Che fatica essere il nuovo Ashe

Berrettini e Fognini hanno vinto all’esordio

 

    Berrettini e Fognini hanno esordito in Antalya vincendo al primo turno rispettivamente contro Kirkin (446 al mondo) per 6-0 6-4 e contro Vrbensky (311 al mondo) per 6-4 7-6. Domani trovano rispettivamente Kuzmanov e Chardy. Mager gioca nel pomeriggio il suo secondo turno a Delray Beach contro Querrey.

altre cose successe | ①  Finché tennis non vi separi. A scanso di equivoci. Prima che. Sappiate che in quarantena, ehm, come dire, ve ne state ognuno in camera sua. Non ci sono eccezioni per nessuno agli Australian Open. Gli organizzatori hanno voluto chiarirlo in tempo inviando una lettera a Gael Monfils ed Elina Svitolina, molto fidanzatini anche sui social, con la quale li informa che non potranno vedersi durante le due settimane di isolamento stabilite prima dell’inizio dello Slam. Nessun contatto. Di nessun tipo.

 

UNA PARTITA, UNA STORIA

Frances Tiafoe vs Donald Young | SEDICESIMI DELRAY BEACH

Ventiquattro anni fa il carpentiere Frances Tiafoe e sua moglie Alphina scapparono dalla guerra civile in Sierra Leone. Vinsero una green card per gli USA, lui si mise a fare il custode di un campo da tennis e lei l’infermiera. Così il loro ex bambino, Frances junior, oggi 22 anni, gioca con un passaporto americano in tasca e con una classifica che vale il numero 62 al mondo. Quando era Donald Young ad averne 22 sembrava già vecchio, perché sul circuito era arrivato proprio ragazzino, ne aveva 14 e aveva vinto l’Orange Bowl per sedicenni, ne aveva 15 e giocava i Futures, ne aveva 16 e si prese il titolo degli Australian Open junior. Aveva il tennis ai piedi del suo braccio mancino. Teneva esibizioni con Pete Sampras dentro palazzetti gremiti. John McEnroe lo aveva visto che era un bimbo e gli aveva posato la mano sulla testa: «Con lui non mi sbaglio». Si sbagliò.

 

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L’ultima partita di Arthur Ashe

 

  Young era detto il nuovo Ashe. Tiafoe è detto il nuovo Ashe. Fatto sta che per ora di Ashe c’è sempre e solo l’originale. William C. Rhoden, ex giornalista sportivo pluripremiato del New York Times, si è domandato un annetto fa su The Undefeated: Dove sono i tennisti neri?. Nel 2007 aveva pubblicato un saggio che fece molto discutere, dal titolo Forty Million Dollar Slaves, sostenendo che l’evoluzione degli sportivi afro-americani si è ridotta in un passaggio dalle piantagioni letterali, dove lo sport era stato introdotto come forma di diversivo per sedare i moti rivoluzionari, a piantagioni metaforiche, al servizio di proprietari di franchigie, agenti e media. Un nastro bagagli che porta i bambini delle periferie e delle piccole città spesso fino al successo, ma tagliandone le radici. Molte cose sono cambiate da allora in questi tredici anni e forse moltissime in questi tredici mesi. Resta la domanda: “Dove sono i tennisti neri?.

Averne visti due nella stessa partita di primo turno del primo torneo del 2021 può essere considerata solo la carezza di un giorno per gli iscritti al nostro PRO, il Partito dei Romantici Ottimisti. In realtà il povero Young s’è perso. Ha solo 31 anni ma è come fosse più vecchio di Federer. È sprofondato al numero 327 del mondo e Arthur Ashe è rimasto l’ultimo tennista uomo afro-americano a vincere uno Slam, nel 1975. Il grosso dei giovani atleti neri gioca a football e durante l’inverno a basket. Il resto viene rapito dal calcio o dal baseball. Questi sport – è l’analisi di Rhoden – hanno sviluppato sistemi molto efficienti per identificare talenti e affinarli nel passaggio dal livello giovanile a quello professionistico. L’industria del tennis in questo paese, barricata per così tanto tempo nelle torri d’avorio dei country club, si sta rendendo conto solo ora che rendere di nuovo grande il tennis americano significa inclusione e diversità. Mentre le ragazze afro-americane stanno aumentando, c’è a malapena un barlume di speranza che gli uomini raggiungano un livello costante tra le superstar

Proprio a Tiafoe, per il suo impegno nella società, l’ATP ha assegnato l’ultimo Arthur Ashe Humanitarian Award, per aver realizzato un video intitolato Racquets Down, Hands Up con l’obiettivo – ha detto – «di diffondere consapevolezza sulle morti ingiuste dei cittadini afro-americani negli Stati Uniti». Tiafoe ha ringraziato con una lettera aperta al suo idolo. «Caro Arthur, quel ragazzino con grandi sogni ora ha il suo nome associato al tuo. È folle. Ma so che questo non è solo un premio. È un enorme onore e un’enorme responsabilità. So che devo portare una torcia e fare la differenza nel mondo. Non importa chi sei, da dove vieni o quale sia il colore della tua pelle. Tutti hanno l’opportunità di essere qualcosa di speciale. Ero uno di quei ragazzi che non avevano grandi possibilità di arrivare così lontano. Questo premio è solo un promemoria, sono qui e devo aiutare la prossima generazione. So che tu eri molto più grande del tuo tennis. Una delle cose più incredibili di te è che tutti conoscono il lavoro che hai fatto per rendere il mondo un posto migliore. Ma hai vinto il Grande Slam, fratello! Vorrei poter entrare nella tua testa per scoprire come sei riuscito ad avere lo stesso successo in campo pur essendo un grande attivista umanitario. Hai mostrato a tanti di noi la strada e ora voglio ripagare». 

L’esempio delle sorelle Williams e di Serena in particolare ha ispirato sul campo una nuova generazione. Agli ultimi US Open c’erano 12 ragazze nere in tabellone. Nell’agosto scorso, sul New Yorker, Gerald Marzorati scriveva che più di tre milioni di spettatori si sono sintonizzati per guardare la Williams nelle ultime due finali femminili degli US Open: il più vasto pubblico americano di tennis degli ultimi anni. Vogliono vederla vincere; vogliono vederla fare la storia. Ma questo è il modo sbagliato di guardare la Williams ora. Ha già fatto la storia. È chiaramente la più grande di tutti i tempi: la più dominante per un periodo così lungo; la più influente sul modo in cui il tennis è stato giocato; culturalmente una icona, per le donne afro-americane in particolare.

Chris Widmaier, portavoce della federazione tennis, ha detto che «è difficile praticare uno sport e non riuscire a mettersi in relazione con il suo ambiente. Nel basket i giocatori provengono tutti da ambienti simili. Rendere di nuovo grande il tennis statunitense significa aumentare l’inclusione, abbattere le barriere e coinvolgere più persone. Abbiamo bisogno che il tennis assomigli all’America. Quando il tennis assomiglierà davvero all’America, torneremo la centrale elettrica che dovremmo essere».

L’ultimo numero 1 e l’ultimo a vincere uno Slam è stato Andy Roddick. Sono passati 17 anni. «Mi piacerebbe poter dire che è una cosa ciclica, ma questo è un ciclo piuttosto lungo». 

 

in tv oggi in corso Supertennis: WTA Abu Dhabi | 18.30 Supertennis: ATP Delray Beach

 

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