La Dakar più estrema di sempre. La tappa-maratona nel deserto

Gli altoparlanti delle moschee si fanno sentire dieci minuti prima delle sei del mattino, quando il sole non è ancora alto. È uno dei richiami alla preghiera, un’eco che arriva dai templi lontani. L’area archeologica di Al-Ula se ne sta sdraiata in mezzo a rocce dalle sagome assurde, primo patrimonio dell’umanità battezzato dall’Unesco in Arabia Saudita. Mohammed bin Salman ha lanciato un piano per la sua valorizzazione, si chiama The Journey Through Time e nell’arco di quindici anni punta a sviluppare in modo sostenibile i cinque distretti sparsi in 20 km quadrati per farne dei musei a cielo aperto. Il sito più noto di Al-Ula è Hegra, la città meridionale del regno nabateo, un avamposto romano, cento tombe intatte, le facciate scavate nella roccia arenaria. La tomba Liyhan è alta più di 20 metri. Jabal Ikmah ospita migliaia di antichi siti di arpe rupestre e la Città Vecchia è forse la più grossa suggestione, in mezzo a un’antica oasi. Al-Ula è a un migliaio di km da Riad e a una quarantina dal campo della Dakar, la cosa più estrema che ha cambiato tre continenti. È nata in Africa, s’è trasferita in Sudamerica, da qualche tempo ha ceduto come tanti alla tentazione del Medioriente, dove si è fatta garantire un budget annuale di circa 15 milioni di dollari.

La Dakar 2024 è una carovana di tremila persone. Attraverserà l’Arabia Saudita da nord a sud, per tornare ad Al-Ula e concludere la corsa a Yanbu. 

Il 60 percento degli oltre 7.891 km sono sconosciuti ai piloti. Saranno percorsi per la prima volta. I 434 veicoli iscritti rappresentano il numero più alto dal 2013, quando furono quindici in più. Partono 137 motociclette, 10 quad, 72 Ultimate, 46 Trucks, 42 Challenger e 36 SSV. La certezza è che non tutti arriveranno a Yanbu il 19 gennaio.

Una delle novità 2024 è la tappa-maratona, un’avventura di 48 ore che costringerà i piloti a dormire in tenda. Dovranno attraversare il più grande deserto della penisola arabica in due giorni diversi, nei quali non avranno a disposizione altro che l’auto, una tenda e del cibo di tipo militare. Scatolette. Quando l’orologio segnerà le 16 tutti i veicoli dovranno preoccuparsi di fermarsi al successivo accampamento lungo la strada. Senza connessione e senza conoscere i risultati degli avversari, potranno tornare sul percorso alle 7 del mattino successivo. Gli spostamenti in classifica saranno noti solo dopo il 600esimo km. È concesso ai piloti di aiutarsi a vicenda, dal pomeriggio in poi. Se lo vorranno.

Chi ne sa, fa i nomi di Nasser Al-Attiyah, Carlos Sainz e Stéphane Peterhansel per la vittoria finale in macchina. Tutt’e tre possono cancellare il nome del finlandese Ari Vatanen dalla cima della lista di chi ha vinto più tappe nella storia. Il record di 50 può cadere. Peterhansel ne ha 49, Al-Attiyah 47, Carlos Sainz più indietro a 42. Le Audi ibride di Carlos Sainz e Stéphane Peterhansel hanno nella loro ultima versione 32 cavalli in più, così dovrebbero essere in grado di sviluppare la stessa potenza delle altre macchine. È stata una delle richieste esplicite del pilota spagnolo alla casa tedesca. Nasser Al-Attiyah è scettico. Dice che Sainz al traguardo finale non arriva, anzi, pensa che la sua Dakar non potrà durare più di tre giorni. Lui ha invece cambiato marca in estate passando dalla Toyota alla Prodrive. Guiderà una Hunter T-1 e sarà compagno di squadra di Sebastien Löeb. Questo strappo ha innescato un ricambio generazionale tra i giapponesi. L’americano Seth Quintero e il sorprendente brasiliano Lucas Moraes, terzo al debutto un anno fa, si sono uniti alla Toyota. In moto c’è il valenciano Tosha Schareina, dopo due anni nel mondo dei rally di resistenza.

Carmen Ruiz su As: ha scritto: Ciao di nuovo Dakar, siamo tornati. Ma ci siamo mai lasciati? È difficile sfuggire a una Dakar quando la si vive in prima persona. Quando finisce hai sempre cose da raccontare, anche se all’inizio il ritorno sembra lontanissimo, dentro già cominci a immaginare come sarà il deserto. È sempre straordinario essere nel posto dove tanti altri vorrebbero trovarsi. Come vedere un giocatore del Real Madrid al centro del Bernabéu mentre suona l’inno della Champions.

 

La Dakar senza Dakar lancia Future Mission 1000, una categoria-laboratorio nella quale imparare a ridurre le emissioni. Comprende dieci veicoli immatricolati e consente ai piloti di percorrere 100 km al giorno al di fuori delle tappe del rally fino a raggiungere un totale di mille, per sperimentare opzioni tecniche utili allo sviluppo futuro. Non è considerata una competizione, ma sono stati individuati dei criteri di valutazione per testare i veicoli. L’ASO e la FIA hanno anche deciso di cambiare il nome alle categorie, probabilmente pensando di renderle più cool. T1 è diventata Ultimate [quella di Carlos Sainz], T2 si chiamerà Stock, T3 è Challenger, T4 sarà SSV, T5 si trasforma in Trucks, Moto e Quad continueranno a chiamarsi come al solito.

 

Le donne iscritte sono 38: cinque nelle auto, sette tra i challenger, cinque nella SSV, quattro con i camion, quindici nella categoria Classic, due con le moto. Rebecca Busi è l’unica italiana. Ha corso le prime gare come navigatrice di papà Roberto come navigatrice. Il budget per partecipare alla sua prima Dakar lo mise insieme vendendo la sua macchina e chiedendo soldi come regalo per la laurea in Economia. Ne ha parlato con Nina Verdelli per Vanity Fair

«Su 4 ruote nella polvere del deserto mi sento viva. Credo che altri Paesi siano più bravi a valorizzare la presenza delle donne in contesti di questo tipo. Penso a luoghi come la Spagna o il Sud America, dove le pilota sono delle vere e proprie star mediatiche. Non è una mia ambizione, il mio unico desiderio è correre. Ma sono certa che, se la mia storia fosse conosciuta, magari qualche ragazzina che vuole iniziare a correre e pensa di non potercela fare si sentirebbe meno sola. Ecco, se riuscissi a dare speranza anche a una sola ragazza, ne sarei felice. Ci sono state volte che la paura si è fatta sentire, come l’anno scorso quando ho corso quasi tutta la Dakar al chiarore della luna anziché alla luce del sole, e le assicuro che guidare nell’empty quarter illuminati solo dai propri fari un po’ ti spaventa, ma solo se ci pensi. La discriminazione in questo ambiente credo che sia velata, per lo meno è così che la percepisco io, ma è anche vero che sono così concentrata su quello che sto facendo che potrei pure non accorgermene. Fanno campionati apposta per le ragazze quando in realtà sopra una macchina che tu sia uomo o donna non fa alcuna differenza».

 

Un’altra storia italiana viene da Gioele Meoni. Aveva 13 anni il giorno che morì papà Fabrizio su una duna in Mauritania, l’11 gennaio 2005. Aveva vinto due edizioni nel 2001 e 2002. Gioele lo seguiva alla tv da Castiglion Fiorentino, con la smania di crescere, diventar grande, per partecipare un giorno insieme a lui. 

Eccolo, adesso. All’età di 32 anni. Ne ha parlato con Qs: «Ci penso fin da bambino: oggi mi sento fortunato a coronare un sogno. Fisicamente lui non è con me ma sono certo che mi aiuterà lo stesso. Tutti coloro che ho incontrato qua, i campioni di ieri e oggi, si ricordano di lui. In tanti vengono da me e mi salutano: mi dicono che da piccoli erano suoi tifosi, mi fanno i complimenti per essere suo figlio e mi chiedono curiosi del progetto. Vedere questo affetto mi riempie di emozione.

Gioele gareggia nel nome del Senegal e dell’Africa, anche se la Dakar dall’Africa s’è allontanata. Ha lanciato una raccolta fondi online con l’obiettivo dui raccogliere 35mila euro per acquistare una Ktm da rivendere all’asta dopo la gara per finanziare con la onlus di papà alcuni progetti scolastici nella provincia di Dakar. 

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La morte di Metge

 

Proprio alla vigilia della corsa, la famiglia della Dakar ha perso René Metge, pilota, direttore sportivo, organizzatore, tre volte vincitore, morto mercoledì all’età di 82 anni. Un pioniere di dune e deserti, amante della natura e della meccanica, così lo ricorda L’Équipe

«Con l’Africa è stato amore a prima vista. Ho sentito subito qualcosa di forte – diceva – questo continente mi ha dato tanto e ha risposto alla mia voglia di avventura. Mi ha aperto gli occhi».  

Era nato a Montrouge, aveva cominciato a guidare la Bugatti di suo padre e aveva debuttato sulle moto con l’amico Michel Colucci, il futuro comico Coluche, e anche il futuro cognato. Per assecondare la passione, Metge aveva comprato il garage del suo primo capo. Era entrato nel team Porsche su chiamata di Jacky Ickx e poi nel team Porsche. La morte di Thierry Sabine nel 1986 rappresentò una svolta. Metge prese le redini della Dakar per due anni [1987 e 1988] e più tardi sarebbe tornato come copilota di Johnny Hallyday. Due mesi dopo la corsa, diede una festa nel suo ristorante per 60 persone, compresi i meccanici che non lo avevano mai visto. A lui regalò una canzone. 

Durante la Dakar del 2004 Metge aveva tenuto un diario di viaggio per L’Équipe. Guidava una Nissan X-Trail con al suo fianco il giornalista Bernard Chevalier. Per ricordarlo, il giornale francese ne ha ripubblicati alcuni stralci. La Dakar si vince ogni giorno e si perde in un secondo

 

altre fonti | Sport | Clarin | L’Équipe 

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