Brutti, sporchi e cattivi. Il Mondiale dei sudafricani uniti dal rugby

12-11 Secondo John Maxwell Coetzee, una partita di rugby è un’isola di ottanta minuti sollevata dal resto del mondo, dal resto del tempo. Il rugby promette la liberazione dell’umanità dall’orologio, così sostiene. Davvero. I suoi Mondiali li ha vinti vent’anni fa in Svezia, dove gli diedero il premio Nobel per la letteratura, quarto sudafricano di sempre, perché scrive racconti “da una composizione ben articolata, ricca di dialogo e analiticamente brillante”, perché la sua opera “tra molteplici travestimenti espone la sconcertante complicità dell’alienazione” e perché “descrive il sorprendente ruolo degli outsider nella storia”. 

Chi fosse il favorito e chi fosse l’outsider prima della finale di ieri non era chiaro. Gli All-Blacks si erano presentati ai Mondiali come meno irresistibili di altre volte. Hanno perso la partita inaugurale con la Francia, qualcuno in Italia pensava addirittura di potersela giocare. Sono cresciuti strada facendo, forse alla vigilia c’era più gente disposta a credere in loro che negli Springboks. Ma prima di diventare cittadino australiano per amore, prima di trasferirsi con la compagna in Adelaide, J.M. Coetzee ha fatto in tempo da sudafricano a scrivere in Appunti sul rugby [dalla raccolta di saggi Doppiare il capo] che “forse più di ogni altro gioco in cui i partecipanti si inseguono nello stesso spazio e nello stesso tempo, il rugby fornisce esperienze momentanee, nella lingua giornalistica conosciute come brividi, nelle quali il senso del tempo dello spettatore è dilatato, la lancetta dei secondi rallenta, così un corpo si sforza di oltrepassare un altro corpo, una mano pare troppo lenta, una presa sfiora la palla e la manca, un’altra palla resta sospesa in aria, un corpo le salta incontro e la afferra. Di per sé questi momenti non sono nulla. La loro realtà potrebbe essere ripetuta in ciascun cortile. Ma quando vengono vissuti dentro una folla di migliaia di persone, tutto cambia”. 

Tutto cambia e tutto pare esaltare proprio il Sudafrica. Nel giro di diciannove giorni ha messo in fila tre partite che rendono l’immortalità a chi le vince e possono far dannare per sempre chi le perde. Il 15 ottobre ha fatto piangere la Francia padrona di casa battendola nei quarti di finale per un punto [29-28], il 21 ottobre ha vinto la semifinale contro l’Inghilterra per un punto [16-15] e ancora per un punto ha sconfitto ieri sera a Parigi la Nuova Zelanda [12-11], diventando così la nazione con più titoli mondiali nella storia, la nazione dov’è possibile pensare che il rugby sia il supplente della politica, fino a trascinarti dentro un’altra dimensione. 

L’ha spiegato benissimo stamattina sul Guardian Jonathan Liew, scrivendo che “ci sono momenti” – ancora i momenti di Coetzee, i brividi – “ci sono momenti in cui la nazionale di rugby del Sud Africa può sentirsi – illusoriamente, ma in modo persuasivo – come l’unica cosa in grado di tenere davvero insieme questo paese diviso, con le sue 12 lingue ufficiali, infiniti piani di etnicità, di storia e di privilegi, con la sua instabilità endemica e i suoi politici inutili. In realtà è una sorta di cosplay utopico, una fantasia della durata di 80 minuti su come potrebbe essere il Sudafrica se fosse davvero così, felice e unito”. 

È una storia a cui ci piace credere, dice Liew, “come tutte quelle che lo sport ha da offrire”. Una storia che in campo si costruisce un frammento dietro l’altro, con una mano su una caviglia, la presa di un polpaccio, un colpetto dato dalla punta di una scarpa, oppure con la forza dei nervi, per esempio la forza di Siya Kolisi quando canta l’inno nazionale. 

“Chiunque abbia mai visto Kolisi cantare l’inno nazionale sudafricano – ha scritto Liew sul Guardian – saprà che questo è un modo meschino di descriverlo. La testa si inclina all’indietro, il mento sporge e quando apre la bocca gli si vedono tutti i denti, la lingua, le tonsille e i resti del gel energetico che si è scolato durante il riscaldamento. Per il capitano del Sudafrica, cantare l’inno non potrà mai essere una formalità pre-partita. È un’opportunità, un momento decisivo, un’occasione per guadagnare un vantaggio. E quando giochi a rugby per il Sudafrica, impari che non esiste mai un vantaggio troppo piccolo per il quale valga la pena battersi”. 

Soprattutto se vinci di un punto il quarto di finale, la semifinale e la finale in uno stesso Mondiale, se ogni partita si gioca su un doppio binario. Così dice Liew. Il primo binario è quello del gioco fatto di corse, passaggi, calci, contrasti. Il secondo sta nell’ombra, dove vivono “gli inganni e le arti oscure della sottile persuasione, non solo su sul campo ma nella sala TMO, nella sala analisi, sul palco della conferenza stampa e nell’orecchio dell’arbitro. Il Sudafrica ha molti degni rivali quando si gioca la prima partita, ma non ha eguali nella seconda”. Però sia chiaro, dice il Guardian: “Forse non è il risultato più romantico. Eppure in modo bizzarro, il rugby ha il campione che merita”. 

Hanno vinto i villains. Hanno vinto i cattivi, fa eco Simon Farvacque dalla Francia, per la versione locale di Eurosport. “Il Sudafrica ha conservato il suo titolo, senza aver inondato il pianeta ovale del suo talento. Un eufemismo. Tutte le statistiche illustrano gli eterni rimpianti che accompagneranno gli All Blacks”. 

Forse è la delusione di non vedere la Coppa tra le mani di Antoine Dupont che fa dire a Eurosport France: “Sono i cattivi perfetti. In ogni senso del termine: poco entusiasmanti nel gioco, scoraggianti in finale nel primo tempo, la produzione dei Boks non si è mai distinta per la sua brillantezza. Ma il rugby non si ferma ai grandi voli, la sua pluralità è anche la sua forza.

Che voi li amiate o li odiate, i sudafricani cominciano un secondo mandato da campioni del mondo in questa fresca serata parigina. I cattivi spesso perdono nei film, ma nella realtà non sono poi così svantaggiati”.

L’Èquipe rende omaggio ai vecchi-nuovi campioni con un gioco di parole in prima pagina, li chiama gli All Boks, e fino a pagina 18 del giornale è tutto rugby, solo rugby, anche se la Francia è uscita ai quarti, anche se è domenica e c’è il calcio, anche se c’è Novak Djokovic al torneo di Paris-Bercy che sta per cominciare, c’è Wembanyama in NBA, ci sono due piloti ventenni francesi [Théo Pourchaire e Issak Hadjar] alle prime prove in Formula 1.

Nell’analisi di Alex Bardot viene sottolineata l’incredibile contrapposizione di stili vista in finale. L’Équipe ricorda che i sudafricani hanno trascoreso un periodo nel quale hanno cercato di arricchire il loro gioco, ma si sono convinti a “tornare alla ricetta del 2019 per vincere il secondo titolo consecutivo”. Quasi come in una foresta di luoghi comuni, gli Springboks hanno interpretato la finale come in un sport da combattimento, ovunque, sempre, con o senza palla; gli All Blacks come un gioco di movimento. Il giornale francese offre una serie di numeri che spiega ogni cosa finanche meglio. La Nuova Zelanda ha chiuso la partita con 217 passaggi contro gli 83 dei sudafricani, 115 ruck causate dai neozelandesi e 56 dai loro avversari. I Boks sono stati costretti a placcare 245 volte contro 106, la Nuova Zelanda ha vinto 36 duelli e il Sudafrica 13. “Poiché è il secondo in fila che succede – dice Bardot – l’esito conferma che la migliore opzione nel rugby internazionale moderno è non avere il possesso della palla”. 

Ora però non passate la voce a Quelli che il Calcio. 

 

 

David Walsh sul Sunday Times ha raccontato i minuti più brutti, sporchi e cattivi della finale, gli ultimi sette, quelli trascorsi da Cheslin Kolbe fuori dal campo per aver preso un cartellino giallo. Tutti, dal primo all’ultimo, spesi senza guardare, con la testa fra le mani, gli occhi bassi, fissi sul prato. 

“Provate a immaginare la partita dal suo punto di vista. L’ala sinistra del Sudafrica non è un uomo di taglia grossa, ma è uno dei migliori nel suo sport. Se il rugby fosse come il pugilato, se si potesse parlare di campione pound by pound, forse Kolbe sarebbe il prescelto. In finale è stato immenso. Veloce, forte, coraggioso, abile, determinato. Ha fatto le cose che fa praticamente ogni volta che gioca. Ha catturato tutto ciò passava dalle sue parti e lo ha rigettato indietro come se fosse il giocatore più forte in campo. Un demone”. 

Ma quando il cartellino l’ha messo ai bordi della partita, Kolbe si è seduto siede su una sedia vicino alla linea di metà campo. Senza guardare il tiro di Barrett alla sinistra dei pali, senza vedere che Pieter-Steph du Toit riusciva a fermare ogni All Black sulla sua strada. Scrive Walsh che il premio di migliore in campo in genere può andare a quattro o cinque persone diverse, alla fine di una partita. Ma stavolta a du Toit non poteva toglierlo nessuno, perché è stato un colosso dei contrasti. I rugbofili hanno ancora negli occhi i 38 contrasti di Thierry Dusatoir contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale del 2007. Du Toit è stato all’altezza di quella prestazione difensiva. Quando la partita è finita, si è alzato lentamente dalla sua sedia, “non sentendo alcuna voglia di festeggiare, ogni emozione era stata prosciugata” racconta Walsh. “Tutto ciò che gli restava era il sollievo”. 

È stato allora che il cantante dell’inno per guadagnare un piccolo vantaggio, Siya Kolisi, si è fatto strada tra una folla di giocatori in festa per cercare l’amico. Kolbe era in piedi con la testa chinata. Il capitano lo ha raggiunto e l’ha abbracciato, “quel tipo di abbraccio che si può dare solo quando le persone hanno attraversato insieme qualcosa di straordinariamente difficile. Sono rimasti abbracciati per quella che è parsa un’eternità. Se volete sapere quanto è stata bella questa finale, chiedetelo a Kolbe. Uno che non  ha guardato neppure un secondo degli ultimi sette minuti”

 

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