L’Avorio del calcio, la Coppa d’Africa per ricostruire un paese

IL TORNEO

 

Le voci ascoltate negli anni passati stavolta sono rimaste perlopiù in silenzio. Nessun presidente di un grande club europeo se l’è sentita di fare una sparata contro la Coppa d’Africa – un classico dei nostri inverni – quando la crema della crema del calcio europeo s’accorge che un centravanti nigeriano, un portiere senegalese o un’ala egiziana hanno lo stesso desiderio di giocare per le loro nazionali di un belga, un francese, un italiano. Forse perfino di più, ai nostri ogni tanto viene la bua quando vedono il cancello di Coverciano e riprendono il taxi che li ha portati fin lì per tornarsene a casa. Stavolta nessuno ha protestato, non apertamente, eppure – come ha scritto Rory Smith su La Nación, il calcio non riesce ancora a scrollarsi di dosso il suo innato eurocentrismo. È difficile immaginare che si possa chiedere a un giocatore tedesco di spiegare l’importanza degli Europei, o che si possa invitare un brasiliano a parlare dell’importanza della Copa América. Invece a Salah si può domandare di chiarire perché voglia giocare la Coppa d’Africa

Dice Smith che negli ultimi anni è almeno cresciuta la consapevolezza che questo approccio potrebbe essere considerato un po’ infantile. Ogni due anni circa, questo torneo viene presentato come un ostacolo, come se fosse stato inventato esclusivamente per testare le riserve delle migliori squadre della Premier League. Piano piano gli europei sembrano aver accettato il fatto che non spetta a loro decidere se i giocatori africani vogliono andare in nazionale o quando la Coppa dovrebbe svolgersi. È possibile addirittura illudersi di essere sul punto di una scoperta più profonda: una cosa che non ti interessa non è detto che non abbia importanza.

Un processo lento ma forse ci siamo arrivati, chissà se anche per merito del Marocco, la prima semifinalista africana a un campionato del mondo, un anno e un mese fa in Qatar. 

 

  IL PAESE 

Un miliardo di spese e la mano della Cina

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La nuova Coppa d’Africa si ferma nel 52esimo paese più povero al mondo [su 190], dodici anni dopo la fine di una guerra civile. Fa parte di un processo di ricostruzione e ripartenza, di una massiccia spesa fiorita da un prestito di 3 miliardi e mezzo di dollari, un debito contratto fon il Fondo monetario internazionale nello scorso aprile. Una spesa che secondo la BBC  è motivo di preoccupazione, nonostante la Costa d’Avorio abbia registrato una crescita media dell’8% annuo da quando il presidente Alassane Ouattara, un ex dipendente del FMI, ha preso il potere nel 2010. Prao Yao Seraphin, professore di economia ivoriano, ha detto alla tv britannica senza mezzi termini che la Costa d’Avorio rimane un paese povero.

«Se non stiamo attenti e non pensiamo a creare eventi per aumentare le entrate dei nostri stadi, temo che il Paese dell’elefante produrrà elefanti bianchi».  

È il termine che indica progetti infrastrutturali assai costosi, un impegno finanziario superiore alla loro utilità. Viene da quell’antica usanza thailandese di regalare al monarca animali vistosi, grossi, costosi da mantenere. Non è così – ribattono i politici del Paese dopo aver impegnato per il torneo di calcio più di 1 miliardo di dollari.

«Quando la Costa d’Avorio ha deciso di organizzare questa Coppa, non è stato per far soldi ma per riposizionarsi», ha detto a dicembre François Amichia, attuale deputato, ex ministro dello sport. «È stata un’opportunità per fornire infrastrutture sportive – non ne venivano costruite da anni»

Quattro stadi sono nuovi: a Yamoussoukro, Korhogo e Abidjan. Altri due sono stati ristrutturati. Ventiquattro centri di formazione sono stati ammodernati nelle cinque città ospitanti, tre villaggi sportivi con 32 ville da cinque camere sono stati costruiti a Bouake, San Pedro e Yamoussoukro. A Korhogo è stato aperto un hotel da 48 camere, è stato ristrutturato l’ospedale [come a San Pedro] e potenziato l’aeroporto [come a Bouake]. Le autostrade da Abidjan – sia a ovest verso la costa, sia a nord – sono state migliorate. A novembre la Champions League femminile ha funzionato da test per la Coppa, l’idea è la Costa d’Avorio possa proporsi come centro locale di accoglienza per quei paesi i cui stadi non sono in grado di ospitare squadre e tornei per motivi di sicurezza. Certe imperfezioni nei lavori poco gradite al presidente Alassane Ouattara sono costate nel mese di ottobre il posto di primo ministro a Patrick Achi.

«Faremo in modo che il nostro Paese diventi il ​​fulcro dell’Africa occidentale per il calcio e le competizioni sportive», dice il presidente della federazione Idriss Diallo, pensando anche alle piste di atletica presenti in alcuni stadi. Un progetto congiunto con la Francia sta creando 10 mini-complessi sportivi in ​​tutto il paese, per un boom economico che si accompagna alle esportazioni di caffè e cacao. L’economia del paese – secondo Pier Edwards per la BBC – sembra destinata a diventare la seconda più grande dell’Africa occidentale.

 

Nel 2013, il PIL della Costa d’Avorio e del Ghana ammontava rispettivamente a 43 e 63 miliardi di dollari. I dati del 2022 del FMI mostrano un divario colmato, siamo a  70 e 73 miliardi di dollari – entrambi comunque significativamente indietro rispetto ai 477 della Nigeria ricca di petrolio.

La capitale economica è Abidjan, dove si concentra l’80% della ricchezza del paese. Stanno crescendo le dimensioni del traffico portuale, raddoppiato negli ultimi 10 anni sotto l’influenza della Cina e delle sue relazioni politico-diplomatiche. Il magazine americano The Athletic sottolinea che questa espansione è stata possibile solo grazie  agli investimenti di Pechino sotto la bandiera della Belt-and-Road Initiative (BRI), lanciata come parte del tentativo del presidente Xi Jinping di creare nuove rotte commerciali in tutto il mondo, per  ampliare il perimetro del controllo economico del suo paese. È un progetto – dice The Athletic – che molti analisti di politica estera considerano tutt’altro che positivo

La Costa d’Avorio ha aderito alla BRI all’inizio dell’estate del 2017.  Anche gli stadi della Coppa sono stati progettati o costruiti da Pechino, con il lavoro di China National Building Material e di China Civil Engineering Construction Company. In cambio, Pechino chiede materie prime e sostegno alle sue politiche nei confronti di Taiwan. I critici – dice Simon Hughes su The Athletic – hanno descritto tali accordi come una neo-colonizzazione, in cui la Cina, in modo piuttosto subdolo, favorisce la dipendenza da essa, perché il governo di un’altra nazione si indebita per un periodo sconosciuto mentre le sue risorse vengono pesantemente sfruttate.

 

 POPOLI

La mescolanza

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Saremo presto travolti da immagini e fotografie di tribune colorate, persone in festa, un carnevale anticipato e traslocato. Alex Cižmić ha scritto sul quotidiano Domani che ospitare una Coppa d’Africa è un atto politico. Contribuisce a formare la percezione del paese ospitante agli occhi del continente. Ne misura lo stato di salute. Se uno Stato non organizza la Coppa d’Africa da troppo tempo, è sintomo che le cose non stanno andando per il verso giusto. Il carnevale sarà più colorato del solito perché la Terra del cacao è casa per molti maliani, senegalesi, guineani, burkinabè e ghanesi. Questa multiculturalità è evidente soprattutto nel quartiere di Treichville, un’area conosciuta anche come la municipalità “nzassa”, un termine di lingua nzema che indica mescolanza. Qui la stragrande maggioranza delle famiglie ha il cuore diviso in due tra la Costa d’Avorio e il paese di origine dei propri genitori o antenati. Ciò significa che è a Treichville che sarà possibile tornare ad assistere alla vera atmosfera di gioia e allegria tipica della Coppa d’Africa

La Coppa non tornava qui da quarant’anni. Il Guardian racconta che tra i 29 milioni di abitanti non ce ne sono molti ad aver assistito al torneo di allora. Michel Brizoua-Bi, avvocato, aveva 18 anni nel marzo 1984 quando vide il Camerun di Théophile Abega e Roger Milla vincere la coppa.  

Suo padre Jean era il presidente della federazione. La differenza è che il torneo di allora era un vero evento africano. Adesso è un evento globale, scrive Osasu Obayiuwana per il quotidiano inglese. I cittadini dei quattro paesi vicini – Guinea, Ghana, Mali e Burkina Faso – possono entrare nel paese senza visto.

Le forze di polizia sono mobilitate. Ventimila agenti devono proteggere la Coppa dall’incubo del terrorismo che ha colpito il paese in diverse ondate negli ultimi otto anni e devono garantire la sicurezza negli stadi. L’edizione di due anni fa in Camerun, organizzata ancora sotto le restrizioni covid, contò otto morti e più di 30 feriti allo stadio Olembe di Yaoundé, per la partita tra i padroni di casa e le Isole Comore. 

 

  LE PARTITE

Subito la squadra di casa

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COSTA D’AVORIO VS GUINEA-BISSAU

Nessun paese ospitante vince in casa da diciotto anni. La Costa d’Avorio gioca il torneo senza Wilfried Zaha e Hamed Junior Traoré. Dalla serie A: il romanista Evan N’dicka e Christian Kouame della Fiorentina. Non è più la Costa d’Avorio di Didier Drogba, si regge sulle colonne Haller e Kessie. Simon Adingra sta crescendo con De Zerbi al Brighton, Karim Konaté al Salisburgo. Jonathan Bamba si sta rifacendo una vita al Celta, e il suo ex gemello di Lille Nicolas Pépé al Trabzonspor. La Guinea Bissau è al numero 103 del ranking FIFA e alla quarta partecipazione al torneo, concluso sempre ai gironi. Marcelo Djaló era una decina d’anni fa alla Juventus e adesso si diletta in Spagna, nel senso che gioca coi dilettanti del Palencia. La stellina si chiama Franculino Djú, 20 anni da compiere, del Midtjylland. È cresciuto nelle giovanili del Benfica: una garanzia. 

 

in tv sab 13 ore 21 Sportitalia: Costa d’Avorio-Guinea Bissau

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