16-15Ha vinto l’emisfero sud. Ha perso l’Europa. La Nuova Zelanda giocherà la terza finale mondiale nelle ultime quattro edizioni, la quarta di sempre. Anche il Sudafrica è alla quarta complessiva, la seconda di fila, nelle altre tre non ha perso mai. Springboks vs All-Blacks è la partita con più gloria, con più titoli sommati insieme. È come se nel calcio si giocasse Brasile-Germania oppure Brasile-Italia, eppure in finale si era vista solo una volta, in quel famoso 1995, la partita di Mandela, la partita di Invictus. Sabato sera succederà di nuovo.
Gli inglesi erano arrivati fin qui del tutto increduli. Increduli per il cammino avuto, per le circostanze che li hanno spinti nella porzione di tabellone più agevole, per uno stile di gioco così scarno eppure funzionale. Si sono visti portar via la partita dalle mani negli ultimi 11 minuti, dopo aver tenuto il Sudafrica lontano dalla zona della meta per i primi 69.
“Sotto la pioggia di Parigi – la sintesi di On Rugby – Steve Borthwick ha architettato un piano inglese fino al midollo per mettere in scacco gli avversari: gioco tattico al piede, in particolare box kick, per far grandinare ovali in campo avversario; pressione nel gioco aereo con la malizia dei veterani May e Daly; partita fisica esasperante dei primi 8 uomini”.
Un piano cosìn estremo che Jonathan Liew sul Guardian parla di una partita che a un certo punto non esisteva. L’Inghilterra l’aveva nascosta. “Ciò che le 80.000 persone presenti allo stadio guardavano sotto la pioggia battente, non era chiaro. Una massa di figure amorfe e umide. Tanti omoni che raspavano per terra e poi molto lentamente si rialzavano. Medici e personale di supporto che entrava in campo e poi se ne andava. Molte chiacchiere. Molte sostituzioni. La palla nascosta dal 35esimo minuto circa. Una sorta di materia oscura, un anti-spettacolo, un curioso esperimento ontologico sulla possibilità che una partita di rugby possa esistere anche senza giocare un rugby vero e proprio. Se si trattava di un trucco da parte di Steve Borthwick e della sua squadra, allora il trucco era riuscito. E forse si trattava del logico punto finale di ciò che hanno cercato di fare nelle ultime settimane: un gioco spogliato, fino a scomparire fisicamente. Potrebbe essere stata la prima partita in una Coppa del Mondo con un saldo negativo del tempo con la palla in gioco”.
Il Guardian scrive che il Sudafrica è arrivato preparato a questa rissa, a questa palla lenta, a questo “gioco trasandato” durante il quale a un certo punto Siya Kolisi si è trovato letteralmente con i pantaloni abbassati, in una maul.
“Se la finale del 2019 sembrava quella tra una squadra inglese con troppi progetti contro una squadra sudafricana che ne aveva solo uno – sentenzia Liew – allora per molti versi questa partita è stata l’esatto opposto. L’Inghilterra aveva una strategia chiara, mentre il Sudafrica sfogliava svogliatamente il proprio inventario di soluzioni, sperando di imbattersi in qualcosa che funzionasse. È stato solo tornando ai fondamentali del rugby che il Sudafrica ha potuto recuperare la presa sulla partita. Il luogo comune classico è che le grandi squadre trovano sempre il modo di vincere. La risposta ovvia è che non fa male poter far alzare dalla panchina e mandare in campo giocatori come Snyman e Nché, Faf de Klerk e Deon Fourie. Possiamo esaminare questa partita come in una radiografia, identificare dove poteva essere stata vinta e dove è stata persa, ma in realtà finiremmo per guardare nella nebbia, cercando di vedere cose che non ci sono. L’Inghilterra ha giocato la partita della sua vita. L’Inghilterra era arrivata con il piano più chiaro e la migliore esecuzione. L’Inghilterra ha dominato per lunghi tratti e sembrava più forte mentalmente. L’Inghilterra ha commesso meno errori. Nel frattempo, il Sud Africa ha vinto e sabato giocherà la finale della Coppa del Mondo”.
La terza su dieci nella storia senza l’Europa.
letture
“Ciò che un tempo avveniva dentro la basilica di Saint-Denis sembra essere colato all’esterno. Un parroco se ne va in giro con una sciarpa irlandese al collo, guarda i bicchieri mezzi vuoti di birra alzati al cielo da altri irlandesi e quelli di due scozzesi che con gli irlandesi condividevano la passione per il rugby e quella per la birra. Tra le navate della basilica, nella cripta e nel coro, sotto gli archi a sesto acuto che lì vennero utilizzati per la prima volta dall’abate Sugerio e che da lì iniziarono a diffondersi nelle chiese di tutta Europa rivoluzionando, colorando, dando luce alle chiese, uomini e donne camminavano con lo sguardo all’insù, seguendo le linee che puntano al cielo delle colonnette che si raccordano con i costoloni degli archi diagonali delle volte. Lo Stade de France dista un chilometro e mezzo dalla Basilica di Saint-Denis. Quando si abbellisce per un grande evento lo chiamano Basilique, allo stesso modo nel quale i gallesi e gli inglesi chiamano Cathedral rispettivamente il Millennium Stadium e Twickenham”
– di giovanni battistuzzi, Il Foglio [tutto qui]