Il 12 ottobre 1979 è un po’ il Giorno dei Giorni della NBA. Nella giornata d’apertura del torneo che registrò gli esordi dei due fuoriclasse che avrebbero segnato un’era, le loro partite registrarono altri due eventi: il primo canestro da 3 punti nella storia del campionato segnato da Chris Ford, compagno di Bird; e il primo gancio-cielo di Jabbar – compagno di Magic – decisivo per una partita. Questo è il racconto di un giorno micidiale. Considerato l’atto di nascita del basket moderno.
Cosa si scriveva negli USA la settimana del loro debutto
Con sguardo lungimirante, Sports Illustrated dedicò la copertina del suo numero settimanale alla NBA che iniziava titolando: Two for the Show. I due erano Bird e Johnson, anche se in copertina misero la foto del più affermato Bill Walton.
Il contratto di Bird è il più costoso mai firmato per un rookie in NBA; soltanto i veterani David Thompson a Denver, Bill Walton a San Diego, Moses Malone a Houston e Artis Gilmore a Chicago guadagnano di più. Il suo agente Woolf guarda l’uomo da 3,6 milioni di dollari e gli fa: “Tutto quello che posso dire è che è meglio che tu sia bravo”.
“Li stenderò”, risponde Bird.
“E se non lo fai?”.
“Allora tutti diranno, non so cosa gli sia successo. Di sicuro al college era bravo”.
E ridono. Loro hanno i soldi, la NBA e i Celtics hanno le dita incrociate. Se Bird non sarà brillante in campo, verrà giudicato un fallimento di enormi proporzioni. Da quando Walton è entrato in NBA nel 1974 non c’è mai più stato così tanto interesse — yea, una speranza sfrenata — intorno a un singolo giocatore. Dice Bird con un’alzata di spalle: “Nessuno può aspettarsi molto da un rookie”. Sbagliato. Dice il nuovo allenatore di Boston, Bill Fitch: “Direi che aggiunge un po’ alle nostre aspettative”. Ma dai, Bill. (…)
Molti discorsi sono centrati sulle trattative e le firme che coinvolgono Bird e un altro rookie sulla costa occidentale, Earvin (Magic) Johnson, 20 anni, ora con i Los Angeles Lakers. L’ex allenatore di UCLA John Wooden dice: “Francamente, è stato difficile per me capire come i Lakers abbiano potuto perdere con Kareem Abdul-Jabbar. Non avrebbero dovuto aver bisogno di Magic per vincere. Con lui, sicuramente lo faranno”.
Certamente. Magic ha un’esuberanza che registra un 8,5 sulla scala Richter, l’ingrediente principale che manca al gioco NBA. C’è chi dice che non sa saltare bene, non sa giocare in difesa, non può fare la guardia con due metri e sei d’altezza e non sa tirare abbastanza bene per fare l’ala. Tutto quello che può fare, a quanto pare, è convincere la sua squadra a vincere, trovando occasioni per il contropiede, non essendoci nessuno a quanto sembra capace di passare ripetutamente la palla con tanta qualità come fa lui. L’assistente Paul Westhead di Los Angeles dice: “È come un artista. Crea pallacanestro a ogni passo”. Il direttore generale dei Lakers Bill Sharman dice che la sua unica preoccupazione su Johnson è che “ha avuto così tanto successo e così rapidamente che spero ora non ci aspettiamo tanto da lui troppo presto.”
Da parte sua, Magic dice: “Ho scoperto da bambino che il miglior modo per vincere non è avere un gruppo di ragazzi che sparano tiri in sospensione da 6 metri. Quello che serve per vincere è avere cinque ragazzi medi che tirano da sotto. Ce la passiamo e vinciamo“.
Johnson ha firmato per molto meno denaro di Bird. Una fonte dice che Magic ha ricevuto 300,000 dollari all’anno per quattro anni, più un bonus di 100mila. Durante le trattative, Magic ha licenziato il suo agente, l’avvocato della Georgia Jack Manton, e ha fatto da solo, con un po’ d’aiuto di suo padre e di un amico di lunga data, Charles Tucker.
Douglas S. Looney. Sports Illustrated, 15 ottobre 1979
Poi le resse
Bird ha dimostrato in precampionato di saper segnare tanto, ma deve ancora dimostrare di saper reggere 82 partite.
Sam Goldaper, NYTmes, 7 ottobre 1979
Boston-Houston 114-106
Boston aveva chiuso il campionato precedente con il secondo peggior record. In quella partita d’apertura andarono in campo 6 futuri giocatori da Hall of Fame: Archibald, Bird e Cowens per i Celtics; Barry, Moses Malone e Murphy per i Rockets.
San Diego-Lakers 102-103
Jabbar non era poi così emozionato il 12 ottobre 1979, quando mise dentro un gancio cielo per dare ai Lakers la vittoria nel giorno della prima partita da professionista di Magic Johnson, spingendolo a corrergli incontro e stringerlo in un abbraccio forte, alla maniera di un orso, come se avessero appena vinto il campionato. Kareem, con tranquillità, gli ricordò che avevano ancora 81 partite da giocare.
J.A. Adande, ESPN
Avversari al college
Prima che i due eroi, i due riformatori del basket americano si disputassero il titolo di campione universitario, il torneo non era nemmeno trasmesso sulle reti nazionali. Ma nel 1979, allo Special Events Center di Salt Lake City, le cose cambiarono. Indiana State contro Michigan State. Magic Johnson contro Larry Bird. I due giocatori che si sfidarono per il titolo divennero da quel giorno i duellanti di un intero decennio, tanto diversi da potersi detestare (cosa che in realtà non fecero mai). La sfida tra questa coppia di giovanissimi campioni fu simile a una finale dei pesi massimi di pugilato, uno scontro epico riassumibile e semplificabile in tanti modi: il Nero contro il Bianco, il chiacchierone contro lo stoico, quello con la squadra più forte (Magic e i suoi Spartans), e quello con la migliore reputazione: Larry Bird, simbolo di una squadra debole ma ordinata e coesa intorno al suo leader, gli Indiana State Sycamores.
Alla fine vinse 75 a 64 Magic (che segnò 24 punti), proprio grazie alla migliore qualità del gruppo e per Bird fu un trauma, la mattonella su cui costruire il suo desiderio di rivalsa. Ci sono poche persone diverse quanto Magic e Larry, ci sono pochi avversari che si sono sfidati, stimati e amati come loro due. Avversari in campo e amici fuori, capaci di scambiarsi complimenti pubblici e atti privati di grande affetto e sensibilità come la telefonata notturna di Bird nella notte in cui Magic rivelò al mondo di avere l’Aids. Amici non da sempre ma dal pomeriggio in cui girarono insieme uno spot e scelsero finalmente di conoscersi e raccontarsi.
Michele Dalai, la Gazzetta dello sport, 28 marzo 2018
Broadway ne ha fatto un musical
Lungo il percorso, lo spettacolo prende in giro le loro differenze. Bird (interpretato da Tug Coker) è il ragazzo timido da French Lick, Indiana, che preferirebbe costruire muri di sostegno intorno alla sua proprietà rurale quando non gioca a basket. Earvin Johnson (Kevin Daniels), l’estroverso dal sorriso da un milione di dollari, che ha un debole per i piaceri di Playboy.
Steven Zeitchik, LA Times 12 aprile 2012
La nascita del tiro da tre
Il NYTimes lo chiamò un trucco
Larry Bird e Magic Johnson erano rookies. Il nome di Bill Walton era in tutti i titoli per il suo passaggio da Portland ai San Diego Clippers dopo un anno di stop per infortunio. Alcune partite di NBA venivano ancora trasmesse in differita con i videotape. E la lega provò qualcosa di nuovo: il tiro da 3 punti. Il suo debutto, nella stagione 1979-80, fu infelice. Nel pezzo di presentazione della stagione il New York Times lo definì un trucco: nel titolo e due volte nei primi due paragrafi. “Può cambiare le partite alla fine dei quarti” disse il coach di Phoenix Suns, John MacLeod. “Non ho intenzione di impostare degli schemi per far tirare i ragazzi da 7 metri . Penso che sia un basket molto noioso”.
Viktor Mather, NYTimes, 20 gennaio 2016
Non ne avevamo bisogno. Lo hanno creato solo perché le tv sono nel panico con gli ascolti
Red Auerbach, presidente dei Boston Celtics
Quanti se ne tirarono. Pochi. Alla fine della prima stagione le statistiche riferite dal NYTimes parlano di una media di 3 tiri a partita per ciascuna squadra.
Chris Ford. È diventato nel tempo una risposta da Trival Pursuit. Fu il primo giocatore a segnare da 3 punti in una partita della NBA. Chris chiuse la partita con 17 punti e segnò il solo tiro da tre per i Celtics, in una partita in cui erano schierati tiratori come Larry Bird, Rick Barry (che fece un tentativo dopo Ford), Calvin Murphy, Rudy Tomjanovich and Mike Dunleavy. Il suo soprannome era Doc. Se hai un nome comune come Chris Ford, hai bisogno di un soprannome. Prese quello perché Ford schiacciò sulla testa di Doctor J: Julius Erving. Furono Bird e McHale a soprannominarlo così.
da Celticslife
Il dibattito oggi. Mentre il calcio vive lo scontro ideologico tra offensivisti e difensivisti, o tra giochisti e risultatisti (intorno al possesso palla, per esempio), nel basket il dibattito si è concentrato nelle ultime stagioni sul tiro da tre punti che ha cambiato il modo di attaccare e la fisionomia del gioco. I più critici lo chiamano: “circo“. A gennaio scorso i Rockets – proprio la squadra che subì il primo tiro da 3 della storia – ha battuto il record di tentativi in una partita sola: 70.
Il parere di Mike D’Antoni
Il suo collega, Gregg Popovich, dice che non è più basket. Lei che cosa pensa?
«La vita cambia come insegnano i dinosauri. Il tiro da tre esiste, se non lo usi sei indietro. Noi abbiamo anche altre soluzioni ma quel tiro lo cerchiamo Può non piacere, lo capisco, ma ci sono giocatori diversi rispetto al passato. Giocano meglio, sanno fare più cose, i lunghi tirano da fuori, per me è un’evoluzione del gioco».
Un giorno avremo il “tiro da quattro”?
«Il regolamento lo vieta. Magari un giorno ci arriveremo, ma forse non allenerò più».
Intervista di Massimo Basile, la Repubblica, 24 gennaio 2019
Il parere di Valerio Bianchini
«Questo è un basket populista che annulla le competenze degli allenatori, valorizza la sprovvedutezza e l’inadeguatezza. Il basket non è il calcio, è un gioco complesso, non naturale, on demand. E indoor. È stato inventato nei college, nel 1891, per tenere occupati i ragazzi anche con le intemperie. Lo insegnavano i professori, che sperimentavano e innovavano. Non si fonda sull’istinto, ma sull’apprendimento dei fondamentali».
Niente sali la palla, scendi il canestro?
«No. Mi dicono: il tiro da 3 punti semplifica, è chiaro e comprensibile, piace alla gente. E allora? Se c’è gente sempre meno acculturata devo svilire il mio linguaggio al buttalo dentro come puoi?».
È con coach Popovich che trova noiosi i 3 punti?
«Sì. Ha ragione quando dice che a fine partita nessuno va più a vedere quanti rimbalzi, quante difese, ma solo la percentuale dei three points, che indica la squadra vincente. Lui per scherzo prevede il tiro da 4, tanto ormai siamo al circo. Anche a me questa destrutturazione del gioco non piace: manca la ragione tecnica, conta solo la qualità fisica, il pivot non ha più ruolo, l’area è così affollata, che nessuno cerca di entrarci o ci circola più, e allora vai con il tiro da fuori».
Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 2 febbraio 2019
Ben Simmons, martedì. L’8 ottobre 2019 è un giorno che cadrà nell’infamia. Dopo due intere stagioni in NBA, Ben Simmons ha finalmente segnato il suo primo tiro da tre punti come professionista … in una partita di precampionato… contro i Guangzhou Long-Lions. Sì, lo stiamo ancora contando. L’ultima volta che Simmons aveva segnato da tre? Il 30 novembre 2015. Quando era al college e giocava per LSU contro Charleston. Gli unici punti da tre della breve carriera di Simmons in NCAA, poi nei professionisti non aveva mai segnato in 160 partite di stagione regolare e 22 di playoff. | SBNation