Il tennis femminile cerca una normalità

Jessica Pegula un anno fa al Masters le aveva perse tutte. Tre partite in singolare e altrettante in doppio. Eppure veniva dalla sua stagione migliore. Era felice di essersi qualificata per le finali, ma era come non esserci, stava finendo in un modo non solo crudele, ma anche strano. In genere le tenniste perdono una sola volta alla settimana, fa notare Matthew Futterman, firma storica del tennis per il New York Times – adesso su The Athletic. Invece all’americana toccava gestire una delusione dietro l’altra. Per giunta nell’anno più luminoso. Stanotte ha aperto la sua seconda partecipazione con una vittoria su Elena Rybakina. Ha fatto l’80% dei punti sulla prima di servizio, poi è andata a sedersi in tribuna e ha visto Aryna Sabalenka lasciare un solo game a Maria Sakkari, dopo 6 ace e 45 minuti di partita. 

 

Il vero desiderio del Masters femminile appena cominciato è ritrovare un principio di normalità. Iga Świątek, la nuova numero 1, con quattro titoli dello Slam messi da parte, non l’ha ancora mai vinto, nonostante il suo periodico dominio in circuito durante le stagioni. Un anno fa le soffiò il trofeo Caroline Garcia, che adesso galleggia intorno alla 20esima posizione. Nel 2021 vinse Garbine Muguruza senza aver mai passato un quarto turno in uno Slam. Da allora ha messo da parte 12 partite in tutto, da febbraio è in pausa. Non gioca, non si sa se e quando tornerà. Dominika Cibulkova si è ritirata tre anni dopo aver scritto il suo nome nell’albo d’oro. Caroline Wozniacki fece prima a vincere il Masters che il suo unico titolo Slam. La giocatrice tedesca Andrea Petkovic, oggi commentatrice in tv, dice che il torneo non premia quasi mai la migliore giocatrice dell’anno, ma quella che si presenta a ottobre con il serbatoio ancora pieno di benzina. 

 

Scrive Futterman su The Athletic che le finali WTA sono la perfetta metafora dello stato del tennis femminile stesso. Ci sono tante promesse e tante possibilità, tanta qualità e tanta varietà, manca però una stabilità, sia nelle gerarchie, sia nei processi decisionali, in fondo manca pure nella passione di chi segue. Stavolta il gran circo dei diritti e dei rovesci ha messo le tende a Cancun, in Messico, perché da un po’ non riesce a trovare una sede fissa. L’Arabia Saudita si era fatta avanti, qualche giocatrice ha fatto notare che pareva un controsenso andare a esibirsi in un paese dove i diritti delle donne sono ancora messi in discussione. 

In un’intervista di venerdì scorso, l’amministratore delegato Steve Simon ha detto che il tour è felice di essere arrivato in uno stadio da 4.000 posti accanto alle chiare fresche dolci acque della penisola dello Yucatan. Ma non era certo qui che immaginava di essere, fa notare The Ahletic. Dodici mesi fa erano tutte in Texas, a Fort Worth, a tirarsi pallate da fondo campo quando in fondo al campo però non c’era nessuno o quasi, le tribune erano mezze vuote e Ken Solomon, amministratore delegato di Tennis Channel se ne lamentava. 

 

All’inizio di questa settimana ci sono ancora molti posti liberi al Paradisus Stadium, dove i biglietti partono da circa 70 dollari. La pandemia costrinse la WTA a cancellare la finale del 2020 e a spostarla l’anno successivo a Guadalajara, sempre in Messico, perché la Cina non permetteva a nessuno di entrare nel paese. La città di Shenzhen aveva preso i diritti per 10 anni. Dalla Cina la WTA è rimasta lontana quando Peng Shuai ha accusato un ex alto funzionario del partito comunista cinese di averla aggredita sessualmente. Simon lasciò sul tavolo un bel mucchio di milioni. Annunciò che avrebbe sospeso ogni attività nel paee fino a quando il governo non avesse condotto un’indagine seria, consentendo un contatto diretto con l’ex giocatrice. Per questo le finali del 2022 finirono in Texas. Anche se il boicottaggio pare terminato e soprattutto pare fallito, gli organizzatori cinesi hanno risolto il contratto. 

Simon sta cercando di firmarne uno pluriennale da qualche parte, dice che l’annuncio dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno, in modo che si possa tornare a qualcosa di simile alla normalità.

 

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Il tennis femminile ne ha bisogno per risistemare il calendario, per non costringere le migliori giocatrici a scegliere tra il Masters e la Billie Jean King Cup che inizia a meno di 48 ore di distamza, questa volta a Siviglia, in Spagna, con un oceano di mezzo. Il tennis femminile ne ha bisogno per ricostruire un’affezione intorno alle nuove figure, dopo il tramonto della leggendaria carriera di Serena Williams, la diserzione di Ashleigh Barty all’età di 25 anni, i dubbi periodici di Naomi Osaka, gli infortuni e lo smarrimento di tante belle promesse, come Bianca Andreescu e Emma Raducanu. 

Con nove milioni di dollari di montepremi in palio, il peso delle finali WTA sembra esseresi depositato adesso sulle spallucce di Cori Gauff. Scrive The Athletic che è quasi solo suo l’onere di riempire il vuoto. E vendere i biglietti. Per un torneo con otto giocatrici di sette paesi diversi e quattro continenti, quattro ragazze dell’est, una sotto bandiera neutrale, una moscovita col passaporto kazako. 

 

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