La stanza degli scacchi dove non entrano le guerre

C’è una stanza nell’isola di Man dove ci sono fanti e cavalli, torri da assaltare, ma dove non entra la guerra, dove non entrano le guerre, né quella di Kiev né quella di Gaza, neppure quella più taciuta nell’Artsakh, nel Nagorno Karabakh. 

C’è questa stanza nell’isola di Man dove il direttore del torneo di scacchi Alan Ormsby ha radunato 164 giocatori e giocatrici, con tre dei primi cinque al mondo, per selezionare fino al 6 novembre due nomi da mandare al torneo dei candidati del 2024, in sostanza il preliminare per il titolo mondiale, la riunione dalla quale uscirà lo sfidante di Ding Liren. Ormsby era convinto – parole sue – che l’isola di Man sarebbe stata sotto gli occhi del mondo dello sport. Sono cose che si dicono e si fanno stampare sulle brochure, quando si lancia un evento. Ci sono all’incirca altre 300 persone arrivate sull’isola di proposito, tra arbitri, dirigenti e familiari di chi gioca, una spinta all’economia locale, l’ha chiamata sempre Ormsby.

Le spese del torneo sono a carico di Mark Scheinberg, cinquant’anni, israeliano di nascita, canadese di formazione, ora l’uomo più ricco fra i residenti dell’isola. Secondo il Sunday Times, due anni fa il suo patrimonio netto era stimato in tre miliardi e mezzo di sterline. Ha scalato le classifiche dei paperoni fondando PokerStars con suo padre Isai, un programmatore di computer. Durante il suo mandato come ceo, PokerStars è diventata la più grande azienda di poker online al mondo. Il covid ha dato l’ultima spinta. Così, nel marzo 2020, nel pieno della pandemia, gli Scheinberg hanno fondato anche lo Scheinberg Relief Fund, per aiutare ad affrontare l’impatto diretto del virus. Con uno stanziamento di 50 milioni di dollari, sostengono organizzazioni e iniziative nei luoghi in cui la famiglia ha un’azienda o una proprietà.

Ecco. Quando Ormsby ha messo insieme 114 uomini e 50 donne per la sua selezione, non immaginava che il Grand Swiss Chess Tournament poteva finire sotto gli occhi del mondo davvero, non immaginava che sarebbe diventato il solo posto nel mondo dello sport dove trovare tutti insieme – in questo momento – giocatrici e giocatori di Russia e Ucraina, Israele e Iran, Armenia e Azerbaigian, mescolati, insieme, intorno alle scacchiere, a simulare combattimenti con trentadue pezzi di legno, i bianchi e i neri, con un re da proteggere, una regina da difendere, ma con la forza del pensiero, guardandosi negli occhi, alla fine stringendosi la mano, perché alla fine siamo tutti pedoni di una stessa partita.

 

 

Anna Muzychuk è una donna trentatreenne di Leopoli. Suo padre e sua madre sono grandi maestri, lei ha imparato a giocare all’età di 3 anni e ha vinto il primo torneo quando ne aveva cinque. È la numero tre della classifica, sorella di Marija che fu campionessa del mondo otto anni fa. Nel novembre 2017 prese una posizione politica forte quando annunciò che non sarebbe andata in Arabia Saudita a difendere i suoi titoli nelle specialità rapid e lampo, le forme con cui gli scacchi si accordano alla temporaneità, tempo ridotto, mosse veloci, pensiero istantaneo, riprese tv. Non andava – disse – in disaccordo con la situazione dei diritti delle donne in quel paese. Si trascinò dietro 150 giocatori e giocatrici, tra cui sua sorella e Hikaru Nakamura.

Per un po’ ha gareggiato sotto la bandiera della Slovenia, perché a suo dire la federazione di Kiev non la sosteneva abbastanza. Ma è sotto la bandiera di Kiev che dentro quella stanza all’isola di Man ha sfidato Aleksandra Goryachkina, 25 anni, da Orsk, regione del Volga, la numero 2 al mondo tra le donne, la giocatrice più forte che la Russia abbia mai avuto nella sua storia. Anche lei, secondo il canone, viene da una famiglia in cui gli scacchi erano il cuore delle giornate. Suo padre Yuri è un allenatore, sua madre Larisa una candidata a gran maestra. Anche la sorellina Oksana, più piccola di 12 anni, pare avviata sulla stessa strada. 

In principio Aleksandra di scacchi non voleva saperne. Preferiva la danza e il ping pong. Un giorno suo padre andò a prenderla all’asilo e la portò alla scuola serale di scacchi dove insegnava. E il giorno dopo e quello dopo ancora. La piccola cominciò a guardare le partite di lato. Deve averne viste un mucchio. Ha cominciato a imparare così. All’età di 9 ha battuto per la prima volta sua madre, poco dopo suo padre, senza che l’abbiano lasciata vincere. 

Dentro questa stanza all’isola di Man, con i loro paesi in guerra, mentre le tenniste di Russia e Ucraina non si parlano e non si danno la mano, Anna e Aleksandra hanno giocato a scacchi. Ora magari dalla foto non pare che fra le due ci sia tutto questo trasporto, ma qui a Slalom siamo anime ingenue, inguaribili cacciatori di pace e di bellezza. Forse dopo si saranno sorrise, si sono di certo salutate, sulla pagina Flickr del torneo ci sono centinaia di scatti che le giocatrici e i giocatori fanno insieme, può darsi che ce ne siano anche di loro che parlano.

È bello pensarlo, è bello comunque che siano là, dentro la stessa stanza. Senza boicottare. Dalla Russia – sotto la bandiera neutrale della federazione internazionale per le sanzioni – sono arrivate altre tre giocatrici [Leya Garifullina, Polina Shuvalova, Valentina Gunina] e sei giocatori [Andrey Esipenko, Evgeniy Najer, Vladislav Artemiev, Volodar  Murzin,  Maxim Matlakov, Denis Lazavik,]; cinque uomini dall’Ucraina [Yuriy Kuzubov, Anton Korobov, Andrei Volokitin, Ruslan Ponomariov, Vasyl Ivanchuk]; una donna e un uomo da Israele [Marsel Efroimski e Alon Greenfeld], due donne azere [Ulviyya Fataliyeva, Gunay Mammadzada] e due armene [Mariam Mkrtchyan, Elina Danielian], quattro uomini azeri [Aydin Suleymanli, Vasif Durarbayli, Rauf Mamedov, Nijat Abasov] e armeni [Samvel Ter-Sahakyan, Manuel Petrosyan, Hrant Melkumyan, Shant Sargsyan, Gabriel Sargissian, Haik M. Martirosyan], tre uomini iraniani [Parham Maghsoodloo, M. Amin Tabatabaei, Pouya Idani] e le donne – le donne lasciamo stare.

 

 

Dall’Ucraina non sono venuti solo uomini. Kiev ha mandato anche questo bambino, diciamo poco più che un bambino, un ragazzino, si chiama Ihor Samunenkov, 14 anni, campione nazionale da quando ne aveva 12, ma non campione nazionale della sua categoria, campione nazionale in assoluto, oggi al posto 2515 della classifica mondiale, il numero 2 fra gli Under-14 dietro Abhimanyu Mishra, pure lui dentro la stessa stanza dell’isola di Man. Dove si possono trovare giocatori degli Stati Uniti che stringono la mano a uomini venuti da Mosca, come qui sotto fa Nakamura con Esipenko.

 

 

Nakamura è il più popolare fra gli streamer, i giocatori figli del nostro tempo. Non è un ragazzino. Ha 36 anni. È nato in Giappone, madre americana. Cinque anni fa ha cominciato a giocare su Twitch. Il suo canale è il più seguito. Nel calcio Nakamura sarebbe uno zemaniano. Dice che non senso giocare per la patta, il pareggio. Gli alfieri – diciamo le ali – sono i suoi pezzi preferiti. Nella modalità lampo è quasi imbattibile. Nessuno pensa e agisce in modo più efficace di lui nella categoria dei tre minuti. Quando sfida il mondo sulla piattaforma Playchess, usa il nome di Star Wars. Ma dentro la stanza dell’isola di Man, pure lui ha scartato i pensieri di guerra dei governi e ha teso la mano al russo di fronte. 

D’altra parte Nakamura è diventato gran maestro all’età di 15 anni e 79 giorni, più precoce di Bobby Fisher. Quel Bobby Fisher, l’americano che in piena Guerra Fredda sfidò e batté un sovietico, Boris Spassky, che aveva imparato a giocare in treno con suo padre, durante la fuga da Leningrado sotto assedio. È una delle storie che ci raccontiamo insieme all’altra del ping-pong, quando diciamo che lo sport può far qualcosa, nei giorni in cui i governi perdono la ragione.

Sognatori, questo siamo. Siamo pedoni. Ma i pedoni possono catturare le regine e mettere i re con le spalle al muro. Non ne parliamo quando con il campo sgombro si mettono in testa di attraversarlo e arrivare dall’altro lato. Allora possono decidere cosa diventare. È questo che alla fine fa il potere.

 

Le foto sono tratte dal sito del torneo

 

ASCOLTA

Il podcast sulla partita tra Fisher e Spassky 

Il ping pong e l’arte di fare pace

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