Las Vegas + Taylor Swift. Il più bestiale dei Super Bowl

    AMERICHE

Patrick Mahomes per un’altra corona

 

L’ultima notte prima del Super Bowl di Las Vegas è cominciata ed è finita lontana dal cuore di Las Vegas, dove la NFL ha rinchiuso per tutta la vigilia i giocatori dei Kansas City Chiefs e dei San Francisco 49ers. Lo sanno fare il loro lavoro laggiù, controllano ogni cosa, pianificano tutto. Così per la finale LVIII si son voluti togliere anche l’ultimo [retro]pensiero, l’ultimo residuo di un antico pregiudizio. Chiefs e 49ers sono stati mandati a vivere e dormire da un’altra parte, fuori Sin City: i primi al Westin Lake, gli altri all’Hilton, due alberghi del Lake Las Vegas Resort and Spa, venticinque miglia a est della Strip, via dalla pazza folla e soprattutto via dai casinò. 

Ai dipendenti della NFL è vietato entrarci o giocare d’azzardo in qualsiasi forma durante la settimana del Super Bowl. Una specie di Quaresima, digiuno e astinenza dalle carni delle roulette e delle slot machine. Ma cosa succede se uno decide di far trascorrere la Quaresima nella città della carne migliore? Il panico. Lo stesso panico che ha spinto lo sport professionistico americano a negare per decenni la concessione di una franchigia alla città. 

Ora che Las Vegas lotta e gioca insieme al resto dell’America, ora che in qualche caso addirittura vince, rimane il tabù della settimana bianca del Super Bowl. 

Lake Las Vegas è una zona tranquilla immersa nella natura. Attira i visitatori che desiderano rilassarsi. È perfetta. Il posto ideale dove trattenere giocatori, allenatori e personale delle squadre a cui vanno negate le tentazioni della città del peccato. 

Billy Witz  sul New York Times si è dedicato allora al racconto della città dove il football americano è andato per la prima volta a decidere il suo titolo. Witz ricorda come sia trascorso più di mezzo secolo da quando Hunter S. Thompson scrisse che «quando porti uno spettacolo in questa città, vuoi portarlo in modo pesante. Non perdere tempo con le sciocchezze. Va’ dritto alla giugulare. Entra subito nel campo dei crimini».

Era una città che viveva fuori dagli schemi e andava trattata così. Paura e delirio a Las Vegas divenne una lettura essenziale per generazioni di adolescenti che stavano appena iniziando a mettere in discussione il mondo e arrivarono a definire la mecca del gioco d’azzardo nel deserto. Qualche anno dopo – guarda come si diverte il Caso – Thompson scrisse per la rivista Rolling Stone un pezzo intitolato Paura e delirio al Super Bowl, in cui applicava questo suo sguardo caustico allo sport amato, utilizzando lo sfondo della grande partita per esplorare come le tensioni autoritarie che avevano infettato la politica stessero avvelenando anche il football

La storia era nata da una crisi esistenziale, arrivata dalle parti di Thompson quando si era reso conto durante un’intervista con Richard Nixon – trattato come un mostro politico molto prima del Watergate – che condividevano un tratto comune. L’ossessione per il football. 

Dopo tutti questi anni – scrive il New York Times – eccoci questa settimana in un luogo che allora sembrava inimmaginabile e che ora sembra perfetto e inevitabile. Quando Thompson si è ucciso nel 2005 all’età di 67 anni, ha lasciato un biglietto sul quale c’era scritto: Il campionato è finito. Di Las Vegas diceva che non avesse più il fascino delle bande di motociclisti, dei giocatori d’azzardo marginali e dei vagabondi del deserto. È l’apice del consumismo di massa impazzito

 

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LA PARTITA

Il titolo di mvp della stagione è uscito dal recinto di questa partita. È andato a Lamar Jackson, il quarterback dei Baltimore Ravens, undicesimo giocatore nella storia del campionato a vincere il premio per una seconda volta. Ma è con i piedi ben dentro la partita il miglior giocatore di football del momento, Patrick Mahomes – che riportò il Super Bowl a Kansas Citynel 2020 dopo mezzo secolo d’attesa.

La maggior parte dei giocatori in NFL trascorre l’intera carriera alla ricerca di un’apparizione al Super Bowl. Lui gioca il quarto. C’è stato un momento durante la stagione nel quale non pareva possibile ai suoi Chiefs. La classifica della stagione regolare lo ha costretto a un’impresa in più, una nuova sfida, giocare per la prima volta in carriera una partita dei play-off in trasferta. È dovuto andare a Buffalo e battere Josh Allen con i Bills, poi a Baltimora per far fuori i Ravens e Lamar Jackson. San Francisco è un’altra avversaria che gli torna familiare, la stessa battuta per 31-20 nel 2020. 

 

  Il quarter back dall’altra parte si chiama Brock Purdy, una delle storie degli ultimi anni, per essere passato da Mr. Irrelevant a protagonista. Il titolo di Mr Irrelevant viene assegnato al giocatore che al Draft è scelto alla 262esima posizione su 262. Con lui alla guida, i 49ers hanno vinto 17 partite su 21 nella stagione regolare. Ha completato il 68,7% dei suoi passaggi per 5.654 yard, 44 touchdown e soli 15 intercetti subiti. Ha aiutato la squadra a raggiungere la finale di conference negli anni scorsi, stavolta l’ha spinta oltre. Eppure i critici più ostinati sono scettici, ancora non riescono a vederlo come qualcosa in più di un accettabile distributore del gioco, un prodotto del fantastico sistema di Kyle Shanahan spiega The Athletic nella sua guida alla partita in dieci punti. Se Purdy riuscisse a giocare ad alto livello contro la pessima difesa dei Chiefs, a fare grandi giocate tenendo gli errori al minimo, forse – ma solo forse – potrà guadagnarsi il rispetto come uno dei i migliori giovani quarterback del campionato.

Dice il magazine americano che se mettessimo affiancate le cifre nella stagione regolare di Mahomes e quelle di Purdy, coprendo i nomi, molto probabilmente le confonderemmo. Ma poi sono arrivati i play-off. 

 

LE STORIE

I padri e i figli

 

Kyle Shanahan ha perso due Super Bowl, quello del 2020 e un altro da coordinatore d’attacco dei Falcons, la sera che Atlanta aveva un vantaggio di 28-3 sui Patriots e finì per perdere 34-28. Ora passa un’altra occasione, con un risvolto in più. Se i 49ers batteranno i Chiefs, diventerà con Mike l’unica coppia padre-figlio ad aver vinto il Super Bowl da capo allenatore. Gli Shanahan hanno guidato insieme Washington dal 2010 al 2013, Kyle ha trascorso parte degli anni della sua formazione a San Francisco, dove suo padre era coordinatore d’attacco dal 1992 al 1994.

Non è la sola traccia di eredità che si incrocia stavolta in campo. Christian McCaffrey, running back di San Francisco, ha avuto papà Ed campione nel 1994 come wide receiver dei 49ers. Dopo – avrebbe seguito proprio Mike Shanahan a Denver, per vincerne altri due. Se Christian dovesse farcela, il tandem diventerebbe il secondo nella storia a prendersi il Super Bowl con la stessa franchigia. È già successo con Steve DeOssie (Super Bowl XXV) e suo figlio Zak DeOssie (Super Bowl XLII, XLVI) ai Giants. McCaffrey aprirebbe anche una discussione sui migliori running back di questa generazione.

 

Lui e lei

Che piaccia o no, questo è soprattutto il Super Bowl di Travis Kelce e Taylor Swift. La rivista New Yorker ha dedicato un ritratto all’artista reduce dal record del quarto Emmy assegnato a un suo album come migliore dell’anno, così dice Kyle Chaka che il destino di tutto, dalla NFL alla democrazia americana, è stato risucchiato nella Swiftularity. Il New Yorker tira in ballo gli eroi di Hegel, certamente il filosofo aveva in mente Cesare e Napoleone, ma oggi potrebbe essere costretto ad allentare il suo paradigma e assegnare il ruolo di agente dello Spirito del Mondo a Taylor Swift. Era già impossibile sfuggirle per il successo mondiale dell’Eras Tour, più di un miliardo di dollari incassato dalla vendita dei biglietti. Quando nel mese di ottobre è apparso il film, la pop star ha avuto un’altra spinta. Ora la storia delle relazione con Travis Kelce le ha consentito di risucchiare nella sua orbita un altro ambito.

Chiamatela Swiftularity – scrive lo storico periodico di reportage, critica, saggi, narrativa, satira – non è che Swift sia tutto ciò di cui parliamo. È che tutto ciò di cui parliamo si piega verso di lei, estendendo i confini della logica. La partita del Super Bowl – continua – sarebbe poco più che propaganda democratica, mettendo in mostra quella che Vivek Ramaswamy, il candidato presidenziale repubblicano diventato sostenitore di Trump, ha definito una coppia artificiale sostenuta culturalmente

Altri ipotizzano che Kelce potrebbe usare una vittoria del Super Bowl per chiedere a Swift di sposarlo, un matrimonio che sarebbe più pubblicizzato di quello tra il principe Harry e Meghan Markle. L’America è andata in ansia con i calcoli sul fuso orario e le ore di volo per rientrare verso Las Vegas da un concerto in Giappone. Si racconta che lo staff dietro la campagna elettorale del presidente Biden sogni un endorsement esplicito di Swift. Secondo un sondaggio condotto da Newsweek, il 18 percento degli elettori sarebbe propenso a votare per qualunque candidato fosse appoggiato da Taylor Swift. I trumpiani sono in agitazione, Trump in persona viene detto irritato dall’ubiquità di Swift. Secondo Rolling Stone in privato discute animosamente su chi sia più popolare. 

L’ineluttabilità di Swift – la sensazione che tutto, dal destino della NFL al destino della democrazia americana, dipenda in qualche modo da lei e Travis, alias TNT – potrebbe avere a che fare con la struttura attuale dei social media. I feed algoritmici agiscono come degli enormi imbuti, trasferendo gli utenti verso un insieme sempre più ristretto di argomenti. La combinazione di Taylor Swift e Travis Kelce, della musica pop femminile e delle partite di football maschili, crea un vortice di contenuti che divora, una specie di supernova di fama a quattro quadranti.

Buona partita a tutti. Se ancora vi interessa la partita. 

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