
Méribel è come dire Belvedere. Fu uno scozzese a inventarsela, Peter Lindsay cercava un nuovo luogo di svago invernale per abbandonare le stazioni sciistiche di Germania e Austria. Il nazismo era andato al potere. Nel scoprì Les Allues e immaginò che una pista potesse nascere là. Creò una società fondiaria con per mettere insieme un patrimonio sufficiente per finanziare il progetto. Due anni dopo venne montato il primo skilift in paese, nel 39 cominciarono a costruire hotel e chalet. Méribel finalmente esisteva e i britannici ne possedevano 40 ettari. La Seconda Guerra Mondiale fermò lo sviluppo della stazione, il cantiere riprese con la pace. Lindsay si rivolse ad architetti specializzati con Paul-Jacques Grillo e i suoi soci Christian Durupt e André Detour. Ordinò che le costruzioni fossero tutte in armonia con lo stile savoiardo, legno e pietra locale per le abitazioni, ardesia per i tetti spioventi.
Mérivel è come dire Belvedere, qui si trovava in vacanza Michael Schumacher insieme al figlio Mick, all’epoca un pilota di kart di un certo talento. Stavano sciando già da alcune ore, quando tra le 11 e le 11 e un quarto si inoltrarono in un tratto fuori pista, passando dal dente Burgin, tra le piste Biche e Mauduit a 2.783 metri d’altezza. Senza alcun motivo apparente, Schumi perse il controllo degli sci, si scompose, picchiò la testa contro una roccia. Mick tirò fuori il cellulare e diede l’allarme con il cellulare. Quel giorno aveva 14 anni. I soccorsi arrivarono nel giro di pochi minuti. Michael era terra, non aveva persoi sensi, alle 11.53 era già all’ospedale di Moutiers, arrivato in elicottero. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, il responso di quella visita lo dichiarò fuori pericolo, ma il trauma cranico era considerato rilevante. Venne consigliato alla famiglia di trasferirsi all’ospedale di Grenoble, più attrezzati. Là Schumi arrivò privo di sensi. Da Parigi si mosse Gerard Saillant, chirurgo di fama mondiale, aveva operato Ronaldo ai tempi in cui giocava nell’Inter, consulente di fiducia di Jean Todt e del ministero dello sport francese, fondatore dell’Istituto parigino del cervello.
Intorno all’ora di pranzo, le condizioni di Schumacher cominciarono a peggiorare. La risonanza magnetica alla testa non lasciò spazio all’ottimismo. Il trauma cranico era molto più rilevante di quanto si sospettasse. L’emorragia cerebrale era preoccupante. Portarono Michael in sala operatoria per cercare di ridurre la pressione intracranica. Fuori dall’ospedale si era già radunata la folla di tifosi, curiosi, alcuni ex colleghi. Olivier Panis tentò di entrare, venne respinto dal personale medico all’ingresso. Un palazzone bianco di quattordici piani, Schumi era al quinto, tenuto in coma farmacologico. Il chirurgo, un uomo descritto dalla barba incolta e gli occhi tristi, si chiamava Stephan Chabardes: «Non sappiamo se sopravviverà – disse – non c’è necessità di un secondo intervento». Quando un giornalista gli chiese se la situazione fosse stabile, rispose: «Più che stabile, direi critica».
Quella mattina c’era appena stata una spruzzata di neve, forse fatale, avendo ricoperto le insidie delle rocce sotto il suo manto. Sabine Kehm, portavoce e amica, alzò subito uno scudo davanti Schumi. Disse: «Il futuro? Adesso dura un’ora, poi un’altra e poi speriamo».
Sono passati dieci anni e molti dei media europei in questi giorni gli stanno dedicando un pensiero. Fréderic Ferret su L’Equipe ha confutato alcune delle ricostruzioni dell’epoca, sulla scorta dei successivi passaggi giudiziari. “Schumacher – dice – stava allora sciando a bassa velocità e solo per una sfortunata combinazione di circostanze dovuta allo strato di neve fresca (40 cm caduto la notte precedente) il tedesco ha urtato un sasso, perdendo l’equilibrio, prima di cadere di testa. Il campione indossava il casco. Si disse che la telecamera attaccata aveva indebolito la protezione e causato la tragedia. A seguito di queste accuse, la società GoPro ha subito un forte calo del mercato azionario. Ma come possiamo immaginare che un pilota professionista, abituato ai caschi e perfettamente consapevole dei danni che avrebbe causato avvitare questa GoPro, possa aver avuto l’idea per un simile errore? La telecamera invece non ha in alcun modo aggravato le ferite: si è staccata al momento dell’impatto e le immagini ottenute dell’incidente dimostrano, secondo la Procura, che esso è avvenuto a velocità ridotta”.
Nella fase di riabilitazione Schumi è circondato dalla ristretta cerchia degli affetti, la moglie Corinna, i due figli Gina Maria e Mick, Jean Todt. Il muro di riservatezza non è mai caduto, le Figaro lo chiama “un comportamento inflessibile nonostante il proliferare di voci infondate sulla sua capacità di interagire con chi lo circonda o sul suo stato fisico. L’apice dell’umiliazione è stato raggiunto nell’aprile 2023 quando il tabloid tedesco Die Aktuelle ha affermato di aver ottenuto un’intervista con la stella delle corse. L’intervista era stata in realtà generata dall’intelligenza artificiale”.
Nel settembre del 2021 Corinna Schumacher ha rotto il silenzio in un documentario Netflix dedicato a suo marito. «Michael manca a tutti. Ma Michael è lì. È diverso, ma c’è. Mi dimostra ogni giorno quanto è forte. È in cura. Facciamo di tutto per migliorare le sue condizioni, per assicurarci che stia bene e per fargli sentire il nostro legame. Qualunque cosa accada, farò tutto il possibile. Lo faremo tutti. Come famiglia, cerchiamo di andare avanti come Michael avrebbe voluto e come vorrebbe ancora. La vita va avanti». Jean Todt è una delle rare persone autorizzate a vederlo. «Non è il Michael di prima. È diverso – ha detto a L’Équipe in un’intervista del 13 dicembre – ed è magnificamente guidato da sua moglie e dai suoi figli, che lo proteggono. La sua vita è diversa e ho il privilegio di poter condividere dei momenti con lui. Questo è tutto quello che c’è da dire. Sfortunatamente, il destino lo ha colpito e non è più il Michael che conoscevamo». Suo fratello Ralf in settimana ha detto alla Bild che c’è solo da confidare in un miracolo. «Michael è stato molto fortunato nel corso della sua vita. Ma c’è stato questo tragico incidente. I progressi medici e scientifici offrono molte opportunità. I mezzi moderni hanno permesso di fare molte cose, ma nonostante ciò nulla è più come prima. Questo evento ha cambiato la nostra famiglia. Mi manca il mio Michael di prima».
Come racconta Die Welt “non si sa come stia davvero Michael Schumacher oggi. Da anni la famiglia non pubblica dettagli sulle sue condizioni”. Il solo Schumi che sia possibile vedere è quello in mostra permanente al Motorworld di Colonia da giugno 2018, “non lontano dalla casa natale, non lontano dalla pista di go-kart di Kerpen, dove è iniziata la carriera”.
Umberto Zapelloni sul Foglio si è chiesto che cosa ci ha lasciato Michael.
“La sua filosofia di vita – scrive – prima di tutto: quel #keepfighting che è diventato un hashtag dal significato molto chiaro: non mollare mai. Schumacher è stato il prototipo dell’uomo squadra. Pochi come lui sono stati tutt’uno con il team tenendo ogni critica all’interno. Michael stava di più in macchina perché ai tempi il regolamento permetteva le prove private, Hamilton avrebbe fatto lo stesso se avesse potuto e lo stesso Max che sceso dalla monoposto sale sul simulatore, non si sottrarrebbe certo. Sono professionisti esemplari e chi lavora insieme viene stimolato a spingersi oltre i limiti perché vede che loro fanno così. Schumacher ha portato su un altro livello la gestione gara. Lui sapeva leggere i gran premi come pochi. Alonso è un po’ come lui, Hamilton e Verstappen lo sono diventati, Leclerc deve ancora imparare a farlo con continuità. Anche in quanto a preparazione fisica ha alzato incredibilmente il livello proseguendo un cammino cominciato da Ayrton Senna. Schumi è stato il primo pilota a farsi seguire in pista da un camion attrezzato a palestra e si era fatto installare una palestra anche all’interno della casa di Enzo Ferrari al centro della pista di Fiorano dove spesso si fermava a dormire per essere già in pista al mattino il giorno dopo. Fare squadra significa chiamare tutti i meccanici per nome, chiedere delle loro famiglie, far arrivare un carretto del gelataio in pista a fine prove d’estate. Sapeva farsi amare dalla sua gente oltre che dai tifosi. Se c’era da fare la notte in bianco per lavorare sull’auto (allora si poteva) nessuno si tirava indietro. Adesso lo imitano un po’ tutti, ma prima non era certo così. Negli anni anche lui è cambiato, ma a una cosa non ha mai derogato, alla sua privacy. C’erano due Michael, quello pubblico e quello privato. Oggi è rimasto solo il secondo”.