«Intestare l’Olimpico a Paolo Rossi nasconde un approccio colonialistico alla città di Roma»
Alessandro Onorato assessore comunale
Enrico Sisti su Repubblica la pensa come Onorato e scrive che “il calcio italiano è tante cose una sovrapposta all’altra, tanti volti e tanti cuori che non battono mai all’unisono. Chi propende per Rossi o ha una strana idea di partenza della città di Roma, come se fosse ancora una piazza da conquistare, o dell’Olimpico, come se fosse una zona franca. Oppure fa finta di non saperne nulla (il presidente della Fifa Infantino). Chi è contrario (la civiltà calcistica romana) pensa che si tratti di una madornale cantonata, basata su un clamoroso abbaglio storico e geografico. Perché, alla fine, a pensarci bene, il vero problema dell’intestazione non sono né Paolo Rossi né lo Stadio Olimpico: bensì Roma, il modo in cui è percepita, e soprattutto la maniera, distorta, con la quale è stato metabolizzato, a livello nazionale, il senso del calcio che anima questa città, forse perché ha vinto solo cinque scudetti. Gli sconfitti, se il progetto andasse in porto, sarebbero i tifosi di Lazio e Roma, non sufficientemente attrezzati per difendere il nome dell’impianto nel quale riversano passione da quasi settant’anni. Rossi non ha mai rappresentato Roma e quando è sceso in campo all’Olimpico ha sempre simboleggiato “gli altri”, gli avversari. Temuto, fischiato, mai idolatrato. Con la Nazionale? Quattro partite, tutte amichevoli, inframezzate dalla squalifica per le scommesse. I tifosi della Roma hanno ricordato anche questo: rimase impigliato nel Totonero. Antipatico ricordarlo, ma è la verità. E poi perché Rossi non potrebbe risorgere emotivamente altrove? Possibile che nessuno riesca a farsi un’idea di cosa sia veramente lo Stadio Olimpico? Non è un’entità al di sopra degli schieramenti. Non è Wembley che rappresenta il calcio inglese (e a nessuno viene in mente di cambiargli nome) e dove gioca la nazionale”.
In disaccordo deciso Paolo Brusorio da Torino per la Stampa. Scrive: “La domanda che si pone l’assessore allo sport della Capitale, Alessandro Onorato, esce persino dal GRA tanto da regalargli inaspettati cinque minuti di notorietà: dall’Italia dei campanili a quella degli stadi. Se Roma è un vanto dell’Italia, lo è anche Pablito. Lo era da vivo, serve ricordare che stiamo parlando dell’eroe mundial dell’82?, lo è anche dopo la sua morte. Rossi è un patrimonio nazionale, è il Colosseo del pallone tanto per rimanere in zona, e parlare di «colonialismo su Roma» fa sorridere. Perché a far ridere ci pensa la successiva spiegazione: «Rossi ha giocato nelle squadre del nord. Perché intitolargli lo stadio?». Detto che Perugia non sembra stare sopra il Po, non resta che ricordare il nome del programma radio che ha ospitato l’Onorato pensiero: Gli Inascoltabili. Appunto”.
opinioni L’eredità del 1982 di Pablito
“Un’esultanza popolare incontenibile per un evento che segnò la storia del costume del nostro Paese. Intanto diede slancio al nostro sport, che si conquistò progressivamente un ruolo centrale fra i grandi Paesi del mondo. Ma poi cancellò un paio di buchi neri del nostro vivere comune. Il primo: sdoganò il nostro tricolore, che fino ad allora si sventolava poco e con discrezione perché era di fatto assimilato alle celebrazioni di una destra compromessa, del passato e del presente. Nelle mani di quei milioni dei tifosi tornò, proprio da quella notte, a essere il simbolo di tutti. La seconda grande novità fu quella di accogliere, anche qui per la prima volta, l’entusiasmo del pubblico femminile, fin lì tenuto ai margini delle piste e degli stadi. Le Pellegrini, le Goggia, le Egonu e le Gama di oggi hanno viaggiato sulla spinta di quell’onda lunga prodotta dalla Nazionale di Rossi e Bearzot” – di franco arturi, la Gazzetta dello sport
figurine | Simone Inzaghi, l’arci-italiano
“Con ogni probabilità l’emiliano Simone Inzaghi non diventerà mai un brand mondiale come la Ferrari o Pavarotti, ma scommettiamo che la sua etica del lavoro, una passione da cui bada bene a non farsi divorare, lo manterrà in alto per parecchi anni. Se Pippo da allenatore ha proseguito un po’ per caso un po’ per convinzione sulla strada di un calcio malizioso e opportunista e difatti si trova a proprio agio soprattutto in serie B, Simone ha sviluppato l’italianità in un modo brillante su cui sei anni fa in pochissimi avrebbero puntato. All’Inter è salito su una macchina da 91 punti abbandonata in corsa dal pilota, difficilmente migliorabile e anzi facilmente peggiorabile dopo le partenze di Lukaku e Hakimi e la rinuncia a Eriksen, ha cancellato dalla memoria breve dei giocatori la faccia feroce e la martellante ossessione di Antonio Conte e le ha sostituite con altre parole chiave: serenità, responsabilità. Difficilmente Inzaghi comunicherà alle tre di notte l’orario dell’allenamento del giorno dopo, come dicono amasse fare il suo predecessore. Difficilmente userà la prima persona singolare per prendersi un merito o denunciare un ammanco, guaribile solo col mercato. “Le decisioni sono dei giocatori” è una frase che possiede un profondo senso di svolta e maturità, proprio in un’epoca in cui tanti presidenti vanno alla ricerca spasmodica dell’allenatore-guru, ingrigito e assertivo, essenzialmente per nascondere le ristrettezze finanziarie che impediscono di rafforzare la rosa” – di giuseppe pastore, il Foglio sportivo
| Mourinho, ma quale Milan
Carlos Passerini sul Corriere della sera ha ricostruito le circostanze di quella che José Mourinho ha raccontato come una proposta di lavoro del Milan, dopo la partita di giovedì persa con la Roma. “Una vera offerta – scrive Passerini – non fu mai formalizzata, non si andò oltre qualche sondaggio superficiale. Era l’estate del 2019, Gattuso si era appena dimesso dopo un quinto posto e c’era da scegliere un sostituto che riuscisse a riportare la squadra in Champions. Il club rossonero dopo aver valutato vari profili optò alla fine per Giampaolo, che fu poi esonerato a novembre lasciando il posto a Pioli. Mourinho, sempre in quel novembre, passò invece al Tottenham. Era da un pezzo che aveva evidentemente voglia di tirar fuori quel retroscena. L’aveva già buttata lì mercoledì, alla vigilia: «Dopo il 2010 non è stata la Roma la prima squadra italiana con cui ho parlato». Giovedì, dopo la sconfitta, ha fatto invece proprio il nome: Milan, appunto. La domanda è: perché? Perché tirare fuori quella storia proprio ora? Di certo i cori di San Siro lo hanno infastidito. Ma Mou è Mou, nulla di ciò che dice è casuale. E se l’avesse fatto per distogliere l’attenzione dalla fin qui deludente stagione della sua Roma, settima in classifica, come sette sono i milioni (bonus esclusi) del suo ricco stipendio triennale?”.
il libro | Dall’Ara. Renato sono io, di Marco Tarozzi (edizioni Minerva)
“Una bella storia italiana, da leggere con un sottofondo jazz, magari quello della band bolognese del virtuosissimo Hengel Gualdi a fare da colonna sonora fino all’ultima pagina. È un libro sentimental monumentale che sarebbe tanto piaciuto a dallariano Lucio Dalla. … Quella per il Bologna all’inizio fu una passione da comune tifoso, ma a coloro che hanno divulgato per anni un Dall’Ara più interessato all’affare del pallone che a un’autentica scelta di cuore, Tarozzi, con questa biografia spazza in tribuna ogni dubbio, ricordando le trasferte domenicali del Cavalier Renato al seguito della squadra, assai prima di prenderne in mano le redini. Già negli anni ’30 per permettersi una società di calcio occorrevano i denari, e parecchi, e quelli, con un’intuizione delle sue il giovane Dall’Ara li aveva guadagnati in fretta grazie alla folgorazione per il giaccone del generale Umberto Nobile. «L’eroe della propaganda fascista» che, dal 10 aprile al 14 maggio del 1926, con il dirigibile Norge aveva compiuto l’impresa, assieme all’esploratore norvegese Roald Amudsen: la prima trasvolata da Ciampino al Polo Nord, e da lì fino all’Alaska. La foto di Nobile sulla prima pagina della ‘Domenica del Corriere’ scatenò la sua fantasia mercantile: mettere subito in commercio quel giaccone a prova di gelo polare creando la termomaglia, ovviamente etichetta ‘Norge’. Inizia così la fortuna della premiata ditta Dall’Ara che lo porterà ad accettare l’offerta dell’imprenditoria locale che lo nomina prima commissario e poi gli chiede di assumersi in prima persona l’onere della causa del Bologna Fc. … Il giorno del funerale, tutta Bologna scese in strada per l’estremo saluto a quell’uomo grande che era stato Renato Dall’Ara, il quale, vedendo tutta quella brava gente in lacrime probabilmente l’avrebbe rassicurata con una delle sue uscite latinesche: «Niente paura, sine qua non, tradotto: siamo qua noi»” – recensione di massimiliano castellani, Avvenire
titoli | la Stampa: “Gioca male e segna poco, la Juve spera nel colpo Icardi per ritrovare il gol perduto” – I bianconeri sono l’11esimo attacco del campionato con 28 reti, mai così poche da 22 anni. Solo Rush e Magrin nel 1987/88 hanno fatto peggio della coppia Dybala&Morata
Corriere della sera: “Dai rinnovi a Alvarez: i piani di Zhang” – Il presidente dell’Inter è tornato a Milano e programma il futuro. L’agente del talento argentino vedrà anche Milan e Fiorentina | “Allegri e Mourinho, il flop dei top. A Juve e Roma manca il loro tocco” – Sono i tecnici più vincenti e più pagati del campionato, ma latitano gioco e risultati
La Gazzetta dello sport: “È il derby, bellezza” – L’oro di Milano si chiama gioco. Inzaghi e Pioli sprint scudetto. Inter e Milan in fuga. Segnano di più, hanno un’idea collettiva superiore ai singoli: in tempo di covid vale doppio | “La lezione di Nava, portiere del Milan. Il tuffo eccezionale e poi la normalità” – Lapo, 17 anni, giovedì era in panchina dietro Maignan e Mirante. Finita la partita il figlio d’arte ha preso a San Siro il tram numero 16
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