Londra ha di nuovo un derby

 

 

  Un derby così, Londra non ce l’aveva da tempo. Un vero derby, un derby nel quale non si sa chi vince, se il Tottenham o l’Arsenal, tutt’e due al secondo posto in classifica con 13 punti, tutt’e due però staccati di cinque dal Manchester City. Forse è tutta l’Inghilterra che ne aspettava uno equilibrato da tanto, come scrive stamattina Martin Samuel sul Sunday Times, giacché il Liverpool domina l’Everton e il City è sfacciatamente migliore dello United da tempo, dopo esser stato alla sua ombra per decenni. Il problema del derby di Londra è che spesso si capisce chi vince in anticipo. Il Tottenham vinse in casa dell’Arsenal nella stagione numero 1 della Premier League, era il 92-93, ma fu solo il 20 novembre del 2010 che riuscì a ripetersi. Prima di tornare a competere l’anno scorso con Arteta per il titolo, l’Arsenal è stato inferiore al Tottenham. Samuel ricorda che ci fu “un polverone spaventoso nel 2017” quando alla vigilia del derby un giornale compose una squadra ideale della partita fatta da 11 giocatori su 11 del Tottenham. Il Caso poi si diverte, e quella partita l’Arsenal la vinse 2-0, facendo sembrare ridicoli tutti i soggetti coinvolti – ma il giudizio era giusto

L’Arsenal di un anno fa, a lungo primo e alla fine secondo, aveva un solo reduce di quel pomeriggio, Granit Xhaka, andato via quest’estate. Quel Tottenham invece aveva giocatori che a distanza di sei anni reggono il Bayern Monaco, il Newcastle United, il Manchester United e gli stessi Spurs. Un derby da godersi è la sintesi del Sunday Times con un Tottenham più prolifico, Arsenal più cattivo. Il più intrigante dalla stagione 2015-16. L’Arsenal con il vantaggio casalingo, l’esperienza dell’anno scorso e nuovi giocatori, il Tottenham con lo slancio inaspettato avuto da Ange Postecoglou, un nuovo stile offensivo. Chi avrebbe immaginato che avrebbero avuto un aspetto migliore senza Harry Kane? Sarebbe sembrato impensabile sentirsi ottimisti alla vigilia di una visita all’Emirates senza l’attaccante che ha segnato 14 gol in 19 partite contro l’Arsenal. Invece eccoci qua

Del resto, Arsène Wenger una volta ha spiegato che in certe occasioni non gli dispiaceva giocare senza Thierry Henry, anche partite importanti. La sua assenza – spiega il Times – era diventata una sfida per il resto dei giocatori, per dimostrare di essere una squadra. Wenger non era contrario a usare quell’aspetto come motivazione. Tutti pensano che tu non sia niente senza di lui, diceva loro. Questa è la vosta occasione per dimostrare che hanno torto.

Può darsi che al Tottenham Postecoglou stia facendo lo stesso. Questo è il momento in cui un cronista dovrebbe fare una previsione – gli scrittori di boxe per qualche ragione lo fanno, come dei chiaroveggenti – ma non farò finta di saperlo. È per questo – conclude Samuel – che si tratta di un derby fantastico e insolito, perché per circa tre decenni qualsiasi idiota ha potuto chiamarlo così.

 

MAPPE  Una Londra, tante Londre

Dagli archivi di Repubblica sbuca un pezzo di una decina d’anni fa nel quale Enrico Franceschini disegnava una mappa sociale del calcio cittadino.

Se il Chelsea viene identificato con i fighetti (banchieri, nuovi ricchi e oligarchi, insomma i seguaci e imitatori del proprietario Roman Abramovich), se il Tottenham ha l’immagine di club multietnico tutto immigrati e rabbia popolare, fra le tre grandi del calcio della capitale (senza dimenticare le due minori, Fulham e Qpr) non c’ è dubbio che l’Arsenal incarni il tifo dei cosiddetti “champagne socialists“, come qui chiamano i radical-chic. Difficile negarlo, dando un’occhiata alla lista dei suoi fans più celebri: David Miliband, ex-ministro degli Esteri laburista, lo scrittore Nick Hornby, l’attore premio Oscar Colin Firth, cantanti come Mick Jagger e Roger Daltrey, più una nutrita schiera di ammiratori nella Hollywood progressista, da Spike Lee a Michael Moore, da Matt Damon a Kevin Costner. Non è sempre stato così. Nelle vene originali dei Gooners, scorre anche un sangue popolano, di taxisti e operai che parlano “cockney”, il vecchio accento della Londra di una volta. Ne è buon testimone proprio Hornby, fan numero uno del club fra le celebrità, chiarendo un equivoco che riguarda non solo la sua squadra del cuore, ma lui stesso. Se il suo aspetto fisico e i personaggi dei suoi romanzi, da Febbre a 90, dichiarazione d’amore al football, ad Alta fedeltà, dichiarazione d’amore alla musica, inducono a pensare che Nick sia un proletario self-made-man, la realtà è infatti diversa. Nato in un sobborgo della classe media, laureato in letteratura all’elitaria università di Cambridge, Hornby è cresciuto nella buona borghesia “liberal”: tanto che quando ha cominciato ad andare allo stadio per seguire l’Arsenal ha dovuto superare una sorta di barriera culturale. «Mi piaceva il pubblico delle gradinate, ma capivo di non appartenervi», racconta lo scrittore. «Era gente della classe lavoratrice, che parlava cockney e passava il sabato sera al pub. Al tempo stesso ero imbarazzato a confessare la mia passione per il football ai miei amici posh dell’ università, che equiparavano il calcio al vandalismo. Le cose sono cambiate di più negli ultimi vent’anni che nei cento precedenti. L’Arsenal della mia gioventù era una squadra tutta inglese, ora è una legione straniera, come più o meno tutte quelle della Premier League e i più forti club d’Europa. Allora potevi passare una settimana senza vedere un minuto di calcio in tivù, oggi c’è una saturazione 7 giorni su 7. Vicino ad Highbury c’era un modesto fish and chips dove incontravi i giocatori che venivano a mangiare, ora ti sfrecciano davanti in Bentley. Allo stadio, da ragazzo, intorno a me c’era gente semplice, per lo più abitanti del quartiere, ora quando porto mio figlio al nuovo stadio Emirates manca qualsiasi atmosfera o senso storico. Combinazione, da quando ci siamo trasferiti abbiamo avuto poche soddisfazioni, qualche bella partita e nessun trofeo».

 

SCOPERTE Il nuovo allenatore del Tottenham

Si chiama Ange Postecoglou, australiano, e secondo Jonathan Liew che ne scrive sul Guardiansta rendendo di nuovo lo stadio del Tottenham un bel posto dove andare per essere felici, dopo i giorni senza gioia di José Mourinho e Antonio Conte

Liew ricorda che un anno fa, di questi tempi, il dibattito era tutto dominato dalla scuola di pensiero [emergente] secondo la quale l’influenza di un allenatore è ampiamente sopravvalutata. Le partite vengono vinte dai migliori giocatori e dunque dai salari più alti. I soldi sono un buon predittore di ogni risultato, molto più affidabile di qualunque tizio si trovi seduto su un seggiolino imbottito in panchina. Il centro di gravità del calcio si è spostato dall’ufficio dell’allenatore verso quello del direttore sportivo, il dipartimento medico, i consigli di amministrazione e i mercati dei fondi. Così, la fissazione sui manager – parlarne, ascoltarli, assumerli e licenziarli – sarebbe un’affettazione antiquata, un malinteso fondamentale su come funziona il gioco. Sono stati commissionati articoli accademici austeri ed esaurienti sull’argomento. Sono stati scritti – dice Liew – libri lunghi e noiosi, ricchi di dati, occasionalmente sono stati addirittura acquistati

La firma del Guardian ammette che come analisi empirica, la teoria del manager impotente ha un senso. In genere sono bravi a incidere appena arrivano e poi regrediscono nella media. La curva dei dati spiega bene come mai un allenatore riesce ad avere successo in un club e poi va male un altro anno. Succede, dice Liew, perché niente di tutto questo in realtà significa nulla e dunque si può anche spiegare – qui Liew regala una delle sue battute fulminanti e caustiche – si può anche spiegare come mai Zinedine Zidane sia riuscito a portare uno dei club più ricchi del mondo a vincere tre Champions League senza mai dare l’impressione di far nulla.

Eppure, eppure. Anche in questa teoria c’è un buco, il Guardian lo chiama un punto cieco. Il buco è considerare che il calcio vada letto alla luce di un risultato e che il suo significato ultimo, il motivo per cui vale la pena dedicargli il tuo tempo sia quello. È il tema dei temi, ogni volta che si parla di pallone. Il calcio è la ricerca di una performance o un rituale e un rito? È principalmente una destinazione o un viaggio? È definito dalla vittoria e dalla sconfitta o dai sentimenti che suscita lungo un percorso?

Dentro questo tunnel senza risposte, Londra è ricascata di nuovo con Ange Postecoglou, una carriera tutta tra Australia, Giappone e Scozia, oscillando tra periodi di mediocrità e periodi di chiaro successo. Tecnicamente e tatticamente sembra sapere quello che fa. Ma lo stesso vale praticamente per tutti, oggigiorno. Viviamo un’epoca in cui tutti giocano più o meno lo stesso tipo di calcio verticale ad alto ritmo, mandando i propri osservatori negli stessi posti, elaborando più o meno gli stessi dati, tutti hanno campi di allenamento immacolati e una piscina per l’idroterapia. Liew si domanda allora: dov’è che si trova esattamente lo spazio perché un allenatore possa fare la differenza? Tutti si riduce in gran parte a storie e proiezioni. Alla vendibilità, alla comunicazione, all’oratoria, ai rapporti personali. A come fai sentire le persone. Gli Spurs non avevano bisogno di un altro stratega militare o di un burbero tecnocrate. Avevano bisogno di un buon pastore. E quando Postecoglou parla, tu lo ascolti. Probabilmente aiuta il fatto che sia cresciuto fuori dalla bolla del calcio europeo e dal suo gergo logoro, quindi quel che dice suona fresco e privo di cliché. Scherza con frasi brevi e digeribili, raramente spreca una parola, spesso utilizza un contrasto per ottenere degli effetti. Come per tutti i migliori predicatori, la fede e la sofferenza sono al centro del suo messaggio. Capisce il potere della rivalità e spesso lancia un po’ di carne ai tifosi del Celtic mandando una frecciata ai Rangers. La sua intolleranza alla VAR [«sta rovinando l’esperienza calcistica»] e agli XG, gli Expected gol [«mi colpisce di più l’XL, i miei vestiti»] definiscono la sua autenticità e il suo senso popolare. Dice spesso amico, parla della sua squadra di fantacalcio, dei podcast che ascolta, di quando va al cinema con i figli

Secondo Liew c’è un sottotesto nei suoi messaggi, rivolti a ogni chierico della grande chiesa del pallone: Guarda, io sono come te. Conosco quel che passi, ma conosco pure dove si trova la terra promessa. Andiamo, amico, andiamoci insieme.

La conclusione di Liew è che non si vive solo di 1-0 contro il Fulham. Non c’è niente di sbagliato nel godersi il viaggio. E di questi tempi, a meno che tu non faccia il tifo per uno dei club più grandi, ciò che i tifosi desiderano è un senso di appartenenza, un timone, una partecipazione emotiva al gioco. È qui che entra in gioco l’allenatore. Il calcio è un luogo oscuro, confuso e corrotto. Il diavolo è ovunque guardi. Ma poi arriva Ange, ti mette un grosso braccio carnoso intorno alle spalle e ti dice che andrà tutto bene. In uno sport senza destinazioni chiare, dove tutti i grandi premi sono già stati venduti, forse il viaggio è ciò che ci rimane.

Il derby comincia, andate in pace. 

 

  EUROGOL

Il derby di Madrid

 

C’è un derby anche a Madrid, un derby di classe secondo Marca, un derby a due facce, secondo la prima pagina di As. Griezmann guida l’Atlético, costretto a vincere per non restare indietro in classifica. Il Real arriva con un Bellingham intrattabile. Luis Nieto la chiama la finale di settembre, deve trattarsi di un pizzico di veleno nei confronti delle ambizioni dal respito corto dei colchoneros, in media capaci di vincerne uno ogni 12. 

Anche Abc parla di una finale che si gioca alla sesta giornata e dedica un approfondimento ai molti infortuni di settembre, dovuti a una scarsa pianificazione al rientro al lavoro dopo le vacanze. Arturo Ortiz, preparatore fisico, dice: «La colpa non è nostra, ma del sistema». Juan Antonio López Calbet, professore di fisiologia: «La preparazione fisica a inizio stagione è sempre decisiva e non può essere trascurata». 

È il capitolo 21 della rivalità tra il Cholo Simeone e Carletto Ancelotti, secondo Marca una delle grandi battaglia in panchina del nostro tempo come Pep-Mourinho, Ferguson-Wenger, Pep-Klopp, Simeone-Zidane, Mourinho-Benítez. Eppure sono i due che in questa sfida si rispettano di più. Per il resto, come scrive sempre Marca nell’editoriale in ultima pagina c’è freddezza assoluta. Oggi mangeranno al ristorante De María e poi condivideranno un box, ma il rapporto tra Atlético e Real Madrid è pari a zero. Sono più nemici che mai. Per fortuna questa partita sembra arrivare con molta meno tensione rispetto a quella vissuta nella scorsa stagione, in cui si erano vissuti episodi tristi nelle ore precedenti e anche giorni dopo, con un manichino appeso a un ponte. La vigilia è stata molto più distesa grazie alla Champions League

El Pais apre le sue pagine sportive con la foto della nazionale femminile schierata in campo prima della partita con la Svezia con il pugno chiuso, nella sua battaglia contro il machismo della federazione, un movimento diventato globale [Queste ragazze stanno facendo qualcosa di grande certifica il decano del giornalismo sportivo spagnolo Alfredo Relano]. È l’inizio della fine di un sistema clientelare, aggiunge Ladislao J. Monino, in un pezzo nel quale racconta come il governo stia lavorando a un decreto ministeriale, affinché le assemblee come quella del calcio siano più aperte e democratiche. Il caso Rubiales ha aperto gli occhi al ministero sui piccoli potentati che nascono in certi ambiti. La parità tra i membri dell’assemblea sarà inclusa nella nuova norma e la capacità dei baroni di influenzare le elezioni sarà ridotta. Potrebbe essere un buon modello a cui guardare. 

in tv oggi ore 14 Dazn: Real Sociedad-Getafe | 14.30 Mola: Ajax-Feyenoord | 15 Sky: Arsenal-Tottenha, Liverpool-West Ham | 15.30 Sky: Bayer Leverkusen-Heidenheim | 16.15 Dazn: Rayo Vallecano-Villarreal | 17.30 Sky: Sheffield United-Newcastle | 18.30 Dazn: Betis-Cadice e Las Palmas-Granada | 20.45 Sky: PSG-Marsiglia | 21 Dazn: Atletico Madrid-Real Madrid

 

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