Il primo titolo 50 anni fa – Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio del 1970 a Mönchengladbach suonarono le campane della chiese ma noi non sapevamo neppure dove Mönchengladbach fosse. Spesso non lo sapevano nemmeno i calciatori che firmavano per il Borussia. Finché non cominciarono a vincere. Il primo titolo cinquant’anni fa. Infilandosi dentro l’egemonia del Bayern Monaco di Franz Beckenbauer e Gerd Müller. In questi giorni senza calcio dal vivo e così pieno di rievocazioni, la Germania sta celebrando la nascita di un grande club. Wolfgang Kleff ha raccontato a Die Welt che lui le campane a un certo punto manco le sentì. Gli era venuta una specie di acufene per il tanto rumore, per tutto il suono prodotto dalla gioia.
Il Borussia era un piccolo club sul Basso Reno in grado di sovvertire le gerarchie con mezza squadra nata nella regione: Kleff, Vogts, Netzer, Heynckes, Wimmer, Bonhof. I Fohlen-Elf. Gli undici puledri. Li chiamavano così. Il soprannome è rimasto. La filosofia non è cambiata. Il 30 per cento della prima squadra viene tuttora dal vivaio. Quel Borussia nacque dal lavoro di Hennes Weisweiler, l’allenatore. Kicker ha ricordato al sua filosofia di calcio offensivo, “allegria, entusiasmo, spettacolo, ma la svolta arrivò quando la difesa fu rinforzata con i tasselli del mosaico che mancavano: Klaus-Dieter Sieloff e Ludwig Müller”.
L’Europa imparò la pronunzia di Mönchengladbach per dire contro chi perdeva: 5 campionati su 8 soffiati al Bayern del ciclo d’oro, più due Coppe Uefa e una finale di Coppa Campioni. Nezter fu in quella squadra il primo tedesco oltre gli schemi, fuori e dentro il campo. Girava in Ferrari, era proprietario di una discoteca, portava i capelli lunghi come un olandese e il 10 dietro la maglia quando la Germania vinse il primo Europeo nel ‘72. «Ma in Nazionale scoprii che Beckenbauer guadagnava più di me». Sarebbe diventato il primo tedesco nella storia del Real. Ha detto alla Bild: «Avevamo già suscitato scalpore dopo la nostra ascesa nel 1965. Conoscevamo un solo modo di giocare: avanti! Abbiamo battuto lo Schalke 11-0, il Neunkirchen 10-0. Ci dicevano che eravamo troppo offensivi, che il nostro stile di gioco contenesse un fallimento. Forse per questo siamo stati trasformati in miti. L’anno prima Luggi Müller era retrocesso con il Norimberga. Weisweiler non aveva tempo per le formalità. Continuò a parlare con lui fino a quando non fu d’accordo a venire al Borussia. Fece firmare Müller sul cofano di un’auto”.
Il Borussia anni 70 per gli spettatori italiani è la squadra della lattina che colpisce Boninsegna e consente all’Inter di passare il turno ripetendo la partita, ed è la squadra contro la quale il Torino finisce in otto la sua partita di Coppa dei Campioni: espulsi Castellini, Caporale, e Zaccarelli. In porta andò Ciccio Graziani.
Il Borussia anni 70 portò al Pallone d’oro il danese Allan Simonsen. L’unico calciatore ad aver segnato in tutte e tre le finali delle Coppe. La spalla perfetta per Heynckes. Mai troppa fortuna con la Nazionale. Si fece male subito agli Europei 84 chiusi al terzo posto con un grande Elkjaer e giocò uno spezzone ai Mondiali 86. Andò al Barcellona per sostituire Neeskens e lo mandarono via perché avevano preso Maradona.
I ricordi di Bonhof – ➣ Lei come arrivò al Borussia? «In macchina (ride). Giocavo nella mia città, Emmerich, un centinaio di chilometri da Mönchengladbach. Vennero a vedermi, a 18 anni mi offrirono un contratto. Anche altri due miei fratelli giocavano. Mio padre, di origini olandesi, era stato un discreto giocatore. Se non avessi fatto il calciatore, forse sarei finito a guidare una Ferrari, a correre in F1 come Frentzen e Heidfeld, che sono tutt’e due di qui. Guidare è una mia passione».
➣ Qual è l’eredità di quella squadra? «La strada che porta allo stadio è dedicata a Hennes Weisweiler, l’allenatore che creò quel Borussia. Era avanti di decenni. Lui sapeva di cosa avevi bisogno. Era un coach se volevi un coach, era un padre se cercavi un padre. Sapeva quando darti un calcio in culo e quando farti una carezza. È stato un maestro per una generazione di calciatori e un modello per chi si è seduto in panchina dopo di lui».
➣ Com’era l’Italia da avversario? «La partita del 1971 con l’Inter fu una delle più belle della nostra storia: 7-1 per noi. Ma la ricordano come la Büchsenwurfspiel, la partita della lattina. Non ci avrebbero fermati neppure se Boninsegna fosse rimasto in campo. Contro la Juve nel ’75 mi colpì che avessero un calciatore di 39 anni, Altafini».
➣ L’anno dopo il Torino. «Il Torino?».
➣ Coppa dei Campioni. Il Torino in otto, tre espulsioni, Graziani che va in porta al posto di Castellini. «Davvero? Non ricordo nulla. Zero. Ho rimosso».
intervista a la Repubblica, 19 ottobre 2015