Gli ultimi avversari di Sinner. L’effetto Boomerang e la maledizione della pastasciutta

Bisognerebbe dargli un nome. Un fenomeno senza un nome è più complicato da spiegare. Finisce che servono più righe. Nei titoli poi come si fa. Bisognerebbe dare un nome a questa cosa che ogni tanto succede al Masters di tennis. Dove in finale finiscono due giocatori che già si sono sfidati qualche giorno prima. È l’unico torneo che può permetterselo. Oppure è l’unico torneo che deve sopportarlo. Dipende dai punti di vista. Negli Anni Ottanta per un po’ l’ATP decise di omologare anche l’ultima uscita dall’anno alle precedenti. Faceva qualificare i primi 16 della classifica e si partiva sin dall’inizio a eliminazione diretta, ottavi, quarti, semifinale, finale. 

Invece oggi accade quel che è già capitato in altre diciannove occasioni. Djokovic contro Sinner. Come qualche giorno prima. Dunque siamo a 20 volte su 54 edizioni. Fa il 37 per cento. Più o meno due volte su cinque il Masters finisce contro la natura del tennis. 

Ma il nome bisognerebbe darlo al secondo fenomeno che ogni tanto accade, a quella faccenda bizzarra e misteriosa che fa finire la coppa tra le mani del tennista che aveva perso la stessa partita qualche giorno prima. È successo 11 volte su 19. Fa il 57 per cento dei casi. Come lo vogliamo chiamare? Boh. Effetto Boomerang. 

 

LE FINALI REPLAY

1976: Orantes b. Fibak 5-7 6-2 0-6 7-6 6-1. Nel girone Fibak b. Orantes 7-5 7-6

1978: McEnroe b. Ashe 6-7 6-3 7-5. Nel girone McEnroe b. Ashe 6-3 6-1

1981: Lendl b. Gerulaitis 6-7 2-6 7-6 6-2 6-4. Nel girone Lendl b. Gerulaitis 4-6 7-5 6-2

1989: Edberg b. Becker 4-6 7-6 6-3 6-1. Nel girone Becker b. Edberg 6-1 6-4

1990: Agassi b. Edberg 5-7 7-6 7-5 6-2. Nel girone Edberg b. Agassi 7-6 4-6 7-6

1994: Sampras b. Becker 4-6 6-3 7-5 6-4. Nel girone Becker b. Sampras 7-5 7-5

1996: Sampras b. Becker 3-6 7-6 7-6 6-7 6-4. Nel girone: Becker b. Sampras 7-6 7-6

1999: Sampras b. Agassi 6-1 5-7 6-4. Nel girone: Agassi b. Samprsa 6-2 6-2

2000: Kuerten b. Agassi 6-4 6-4 6-4. Nel girone: Agassi b. Kuerten 4-6 6-3 6-3

2001: Hewitt b. Grosjean 6-3 6-3 6-4. Nel girone: Hewitt b. Grosjean 3-6 6-2 6-3

2003: Federer b. Agassi 6-3 6-0 6-4. Nel girone: Federer b. Agassi 6-7 6-3 7-6

2004: Federer b. Hewitt 6-3 6-2. Nel girone: Federer b. Hewitt 6-3 6-4

2005: Nalbandian b. Federer 6-7 6-7 6-2 6-1 7-6. Nel girone: Federer b. Nalbandian 6-3 2-6 6-4

2008: Djokovic b. Davydenko 6-1 7-5. Nel girone: Djokovic b. Davydenko 7–6 0–6 7–5

2011: Federer b. Tsonga 6-3 6-7 6-3. Nel girone: Federer b. Tsonga 6-2 2-6 6-4

2015: Djokovic b. Federer 6-4 6-4. Nel girone: Federer b. Djokovic 7-5 6-2

2017: Dimitrov b. Goffin 7-5 4-6 6-3. Nel girone: Dimitrov b. Goffin 6-0 6-2

2018: Zverev b. Djokovic 6-4 6-3. Nel girone: Djokovic b. Zverev 6-4 6-1

2021: Zverev b. Medvedev 6-4 6-4. Nel girone: Medvedev b. Zverev 6-3 6-7 7-6

 

Queste sono le volte in cui è successo. Gli anni in grassetto sono quelli dell’Effetto Bommerang. Per cinque volte di fila non c’è stato scampo, fra il 1989 e il 1999. È seguita una lunga fase in cui l’Effetto Boomerang è stato un’eccezione, due volte appena in nove finali-replay fra 2000 e 2017. Adesso siamo di nuovo in un periodo in cui sta ricapitando come una legge. 

Ci sono cascati tutti i campioni più celebrati, come si vede. Pete Sampras è stato lo specialista del boomerang. Tre volte ha giocato una finale contro un avversario dal quale aveva perduto nel girone e tre volte l’ha battuto. Dell’effetto boomerang Stefan Edberg s’è giovato e l’ha subito. Roger Federer invece l’ha solo patito, due volte su due, in un caso facendosi rimontare [da Nalbandian] due set di vantaggio. Nelle ultime cinque edizioni ci sono state due finali replay e due effetti boomerang, tutt’e due favorevoli a Sasha Zverev

Novak Djokovic vive stasera il suo quarto replay, due volte su tre la finale è finita in modo diverso dal girone. Quando il risultato è stato uguale, la coppa l’ha presa lui. 

 

È questo il quadro dentro il quale Jannik Sinner va a giocare la prima finale di un italiano al Masters. Come sanno da ieri sera gli iscritti a La Carezza della sera, John Berkok sulla rivista Tennis  ha fatto notare che Sinner ha vinto le sue ultime sei partite su sei contro un top-5. All’inizio della carriera aveva invece perso tutti i primi tredici confronti diretti, tredici su tredici. Era sotto 0-6 nel bilancio con Medvedev e lo ha sconfitto tre volte su tre nell’ultimo mese. Non aveva mai vincot prima in carriera contro due degli altri sette partecipanti a questo Masters. Il sorteggio glieli aveva messi entrambi nel girone e li ha battuti, prima Djokovic e poi Rune. Non basta. Per mettere il suo nome stasera tra i maestri dei maestri deve ribattere Djokovic, deve disinnescare l’effetto boomerang, come successo 8 volte su 19 nei replay. Deve fare una cosa alla McEnroe e alla Lendl. La sintesi di Tennis è che Sinner sia in questo momento tutto fuoco e fiamme. E allora? E allora niente. Si vedrà. 

Come scritto da Stefano Semeraro su la Stampa di stamattina comunque vada, il torneo di Jan è già cibo comune, storia da tramandare. Da Wimbledon in poi ha vinto 30 partite su 34, da inizio anno 17 su 18 indoor quella di ieri è stata la numero 61 in stagione. È stato criticato perché era troppo gracile e ora ha muscoli da capitano, perché non batteva mai i più forti e l’ha fatto otto volte in un mese e mezzo. Tre lezioni a Medvedev, una Alcaraz, Djokovic, Rublev e Rune. Alla collezione dei top 10 manca solo il numero 7, Sascha Zverev – ma c’è tempo.  Medvedev, l’unico che a febbraio era stato capace di fermarlo al coperto, nella finale di Rotterdam, si era preparato studiando le ultime due sconfitte, ma non gli è bastato. Jannik lo ha punito con i servizi a uscire sul diritto, ha resistito da fondo ad una aggressione ostinata e continua, usando in giuste dosi smorzate e discese a rete

 

Aiuto, la pastasciutta

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     PAROLE  «È come cucinare la pasta al pomodoro – dice il figlio di Hanspeter, ex chef del rifugio Fondovalle in Val Fiscalina – la prima volta ti accorgi che manca il sale, poi aggiungi i pomodorini freschi, il basilico. Ma devi stare attento a non metterci troppe cose».

 

Questa sarà la frase con cui lo perseguiteremo per un po’. Gliela cuciremo addosso ogni volta che ci sarà da raccontarlo, come succede con Marta Bassino e il pesciolino Dory. Finora la pasta asciutta nel tennis italiano era stata un segno di debolezza, era il simbolo della vulnerabilità di Paolo Bertolucci, il suo punto debole. Nello sport dei nostri ultimi anni era finita invece nell’auto-celebrazione di Bonucci e Chiellini in chiave anti-inglese. È finita come sappiamo. Speriamo bene. 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera usa la metafora della pasta al pomodoro per introdurre l’altro grande tema intorno a Sinner, il suo carattere, le sue origini, l’italiano atipico, l’anti-italiano

Dicono che è fortissimo – scrive Piccardi – perché è poco italiano. Regione di confine, attraversata da tensioni separatiste; lui serio, quadrato, grande lavoratore, lontano anni luce per mentalità da certe scorciatoie furbette (tipo farsi battere da Rune quando era già qualificato, eliminando il pericolosissimo Djokovic che oggi si ritrova contro in finale), l’italiano come seconda lingua. Racconta il Corriere della sera che da Sesto Pusteria ieri è arrivato anche il fratello Mark. Ha 25 anni, è nato in Russia, a Rostov, è stato adottato dai Sinner quando pensavano di non poter avere figli, fa l’istruttore dei vigili del fuoco a Vilpiano

  stereotipi |  Massimiliano Gallo sul Corriere dello Sport-Stadio ribatte e dice che esistono “luoghi comuni che affossano silenziosamente l’Italia, una lunga serie di stereotipi tra cui ci sarebbe la faccenda degli italiani scansafatiche o imbroglioni o cosa. Sinner – dice – ha lavorato sul talento. E non è un’eccezione. Né una prerogativa del profondo Nord. Gli esempi sono innumerevoli: qui ci limitiamo a citare Mennea da Barletta, o ancora Totò Antibo da Altofonte, Sicilia. Siamo noi italiani che ci ostiniamo a raccontarci come mammoni, bamboccioni. E quasi ci infastidiamo quando la realtà ci smentisce. Ci sentiamo uniti dalla mediocrità. La alimentiamo. Come, per fare un esempio, quando ci appaga riempirci la bocca di Donnarumma ha sbagliato ad andare al Psg perché ha perso l’aria di casa. Bello di mamma. Ecco, è giunto il momento di ribellarsi allo sciocchezzaio. A questa narrazione che si crogiola nella rassegnazione. Non è la realtà

  sinfonie |  Sullo stesso rigo del pentagramma Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, ha scritto che Sinner è una corda di violino che si flette in un suono denso e dolce. Sinner affonda i suoi colpi a destra e a manca, mandando al manicomio un palleggiatore navigato come Medvedev, e il suo crescendo somiglia a una sinfonia scritta insieme da Puccini e Wagner, dal melodramma latino e dalla metafisica germanica, in una terra di confi ne dove da sempre sta la perfezione. Perché Jannik è italiano fino al midollo, ma l’italiano che tutti vorremmo essere e che non siamo. L’italiano proiettato verso un altrove dal sogno e tenuto per terra dal dominio delle emozioni. L’italiano ambizioso e umile, mai ebbro della sua gloria e mai schiavo dei suoi limiti. Un figlio così si adotta e basta, anche a costo di coprirsi il capo di carote

  la montagna |  Vincenzo Martucci sul Messaggero aggiunge che il Profeta – Sinner – ha il baricentro basso dello sci e il rovescio dell’hockey ghiaccio, è un atleta vero, alto, elastico, potente, è un tennista completo, ma soprattutto ha la forza dei figli della montagna. Come Peter Sellers nel sublime Oltre il giardino, Sinner si aggancia alla solida saggezza di papà Hanspeter, ieri cuoco e oggi super-tifoso

  mamma e papà |  Vincenzo Santopadre su la Stampa scrive di aver apprezzato la metafora della pasta – lui stesso è figlio di ristoratori – ma poi ne esce per entrare in una dimensione tecnica. Dice che nel 2023 abbiamo visto Sinner crescere sia dal punto di fisico sia da quello tattico, sia nella fiducia in se stesso sia nel dettaglio tecnico che ad alti livelli può fare la differenza. Mi riferisco ad esempio al servizio, che anche ieri si è rivelato fondamentale. Per capirlo basta guardare l’andamento che ha avuto Jannik ieri nei game di battuta: bene all’inizio, in calo nel secondo se e poi di nuovo su ottimi livelli nel finale. Oggi Jannik è nel pieno del flusso, nel “flow'” come viene chiamato, una situazione in cui tutto sembra facile: viaggi ai 300 all’ora e ti sembra di andare ai 30.  Mi piace pensare che in questo riferimento alla cucina si nasconda, conscio e inconscio, anche un ringraziamento per i suoi genitori, che gli hanno trasmesso la passione e la cultura che mettono nel loro lavoro.

 

Noi, lui, i confronti

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Sono stati giorni di confronti. Tomba, Valentino Rossi, Marco Pantani. Tutto il pantheon extra-calcistico del tifo italiano è stato accostato a Jannik Sinner. 

Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, Gabriele Romagnoli propone stamattina un nuovo suggestivo confronto. Dovremo, di questo passo, incorniciare l’interruttore della stanza di Jannik Sinner come è stato fatto con la porta del garage di Bjorn Borg. Il giovane campione, che oggi vuol farsi Maestro, ha raccontato che da bambino mirava ad accendere e spegnere la luce colpendo il pulsante con la pallina, finché l’esausto vicino bussava al muro. Può sembrare un tic, una piccola ossessione calibrata dalla ripetizione. Inutile, se non si considerano le due fasi: 1) la pallina spegne la luce 2) la pallina la riaccende. Esiste una profonda differenza tra primo e secondo gesto. In un caso la stanza è illuminata e centrare il bersaglio non è poi difficile. Nel secondo caso la pallina rimbalza nel buio che si è creato, va afferrata nell’oscurità e rilanciata verso un obiettivo diventato invisibile

È una scena che rievoca i giorni dell’infanzia trascorsi da Borg a picchiare la palla da solo contro la serranda del garage, imparando da solo l’eresia del rovescio a due mani

Quella lamiera – scrive Romagnoli – è ora protetta da un vetro. Il comune di Sodertalje l’ha acquistata (valutazione 13 mila euro) e messa in un museo a pochi passi dalla casa dove il tennista nacque e si esercitò. È una visita per feticisti, non tanto della racchetta, quanto di quel misterioso seme che conduce al risultato desiderato crescendo in un terreno (una stanza, un garage) di per sé non propizio. La strada che può portare Sinner all’ombra di Borg è lunga, ma è vero che si vede una somiglianza. È in quel modo di stare nel match come se si giocasse da soli

 

Un altro scrittore, Sandro Veronesi, traccia paralleli pop con Federica Cocchi per la Gazzetta dello sport. «Non so quanto sia letterario – risponde a una domanda – ma a me piace fare questo paragone: il tenente Colombo. In una puntata raccontava che quando faceva la scuola di Polizia c’erano tanti allievi più talentuosi di lui. Allora decise di metterci dieci volte l’impegno degli altri, riuscendo a diventare il Tenente Colombo, quello che risolve ogni indagine. Faccio un altro esempio. Quando ero ragazzino leggevo la Gazzetta dello Sport in estate e un anno c’erano pagine dedicate a cosa piacesse ai giocatori di ogni squadra. Auto, abiti, cibo, cose della quotidianità. Alcuni rispondevano la Porsche, caviale e champagne, cose così, da ricchi. Ma a me colpì Dino Zoff. Perché alla domanda sul piatto preferito rispose “riso e filetto”. Cioè: la cosa che più gli dava piacere era quello che mangiava prima della partita. Quello che gli altri subivano come una quaresima, per lui era la vita. E Sinner è così, un ragazzo riso e filetto». 

Anche Guido Vaciago, direttore di Tuttosport, due giorni fa aveva scelto Zoff come pietra di paragone per Sinner. Veronesi dice alla Gazzetta che «mi sarebbe piaciuto vedere la sfida Sinner-Alcaraz. Un cambio di era tennistica, due ventenni che giocano con la gioia e la sfrontatezza dei vent’anni. Una finale che sarebbe stato come spalancare la finestra e chiamare anche gli altri: “Vieni Shelton, vieni Rune, giochiamo tutti insieme”». 

 

È molto interessante allora l’intervento di Massimo D’Adamo sulla rivista Il tennis italiano nella sua versione rinnovata da Fandango. Prende tutta questa fatica, tutta questa applicazione, e le porta dentro un territorio nuovo. Scrive che tra gli atti celebrativi del torneo di Torino andrebbe inclusa la nuova concezione di ‘talento’, una specifica che ultimamente, viva Iddio, sembra aver preso piede. Tanto per chiarire, in via definitiva, che tale termine ha poco a che spartire con la gradevolezza del gesto o con il troppo reiterato ‘tocco di palla’. Esso attiene, bensì, alla “capacità di apprendere e tradurre in rendimento” le diverse condizioni di gioco. Più esattamente strizza l’occhio alla qualità dei colpi come al mezzo necessario per vincere punti e non per fare vetrina. Stando così le cose, il confronto andato in onda al Pala Alpitour tra il nostro Sinner e l’ostico Medvedev, non ha sancito soltanto il finalista del torneo dei maestri ma ha chiarito anche l’importanza di chiamare ‘talento’ uno stile di gioco che parla da dentro e non ascolta soltanto ciò che arriva da fuori. L’inside out di Sinner e il rovescio stretto di Medvedev, sono solo due dei numerosi spunti compresi nella loro interiorità, spunti tenuti in vita grazie alle profonde sensazioni di questo eroe dei giorni nostri circa il ricorso a una soluzione piuttosto che un’altra.

 

SINNER E I SINNEROFILI | È assai gustoso anche il fenomeno che stamattina racconta Giulia Zonca su la Stampa: Nel giorno della finale si gioca un altro match, imprevisto e tirato. Da una parte i puristi: sinnerologi della prima ora, cultori del tennis e difensori dell’eleganza a ogni costo. Dall’altra, i fuori campo: sinneriani trascinati dall’evento, una moltitudine estranea all’estetica degli scambi lungolinea e degli azzardi sottorete, desiderosa di partecipare. E, tanto per cambiare, l’Italia si polarizza. Le due tribù potrebbero facilmente coesistere e anzi viaggiano su strade parallele. Il fatto che al raffinato pubblico di intenditori si sia aggiunta una vasta maggioranza di tifosi, significa solo che il primo gruppo aveva ragione quando ha individuato in Sinner l’uomo da guardare, sarebbe una realizzazione, la prova di averci visto giusto e il diritto di continuare a seguire con occhio specializzato. Invece no. Loro si irritano”

Come sempre succede quando una nicchia viene alla luce. 

Adriano Panatta su Tuttosport ha scritto: Sento che la festa è già cominciata… Troppo presto, amici miei che innalzate canti al nostro numero uno.

 

  SINNER E LA TV  A proposito di Panatta. Massimiliano Castellani su Avvenire scrive che la narrazione dell’epica di Sinner sta toccando a lui al vecchio Panatta, che affianca Marco Fiocchetti, per delle dirette di Rai2 non proprio con i fiocchi, ma in questa apoteosi collettiva attuale, quanto manca – dice – un aedo puro della telecronaca Rai come Bisteccone. L’altro passaggio nostalgico dice: Di uno così lo scriba massimo dei gesti bianchi, il poeta e anche “quello del tennis”, Gianni Clerici dopo la disintegrazione della bestia nera Medvedev avrebbe riscritto pagine da Guerra e pace

 

Tra effetto boomerang e la maledizione della pasta asciutta, a poche ore dalla finale viene da sfogliare i petali di quel fiore e chiedersi: vince, non vince, vince, non vince. Restando tra le pagine dei russi siamo arrivati a il Maestro e Margherita. 

[Bella scemenza]

 

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