriori della coscia, facendo esercizi che non conosceva. Durante una sessione di cinque ripetute sui 300 metri ha vomitato e racconta di non essersi mai sentito tanto male in vita sua. È il primo a essere curioso per l’esito della gara. 

 

ore 14.10

Lyles contro Coleman

   La prova più breve e veloce. I 60 metri piani. Noah Lyles li ha messi tra i suoi obiettivi stagionali, insieme a tutto il resto. Giulia Zonca su la Stampa ha scritto: Chi vince il titolo si prende un pezzo della corona che lo sprint ha deciso di considerare come un trofeo a parte, la triple crown: per essere davvero l’uomo fatto velocità tocca vincere a livello globale, nello stesso anno, 60, 100 e 200 metri. Ci sono riusciti in due Gatlin, con tutte le sue ombre e Greene, solo Usa. Bolt non faceva i 60 metri e qui si aprirebbe il dibattito che questo Mondiale indoor ricuce. Bolt era speciale, giocava con i record, un pianeta a parte, siamo in un’altra fase, anni in cui i 60 metri contano.

L’Èquipe parla di duello bollente con Christian Coleman, detentore del record mondiale e campione del mondo 2018, battuto due anni fa da Marcell Jacobs, stavolta assente. 

Annabelle Rolnin scrive che Lyles ha trovato le chiavi tecniche per la distanza, lui che nasce specialista dei 200 metri. Ci ha lavorato per sette anni e in questa stagione ha portato il suo personale a 6.44. Ha battuto nettamente Coleman ai campionati americani nel loro unico duello invernale. Quanto a Coleman, dice, la sua velocità e i primi appoggi radenti sono due dei suoi punti di forza, ma poi il tutto è più stridente. La linea delle spalle si muove e provoca alcuni movimenti incongrui. Questa mancanza di fluidità si avverte nel finale di gara

Giorgio Cimbrico su Domani: Qualcuno dice che Noah sia guascone, smargiasso, che parli troppo. Di certo c’è che oggi, con Armand Duplantis, lo svedese d’America che con l’asta ha superato settantacinque volte 6 metri o più sino al 6,23 del record del mondo, riempie l’atletica alla ricerca di sensazioni da offrire a un pubblico facile e rapido ad annoiarsi, sostengono i massmediologi e gli esperti di audience e share. L’atteggiamento dipende da come a uno è andata la vita. Noah non ha passato un’infanzia e un’adolescenza felici, e così ama profondamente sua madre, Keisha, per i sacrifici che ha dovuto sopportare per allevare lui e Josephus. Un tempo si diceva “una storia di miseria e di riscatto”. Nel caso di Lyles, di ambizione assoluta.

La semifinale alle 20.45. La finale alle 22.45 

 

ore  20.05 e ore 21.10

Le batterie dei 1.500 metri

Il mistero della famiglia Benfarès

Un’altra storia di doping nel clima di vigilia di questi Mondiali riguarda le sorelle Benfarès, origini francesi, passaporto tedesco, figlie di Samir Benfarès, ex nazionale Bleus nei 1.500, un tipo che non lascia indifferenti con la sua bocca larga e le sue battute secondo L’Équipe che stamattina racconta la storia familiare. 

Dopo essersi fatto un nome sulle piste, l’uomo ha raggiunto il successo come architetto-ingegnere nel settore edile. Si è riavvicinato all’atletica per seguire le figlie, prima come allenatore e poi anche da presidente del club CA Montreuil 93, una eccellenza dell’atletica francese. Sara ha diviso il suo tempo tra la Germania dove si è formata e ha studiato medicina, e la sua casa di famiglia nei pressi di Parigi. È stata ferma per gran parte del 2023, secondo suo padre per una decina di fratture da stress. È tornata alla ribalta il 30 gennaio scorso, quando Saarbrücker Zeitung ha rivelato che era risultata positiva nello scorso mese di settembre all’EPO e al testosterone. Qualche giorno prima della notizia, Samir aveva preso il telefono per avvisare alcune persone che a sua figlia era stato diagnosticato un cancro alle ossa e che stava sospendendo la carriera. Lei nel frattempo ha pubblicato sui social diverse foto nelle quali si faceva visitare in ospedale, ma le precedenti di pochi giorni prima – fa notare L’Équipe – la mostravano mentre correva. Papà dice che l’assunzione di EPO e testosterone si spiega con le cure per il cancro. 

Sono spiegazioni che hanno lasciato senza parole gli specialisti che abbiamo potuto contattare scrive il giornale francese – sospettoso sull’incrocio di date, allenamenti, dichiarazioni, certificati. Mentre stava cominciando l’indagine penale come previsto in Germania, mercoledì la Saarbrucker Zeitung ancora ha lanciato la notizia di una nuova positività all’EPO in famiglia, stavolta per Sofia, 19 anni, terza nei 3.000 metri agli ultimi Europei jr. 

Una faccenda che mette ovviamente in discussione la prima versione di sua sorella. Papà Samir stavolta non ha dato versioni. 

 

ore  20.41

La finale del salto in alto femminile

  Gara da non perdere, con l’ucraina Yaroslava Mahuchikh e la primatista oceanica Nicola Olyslagers che sono già andate sopra i due metri nella stagione. Eugene Eleanor Patterson sembre in ritardo di condizione rispetto a loro. Outsider: la giovane serba Angelina Topic. Otto anni dopo il titolo mondiale a Portland torna in pedana la statunitense Vashti Cunningham.

 

ore  21.20

Tutti contro Crouser. Anche gli italiani

 

Se ci fosse anche Joe Kovacs, potrebbe sembrare una gara dell’Olimpiade. È quella che promette la migliore prestazione tecnica in valore asssoluto. Il grande favorito del getto del peso è il primatista del mondo e due volte oro olimpico-mondiale all’aperto Ryan Crouser. Può riportare il mondiale indoor negli Usa dopo dieci anni, a due di distanza da una sorprendente sconfitta in Serbia contro il brasiliano Darlan Romani. Altri avversari: il neozelandese Tom Walsh [sempre sul podio nelle ultime quattro edizioni], il giamaicano Rajindra Campbell, il nigeriano Enekwechi.

L’Europa non vince l’oro da vent’anni. L’Italia si gioca la doppia carta di Leonardo Fabbri e Zane Weir. 

 

 ➣  Leo, come arriva a questi Mondiali in sala? 

«Sto molto bene e sono in fiducia. Gli ultimi due meeting non sono andati benissimo, ma saranno una motivazione per spingermi più in là».

 ➣  Solo l’americano Ryan Crouser, primatista mondiale e biolimpionico, sembra inavvicinabile.

«Sì, al momento fa un altro sport, ma mai dire mai. Però se devo batterlo, spero di farlo per merito mio e non per demerito suo».

 ➣  Ormai lei è un big della specialità. 

«Questi campioni li ammiravo dalla tv e adesso riesco in alcuni casi anche a batterli. Con loro alle gare scherziamo. Si è creata una bella amicizia». Fino a qualche anno fa, i risultati non arrivavano. «Ho passato anni difficili in cui non riuscivo a fare neanche 20 metri; poi mi sono accorto che la strada che stavo percorrendo era sbagliata e che dovevo lavorare duro. Il tempo passa e non volevo trascorrere gli ultimi anni della vecchiaia a dire: “Ah, se avessi fatto questo”. Il bambino che ha sempre voluto fare questa vita sarebbe orgoglioso di quello che sto facendo adesso».

 ➣  Dopo il Mondiale, si prenderà una pausa? 

«Andrò a Leiria, in Portogallo, per la Coppa Europa di lanci. Paolo Dal Soglio, il mio coach, ci tiene e farmi gareggiare subito all’aperto per sfruttare il buon momento di forma. Al ritorno staccherò una decina di giorni. Poi si riparte: c’è da fare non bene, di più!». Continua ad allenarsi a casa? «Sì, ho un giardino dove posso lanciare il peso anche quando nel fine settimana i campi sono chiusi». [intervista di sergio arcobelli, Il Messaggero]

 

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