▻ Alle pareti dell’ufficio di Larry Miller ci sono dei guantoni rossi autografati da Muhammad Ali, una foto del presidente Barack Obama che gioca a basket, un autografo di Michael Jordan. Nella palazzina che porta il nome di Sebastian Coe, all’interno del campus Nike a Beaverton, nell’Oregon, lavora l’uomo che dal 2012 amministra il marchio Jordan per l’azienda, un caro amico di MJ, un legame forte con David Stern nei decenni scorsi e una confidenza speciale con Kanye West. È stato anche presidente dei Portland Trail Blazers, tra il 2007 e il 2012. Nascondendo per tutto questo tempo un terribile segreto.
In una sera di settembre del 1965, quando aveva 16 anni, all’angolo tra la 53esima e Locust Street a West Philadelphia, sparò un colpo di pistola calibro 38 nel petto di un altro adolescente, uccidendolo all’istante. Per cinquant’anni non ne ha parlato con nessuno. Ha gestito una franchigia in NBA, ha supervisionato l’ascesa globale di un marchio che sotto il suo mandato ha raddoppiato gli introiti, ma né Jordan, né il fondatore della Nike, né la NBA erano a conoscenza del suo passato. Nemmeno due dei suoi tre figli, i più piccoli, lo hanno mai saputo. Ma è una storia che adesso Miller ha avvertito l’urgenza di raccontare, a 72 anni, in un libro di prossima uscita – Jump: My Secret Journey From the Streets to the Boardroom, scritto in collaborazione con sua figlia maggiore, Laila Lacy – e in anteprima a Howard Beck per Sports Illustrated. È la pazzesca storia di copertina del nuovo numero.
Miller si è lasciato intervistare per un’ora e mezza, drammatica, confessando di essere perseguitato dai rimorsi per l’omicidio commesso, assolutamente insensato, dice. La vittima è stata identificata nelle cronache come il 18enne Edward White. Non la conosceva. Ha avuto la colpa di trovarsi sulla sua strada nel momento in cui Miller sentiva che farsi giustizia significava ammazzare.
«Questo è ciò che rende le cose ancora più difficili da accettare per me, perché non avevo alcun motivo. Per anni sono scappato da tutto questo. Ho cercato di nasconderlo sperando che la gente non lo scoprisse».
Il segreto, sottolinea Sports Illustrated, ha consentito a Miller di costruirsi una carriera di successo con aziende come Campbell Soup, Kraft Foods e i Portland Trail Blazers, fino ad arrivare alla presidenza del Jordan Brand nella Nike.
“Ma ha avuto un costo per la sua psiche: incubi ricorrenti ed emicranie gravi da mandarlo di frequente al pronto soccorso”. Mi ha divorato dall’interno, spiega lui. Solo negli ultimi mesi, in vista dell’uscita del libro, Miller ha informato uno alla volta le persone a lui più vicine: Jordan, Knight, il commissario NBA Adam Silver e George Raveling, membro della Hall of Fame di basket, vice allenatore della Nazionale USA ai Giochi 1984 e 1988, un uomo impegnato nelle battaglie per i diritti degli afro-americani. Era al fianco di Martin Luther King il 28 agosto 1963, sul palco del Lincoln Memorial di Washington, nel giorno del celebre I have a dream. È Raveling a conservare i fogli originali del discorso, un dettaglio che racconta quale sia stata la vita di Miller, le sue frequentazioni, il suo mondo.

Ha deciso di liberarsi di questo peso con “la speranza che la sua storia fornisca ispirazione a chiunque sia stato in prigione e una lezione su come la società li vede”.
«Voglio assicurarmi che la società comprenda che le persone incarcerate possono dare un contributo. E che l’errore di una persona, anche il peggior errore commesso, non dovrebbe influenzare ciò che accade nel resto della sua vita».
All’età di 13 anni Miller si unì a una banda di teppisti di strada alla Cedar Avenue. Suo padre lavorava in un’azienda produttrice di cartongesso, sua madre si prendeva cura degli otto figli. Nessuno di loro ha mai avuto problemi con la legge. Anche il piccolo Larry, terzogenito, era stato un bimbo modello fino a quel momento, ma a 16 anni, dice, si è sentito uno da gang, un delinquente. «Bevevo tutti i giorni». Miller è stato arrestato più volte per una serie di reati minori, ma di questo nell’intervista non parla, rimandando al libro in uscita.
La notte del 30 settembre 1965 sparò per vendetta. All’inizio del mese, un amico più giovane era stato pugnalato senza motivo, ucciso durante uno scontro in strada. Miller possedeva una pistola, l’aveva comprata dalla sua ragazza. Bevve una bottiglia di vino con tre amici per farsi coraggio e uscì in strada alla ricerca di chiunque fosse affiliato alla banda che aveva ammazzato il suo amico. Sparò alla prima persona incontrata. Non sapeva neppure se avesse un legame con la storia. Nemmeno oggi, dopo questi anni, è chiaro.
«Eravamo tutti ubriachi – dice Miller a bassa voce all’intervistatore – ero in preda alla nebbia. Subito dopo mi dissi: oh, merda, cosa ho fatto? Mi ci sono voluti anni per capire il vero impatto».
Larry si liberò della pistola quando vide arrivare la polizia. Lo presero.
«Se potessi tornare indietro e cancellare questo pezzo della mia vita, lo farei. Non è possibile. Quello che posso fare è aiutare le persone, cercare di impedire che accada a qualcun altro».
Miller ha studiato in prigione. Si è laureato all’età di 30 anni in ragioneria alla Temple University, più o meno nel periodo in cui venne rimesso in libertà, quando iniziò a considerare di tenersi dentro il suo segreto. Vicino a essere assunto dalla Arthur Andersen, prestigiosa società di contabilità, nel colloquio finale vide il responsabile delle risorse umane – anche se forse non si chiamavano ancora così – frugarsi in tasca, tirare fuori la busta col contratto e strapparla. «Avevo un’offerta, non possiamo correre il rischio che questa storia ci si ritorca contro».
Con l’opportunità svanita, Miller decise che non ne avrebbe più parlato con nessuno. L’impegno con se stesso era: nessuna bugia. Solo omissioni. Al colloquio per l’assunzione in Campbell, gli chiesero se fosse stato arrestato o condannato per un crimine negli ultimi cinque anni. Fu il cavillo che salvò il lavoro e lo condannò al tormento.
Nel 1997 è entrato in Nike, due anni dopo è diventato presidente del nuovo marchio Jordan. Era costantemente sotto i riflettori, racconta Sports Illustrated, accanto a Michael, oppure da presidente dei Blazers ai gala NBA, agli All-Star Games, vivendo nella costante paura – racconta Miller – «che qualcuno mi desse un colpetto sulla spalla e dicesse: Ehi, ma tu non sei…? E tutto sarebbe crollato».
Ha sognato per molti anni di essere arrestato o di vivere dentro una cella, «con la paura che tutta quella pressione accumulata un giorno potesse venire fuori e rovinare tutto». Quando venne invitato a una cena alla Casa Bianca, durante la presidenza di Bill Clinton, temette che fu il momento della scoperta. Avrebbero controllato la fedina penale. Inviò solo il numero di iscrizione alla previdenza sociale e la data di nascita. Aveva messo il destino al vento. Non se ne accorsero.
Adam Silver, commissioner della NBA attuale, ha rilasciato una dichiarazione alla rivista americana nella quale si dice sbalordito dalla divulgazione della storia, non avendo mai sentito nemmeno una voce o un sussurro di alcun tipo su un passato da criminale di Miller.
«Sono poi passato da stordito a stupito – dice – per il fatto che Larry abbia gestito la sua lunga e magnifica carriera professionale, operando ai massimi livelli nel nostro settore, con questo segreto intatto, e alla fine mi rimane una sensazione di tristezza».
Silver ha anche aggiunto che a suo modo di vedere questa esperienza abbia dato a Miller «una prospettiva più ampia da cui giudicare la sua vita e il suo lavoro. Penso che lo abbia reso una persone comprensiva, ben disposta verso le debolezze e gli errori degli altri».
Aver nascosto il suo passato ha avuto una ulteriore conseguenza. Tutte le volte che Miller è stato invitato a parlare in pubblico della sua vita di successo, tutte le volte che lo ha fatto dinanzi a una platea di giovani a rischio, è venuto meno a una porzione di responsabilità.
«Mi sono sempre sentito come se stessi raccontando metà della storia – dice – e mi sono sempre sentito come se stessi imbrogliando le persone che stavano ascoltando, perché non stavano ottenendo il massimo beneficio da ciò che avrei potuto offrire con la mia storia. Ma non potevo offrirla».
Solo la primogenita, dentro casa, sapeva. Lacy ricorda di aver visitato suo padre diverse volte in prigione durante l’infanzia. Ai più piccoli ne ha parlato quando sono andati al college. Tredici anni fa, è stata Lacy a spingere suo padre a tirar fuori sempre più dettagli, consigliandogli una confessione pubblica sotto forma di un’autobiografia. Hanno iniziato a lavorarci sei anni fa. «A volte – dice la donna – nel vedere la sua fatica, mi domandavo se fosse proprio necessario. Perché l’ultima cosa che voglio è vederlo soffrire, vedergli rivivere questa storia orribile. Ma sentivo che c’era un bisogno più grande». Parlarne è stato terapeutico. Gli incubi e le emicranie hanno iniziato a svanire, poi sono cessate del tutto.
E la vittima? Dov’è la vittima in questa storia? Dov’è il dolore della sua famiglia?
È sullo sfondo, per ora. Sports Illustrated si limita a dire che Miller ha intenzione di contattare anche la famiglia di White. “Con il segreto svelato, spera di aumentare la sua opera tra le persone in carcere e i giovani svantaggiati. Vuole anche aiutare a ripristinare alcuni dei programmi educativi che gli hanno permesso di ottenere la laurea mentre era in prigione”.
All’intervista era presente Shauncey Mashia, senior global manager di Jordan Brand per l’impegno verso la comunità afro-americana, e nel prendere appunti ha annunciato un investimento per promuovere la giustizia sociale. Una parte del fondo sarà utilizzata per aiutare Miller a diffondere quello che dice essere il suo messaggio ora più urgente: tutti meritano una seconda possibilità.
«Non si tratta di me. Alcune delle persone più creative e intelligenti che conosco, sono persone che ho incontrato in prigione. Sono nervoso per l’uscita del libro, ma mi ha liberato. Sento la libertà ora di essere me stesso».