I baffi di McNulty alla prova del Jebel Jais

Brandon McNulty, 25 anni, americano, è un corridore coi baffi. Alla lettera. Da quando se li è fatti crescere è diventato irresistibile. Ha già vinto due corse nel 2024. In cima all’Alto del Miserat alla Vuelta Valenciana e adesso a cronometro negli Emirati Arabi. Nelle foto ufficiali di inizio stagione, nel book della sua squadra, la UAE, non li ha. A dire il vero non li aveva nemmeno la primavera scorsa, quando a Bergamo fece una sorpresa a tutti sul traguardo di Bergamo al Giro d’Italia, la sua pepita più brillante fra le 10 in carriera. Però aveva una barba semi-lunga di un paio di giorni.

Sei anni fa diventò il quarto campione del mondo junior americano a cronometro dopo Greg LeMond, Jeff Evanshine e Taylor Phinney. È un ragazzo dell’Arizona, viene da Phoenix e ovviamente dalla mountain bike.

Ai Giochi di Tokyo finì nella fuga giusta della corsa su strada. Attaccò a 20 km dalla fine e solo Richard Carapaz gli tenne la ruota, cosa che non accadde al contrario quando fu il sudamericano a scappare nel finale. McNulty rimase sui pedali e venne poi rimangiato dagli inseguitori. Doveva essersi rasato, sicuramente.

Al traguardo di Al Hudayriyat Island è volato invece più veloce di tutti, nella crono della seconda tappa del Giro degli Emirati Arabi, la casa del suo team. Lungo i 12 km di strada ha dato 2 secondi di distacco a Jay Vine e 4 a Mikkel Bjerg, due suoi compagni di squadra. Un podio tutto UAE in UAE. Secondo l’editoriale di Angelina Mango si tratta di un trionfo total. Sono anche i primi tre della classifica generale, duramente messa alla prova nella tappa di mercoledì 21 con l’arrivo sul Jebel Jais

Dal lato dell’Oman la montagna è selvaggia, inaccessibile, lontana da qualsiasi idea di sviluppo. Dal lato degli Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni è stata dotata di una strada lunga 36 km, con parcheggi, punti ristoro, servizi igienici, un belvedere. Una strada privata, uno sterrato, prosegue poi più in alto, fino al palazzo dello sceicco Saud Bin Saqr Al Qasimi, costruita nel punto più alto degli Emirati Arabi Uniti. La vetta è raggiungibile solo a piedi. 

È qui che si deciderà la corsa. Il Jebel Jais incorona solo grandi firme. Nel 2019 ha vinto Primoz Roglic, nel 2021 Jonas Vingegaard e nel 2022 Tadej Pogacar. Nel 2023 l’eccezione di Einer Rubio che scappò e diede 14 secondi a Evenepoel. 

 


 

A proposito di grandi firme. Vingegaard inizia domani il suo 2024 in Spagna a O Gran Camiño – The Historical Route, mentre Peter Sagan sta portando avanti la sua seconda vita fuori dall’asfalto gareggiando allo Chelva XCO. Nel week-end comincia la stagione delle classiche del Nord in Belgio, alla Omloop. Dove rientra Cristophe Laporte, che stamattina in questa intervista a L’Équipe rivendica con fierezza di aver vinto una tappa al Tour e il passo avanti da fare adesso è mettere le mani su una Monumento. Dice di dover ricostruire la fiducia che sentiva di avere l’anno scorso. «Se tre anni fa mi avessero detto che sarei arrivato qui oggi, non ci avrei creduto. Probabilmente dirò lo stesso tra due anni». 

 

 

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