In Colombia succedono cose. Sulla strada e pure ai bordi, sui marciapiedi, fuori. Le tappe del Giro del paese sono circondate da una folla superiore alle aspettative. È il segno di una passione che non si è dispersa, cominciata con la febbre dei radiocronisti folli ai tempi di Lucho Herrera e Fabio Parra [“Quando arrivarono al Tour i primi colombiani, con l’intenzione di fare sfracelli in salita, Hinault disse sornione: vedremo di dargli il benvenuto nella prima settimana di pianura. E li fece a pezzi” – Gianni Mura, Repubblica] e culminata con la maglia gialla portata a Parigi da Egan Bernal.
Dopo quel picco toccato nell’estate di cinque anni fa, il ciclismo colombiano si è scoperto esausto, quasi prosciugato dal successo storico raggiunto. Bernal si è rotto in allenamento nel gennaio del 2022 [femore, rotula, pneumotorace], Quintana resta popolare ma la squalifica per il tramadolo lo ha messo in un angolo. Sta arrivando però una nuova generazione, forse, così intuisce L’Équipe in base a quanto succede nella corsa cominciata in Sudamerica: tre vittorie di tappa in tre giorni con tre uomini diversi, maglia gialla di leader sulle spalle di un quarto [Rodrigo Contreras]. Fernando Gaviria ha bruciato allo sprint Mark Cavendish Harold Tejada e Alejandro Osorio sono stati i più forti sulle prime ascese. Nessun traguardo è posto sotto i 2500 metri, la gente porta la bandiere in strada e aspetta l’ascesa di Diego Pescador, 19 anni, il corridore con l’apparecchio ai denti.
È perfino più mirabolante quel che arriva da pensieri e parole di Eusebio Unzue, il diesse della Movistar che ha lanciato una proposta: prevediamo una panchina al Tour de France. In che senso? Unzue vorrebbe autorizzare le sostituzioni nelle corse da tre settimane, da prevedere in caso di abbandono di un corridore nei primi sette giorni. Oppure suggerisce di lasciar ripartire il giorno dopo un ciclista caduto il giorno prima, con l’autorizzazione del medico. Segue dibattito tra innovatori e conservatori.
È buffo. Il calcio sta pensando alle espulsioni a tempo con il cartellino blu, ma il pallone con il tempo ha un rapporto tormentato. Appena c’è un recupero extra-large si inquieta. Il ciclismo invece di tempo vive, e ora il tempo lo vuol fermare. Marc Madiot, uno dei veterani tra i direttori sportivi, ha detto che così si disperde il DNA delle corse. Nemmeno Bones riuscirebbe più a rimediare [ma questo non l’ha detto Madiot]. Della stessa opinione è alla Soudal Quick-Step un altro santone come Patrick Lefévère. Pensa che con la nuova regola verrebbe cancellata tutta la storia dei Grandi Giri. La sfida vera per entrare in quell’albo d’oro leggendaria consiste proprio nella sopravvivenza, restare in piedi, correre stringendo in bocca una camera d’aria per non sentire il dolore della clavicola fratturata come Magni al Giro, arrivare al traguardo con una ruota bucata come Olano al Mondiale di Duitama. Lefévère la chiama la capacità di passare al Piano-B.
“La constatazione è chiara – scrive il giornale francese che fa parte di ASO, il gruppo organizzatore del Tour – il ciclismo trae parte del suo spettacolo dalla sofferenza che i corridori sono capaci di sopportare”.
Qualcuno ci riflette. «Sulla carta non è una cosa stupida», pensa Julien Bernard della Lidl-Trek, ma andrebbe formulata con minor vaghezza. Il nuovo direttore sportivo dell’Arkéa-B&B Hôtels, Maxime Bouet, si chiede «quali sarebbero i criteri per far entrare una riserva», in quale ambulanza tutto questo sarebbe stabilito. E come per il calcio delle cinque sostituzioni, qualcuno si domanda se questo non sia un vantaggio per i team con grandi budget.
In realtà, fa notare L’Équipe, il pensiero di Unzue non è del tutto nuovo. Nel 1995 l’abbandono di Chris Boardman dopo una caduta nel prologo del Tour de France indusse il direttore di corsa, Jean-Marie Leblanc, a considerare l’eresia. L’idea non vide la luce, sarebbe servita l’autorizzazione dell’UCI, “ma riportandola allo scoperto – ha scritto Luc Herinckx – Unzue ha gettato la comunità ciclistica in un nuovo brainstorming”.
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