Il Barcellona campione. Ma con malinconia
Con il derby vinto in casa dell’Espanyol, il Barcellona è diventato campione di Spagna. Mentre i calciatori festeggiavano con un girotondo a centrocampo, c’è stata l’invasione di campo degli ultrà di casa, un fuggi-fuggi generale, la polizia che è dovuta intervenire a protezione dell’ingresso verso gli spogliatoi. Secondo alcuni testimoni, tra le persone scese dalla curva sul prato ce n’erano di armate con bastoni. Un raid che ieri sera ha trovato molte, moltissime giustificazioni tra neo-opinionisti e commentatori social. Chissà quando si è diffuso questo morbo della difesa del suolo, il pensiero che non si festeggia in casa d’altri. Festeggiare non è deridere. Possibilmente, ai vincitori si battono le mani. Non consola né il fatto che possa trattarsi del pensiero di qualche tredicenne insonne né di un cinquantenne in abuso di smartphone.
Su El Pais firma un’analisi della stagione Manuel Jabois, firma della Cultura del giornale spagnolo. “Pochi giorni fa – dice – Robert Lewandowski ai premi Laureus ha detto che questa stagione è segnata dalle prodezze del portiere Ter Stegen. Aveva ragione solo in parte, perché la stagione è stata anche sua. I due riassumono il campionato del Barça nel modo in cui sono stati riassunti molti campionati del Real Madrid, per tante stagioni: un portiere che fa miracoli, quasi sempre Casillas, un attaccante implacabile, che si trattasse di Ronaldo o di Van Nistelrooy. Stagioni grigie di gioco, con poca resistenza da parte delle avversarie, campionati bell’e decisi in inverno, grazie all’efficacia, non ai preziosismi, più con il pragmatismo che con lo spettacolo. Non c’è altro che la vittoria, per mandare messaggi ideologici”.
Tuttavia, Jabois sostiene che “la migliore notizia per il Barcellona di quest’anno non è il successo in campionato, di per sé impressionante, ma il contributo del vivaio per vincerlo, il contributo che ha permesso a Ter Stegen e Lewandowski di diventare gli artefici”.
Con un riferimento alle vicende extra-campo, El Pais scrive che “il Barça ha vinto il titolo nonostante il Barça. È stato il suo stesso nemico, il proprio sabotatore dall’interno. In altri club, questa sarebbe una stagione di transizione: far crescere i ragazzi, concedergli minuti, insegnare loro come si sta nell’élite, imparare da leggende come Lewandowski, Alba o Busquets, cercare un posto in Champions League. Questo sarebbe successo. Invece il Barça ha vinto sorretto da due pilastri indiscutibili, uno in porta e l’altro in attacco, ma con uno sciame di lucciole che brulica a centrocampo, con una menzione speciale per due post adolescenti, Pedri e Gavi”.
La parabola di Xavi, parafulmine aziendalista
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Orfeo Suarez su El Mundo dedica un lungo ritratto a Xavi, “figliol prodigo, allenatore e parafulmine” di un Joan Laporta inizialmente tentato e sedotto dalla linea tedesca – Klopp, Tuchel, Nagelsmann – e insediato sulla panchina dalla “realtà della perdita di potere economico e di reputazione”.
El Mundo scrive che i tifosi del Barcellona vivono la vittoria nella Liga “come se avessero raggiunto la terra promessa, in un esodo che però non si lascia alle spalle le piaghe dell’oppressore, fanno parte della stessa punizione divina. Il Barça è sia l’Egitto sia Israele. Fino a sette, sono le piaghe. E come nell’Antico Testamento appesantiscono un cammino che si protrae da troppo tempo: le dimissioni di due presidenti; il passaggio di uno di loro per due anni in carcere senza essere giudicato colpevole di ciò di cui lo accusavano; gli effetti del procés su mes que un club; il Barcagate; la rottura tra le lacrime con il miglior calciatore della sua storia; la rovina economica causata dalla pandemia, il vergognoso caso Negreira. Quattro anni di calcio senza grandi titoli, un campionato o una Champions, sono come 40 nella Bibbia, quelli che Mosè ha impiegato per attraversare il deserto del Sinai. Il profeta avvistò Canaan dal monte Nebo, ma non raggiunse mai la terra promessa. Xavi Hernández invece ha portato i tifosi del Barcellona là, a un titolo che è un luogo immaginario e desiderato, ma dove tutto è ancora da ricostruire. La missione è biblica”.
Secondo Suarez, Xavi non è ancora riuscito a gestire la pressione da allenatore come faceva da calciatore, quando “esercitava un controllo assoluto sulla palla. Non è il primo a sperimentare questo squilibrio. Le persone a lui più vicine hanno colto uno Xavi diverso, suscettibile a ogni critica o suggerimento. «Non puoi dirgli niente, prende tutto come un attacco personale», dice Gerard López, che in un programma di TV3 ha considerato questo campionato il più mediocre degli ultimi anni. Ma un campionato che si vince con 14 punti di vantaggio su un Madrid ancora una volta in corsa per la finale di Champions, è prezioso, non mediocre. Xavi l’ha vinto con molti 1-0, allo stesso modo in cui la Spagna ha battuto la Germania per vincere il Mondiale nel 2010. Vincere a questo modo ha un merito”.
El Mundo scrive che ora, per lui, “nonostante rappresenti il Barça in carne e ossa, è giunto il momento di lavorare sul suo nome, sul suo marchio personale, sulla sua storia, come ha fatto Guardiola quando occupava quel posto, e questo processo parte dalla ricerca di un’indipendenza. La lealtà al Barcellona e la gratitudine al suo presidente sono una cosa, giudicare i fatti con il proprio sguardo un’altra”.
E il Real aspetta il City domani
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Paolo Condò su Repubblica: “A Madrid s’erano messi il cuore in pace da metà marzo. In ogni caso, il passaporto per la prossima Champions è blindato: così sabato Ancelotti ha tenuto nel cassetto l’argenteria (Benzema, Alaba, Rodrygo, per un’ora anche Vinicius e Modric), ispirando ieri a Guardiola una mossa analoga con De Bruyne. Il problema è che la concomitanza con l’Eurovision alla Liverpool Arena ha fatto slittare a domenica il match del City. Un giorno di riposo in meno? Guardiola ha scatenato fulmini e saette senza però riuscire a spostare l’Eurovision, e così al differente livello di ansia si aggiunge l’aggravio di acido lattico. Sabato il Real ha giocato la partita ufficiale numero 56 della sua stagione, mentre il City ieri è salito a 55. Inter (51) e Milan (48) sono meno spremute, ma stanno combattendo da mesi per iscriversi alla prossima Champions. Col paradosso che la grande corsa in Europa accende i cuori dei tifosi ma scalda relativamente quelli dei dirigenti, che tra Istanbul e il quarto posto privilegiano il secondo per la salute economica del club”.