UNA STORIA, UN GP
di roberto liberale
In effetti, Alessandro Nannini non sapeva. Non poteva. Sul traguardo di Suzuka, era passato per primo Ayrton Senna, uscito quasi indenne dall’autoscontro tra compagni di squadra più famoso nella storia della Formula Uno, l’incidente con Alain Prost all’ingresso dell’ultima chicane, quella che precedeva il rettilineo d’arrivo, 47esimo giro del GP di Giappone, il quinto nella storia del Mondiale, decisivo per l’assegnazione del titolo. Alessandro Nannini non poteva sapere di aver vinto, ma dopo una mezz’oretta Jean-Marie Balestre, l’allora presidente della federazione [era la FISA, oggi è la FIA] fece squalificare il povero Ayrton con una decisione controversa, contestata. Si disse che fosse stata sollecitata da Prost, ritirato dopo l’incidente, subito corso dal suo presidente a protestare. Secondo Balestre, e di conseguenza secondo il direttore di corsa e i suoi commissari, subito dopo la collisione Senna si era rimesso in pista irregolarmente. Ayrton l’aveva fatto zigzagando attraverso le barriere di pneumatici posizionate nella via di fuga, a quel modo aveva tagliato la chicane.
La decisione apparve bizzarra, in precedenza si era chiuso molte volte un occhio per episodi analoghi. Senna in teoria avrebbe dovuto girare le ruote verso la chicane, attendere il via di un commissario per ragioni di sicurezza, invece di prendere quella che la direzione gara considerò una scorciatoia. Balestre si fece forte degli articoli 56 e 63 del regolamento, secondo i quali un pilota non poteva accorciare la sua gara tagliando la pista. Erano anni nei quali molti usavano definire Senna scorretto. Ayrton perse così ogni speranza di conquistare quel mondiale, finito quel giorno stesso a Prost con una gara di anticipo. Fu il terzo mondiale per Alain, che al contrario non solo intratteneva amabili rapporti con il suo presidente connazionale, ma godeva anche di buona stampa, in quasi tutto il mondo, ovunque, tranne che in Brasile. Senna si sarebbe vendicato l’anno successivo, ancora in Giappone, ancora a Suzuka, ancora con un incidente, stavolta con entrambe le monoposto fuori gara, un episodio che gli valse la
conquista matematica del titolo grazie al vantaggio accumulato. Balestre non batté ciglio. Era avvenuto tutto alla prima curva, sembrò a tutti un fallo di reazione per l’episodio dell’anno precedente. Ayrton si guadagnò definitivamente, soprattutto in Italia, la patente di scippatore, “pilota senza scrupoli” [La Stampa 23 ottobre 1990] e “vincitore di premi sporchi”.
Prost guidava una Ferrari e stava combattendo per riportare il titolo a Maranello dopo 11 anni. Quella Ferrari che appena l’anno successivo il buon Alain avrebbe definito un camion, meritandosi l’immediato licenziamento che lo tenne fuori dalla Formula 1 per tutta la stagione successiva.

Il racconto della rivalità tra Senna e Prost è ancora talmente affascinante che ci ha fatto dimenticare il protagonista di questa storia, Alessandro Nannini, all’inizio della sua carriera automobilistica famoso più come fratello di Gianna che come aspirante campione del mondo. Pochi ricordano chi vinse il GP del Giappone 1989, lui, il primo e unico successo in F1 di Nannini, alla sua quarta stagione. I suoi primi punti mondiali erano arrivati l’anno prima, lo stesso dei primi podi in Gran Bretagna e in Spagna, a bordo della Benetton numero 19. Il 1989 era iniziato ancora meglio, con un podio a Imola nella seconda gara della stagione e la quarta posizione nella classifica mondiale per i successivi due Gran Premi. Tre ritiri consecutivi lo ricacciarono indietro, ma a Silverstone salì di nuovo sul podio, bissando quello dell’anno
precedente. Poi arrivarono altri risultati negativi alternati a piazzamenti, fino al Giappone, dove Nannini partiva in terza fila con il sesto tempo di qualifica.
La Benetton scattò benissimo, con due posizioni subito recuperate. Nel frattempo Prost, approfittando di una partenza dalla pole poco decisa di Senna, era passato in testa, seguito dal brasiliano e dalla Ferrari di Berger. Le prime quattro posizioni rimasero immutate per 20 giri,
fino ai primi ingressi ai box per i cambi gomme. Al 35esimo Berger rientrò definitivamente per problemi al cambio, lasciando il terzo posto a Nannini, avanti con il suo ritmo, mentre le due McLaren là davanti giravano con due indemoniati a bordo. Senna, a colpi di giri veloci, si era avvicinato sempre di più a Prost, provando ad insidiarne il comando. Al giro 47 prese l’interno e mentre stava per chiudere il sorpasso decisivo, Prost mosse in modo quasi impercettibile lo sterzo verso destra, chiudendo la traiettoria verso l’interno. Si presero, le due McLaren proseguirono la loro traiettoria l’una agganciata all’altra, fino a fermarsi fuori pista. Prost scese subito dalla macchina, sicurissimo a quel punto che il titolo mondiale fosse ormai suo. Anche i telecronisti di quella diretta lo dichiararono nuovo campione del mondo. Ayrton chiese invece ai
commissari di pista di sganciarlo dalla McLaren del compagno-avversario per provare a rientrare. In piedi davanti alla chicane, Prost iniziava a guardare preoccupato la manovra che avrebbe potuto riportare Senna in gara. Decise di correre immediatamente verso gli uffici del direttore di corsa. Nel frattempo, mentre Ayrton zigzagava tra le colonne di pneumatici poste nella via di fuga, Nannini era ancora lontanissimo. Dal momento dell’impatto tra le due McLaren fino all’effettivo rientro in pista di Senna, erano passati 49 secondi. Al termine di quel giro, Ayrton rientrò ai box per sostituire il musetto danneggiato, e solo in quel momento Nannini passò in testa alla gara. Era la prima volta in assoluto che gli succedeva, durò per un paio di giri, fino a quando Senna, indemoniato più di prima, lo raggiunse e lo superò nonostante fosse uscito dalla pit-lane con quasi 8 secondi di ritardo.
Dopo quei 53 giri rimasti nella storia della Formula Uno, Senna tagliò per primo il traguardo, Alessandro Nannini vinse il suo primo e unico Gran Premio a tavolino, per una squalifica che restò tale nonostante tutti i ricorsi della McLaren. Prost aveva già lasciato la scuderia e firmato per la Ferrari. Ron Dennis, storico team principal della scuderia di Woking, fece di tutto per ribaltare la sentenza che ai più sembrava iniqua, vista la malizia con cui il francese aveva stretto Senna.
Fu una vittoria senza titoloni per il vincitore. Neanche sui giornali italiani, nonostante le vittorie dei piloti in Formula Uno fossero poco frequenti. I titoli, gli articoli e i servizi televisivi si concentrarono sulla collisione, il culmine di una rivalità diventata storica. Fu grazie a loro due che si tornò a parlare di Formula Uno come non avveniva da anni. Il carattere, il loro atteggiamento, il modo di intendere le corse, era così diverso da creare schieramenti e barriere quasi culturali. I media cavalcarono gli eventi, tutto il resto era in ombra. I titoli dedicati alla vittoria di Nannini si focalizzarono sull’aspetto fisico di Alessandro e sulla sua parentela con la sorella Gianna. Anche senza la squalifica di Senna, si sarebbe trattato comunque del suo miglior piazzamento in carriera fino a quel momento. “Primo, bello e possibile”, scrisse La Stampa, parafrasando la hit in voga in quegli anni. Era stato proprio Alessandro a iniziare la sua intervista con le stesse parole.
«Parliamo italiano — ha detto — perché ho il cervello che mi fuma. È chiaro che avrei preferito vincere in un’altra maniera. Ma va bene anche così, pure se mi dispiace per Senna. Per me la gara è stata durissima. Nei giorni scorsi non eravamo riusciti a trovare un buon assetto per la mia Benetton. Ma quando sono sceso in pista, ho lottato fra Berger e Mansell, spingendo al massimo. Nel finale, visto che ero ad oltre un minuto dai due della McLaren, già in terza posizione, avevo calato il ritmo. Mi sono trovato improvvisamente primo, con Senna alle spalle». Gli chiesero: – Non si poteva resistere al ritorno del brasiliano? «Onestamente no. La sua vettura era nettamente più veloce. Mi ha passato alla staccata della chicane, ma avrebbe potuto farlo tranquillamente dopo nel rettifilo dei box. Lui ha rischiato perché doveva vincere. Che dovevo fare? Non sono in lotta per il mondiale e se avessi provocato un incidente mi avrebbero dato dello stupido. Sapevo che sarebbe entrato in quel punto e mi sono fatto da parte frenando. Poi, invece, è arrivata la squalifica e con lei il mio successo».
Nannini era il primo italiano che ritornava alla vittoria a distanza di oltre quattro anni da Michele Alboreto con la Ferrari, al nuovo Nürburgring, agosto 1985. Tornava a vincere con lui anche la Ford, che nell’epoca del turbo non c’era mai riuscita. Era anzi la prima affermazione del nuovo 8 cilindri prodotto dalla casa di Detroit. Una vittoria però quasi nell’ombra, senza neanche il gusto di passare per primo sotto la bandiera a scacchi, senza una celebrazione. Almeno lo champagne glielo fecero stappare. Per i tifosi di Senna fu un usurpatore. Non riuscì mai a ripetersi. Salì sul podio altre quattro volte, l’ultima nel Gran Premio di Spagna 1990, l’anno in cui si vociferava di un passaggio imminente in Ferrari. Maranello avrebbe dovuto presto sostituire Mansell che passava alla Williams. Nannini rifiutò la proposta, rompendo i rapporti con l’allora team manager della Rossa, Cesare Fiorio. Si disse che le cause della rinuncia fossero la breve durata del contratto e le garanzie tecniche richieste dal pilota. Nannini avrebbe dovuto correre ancora con la Benetton nel 1991, ma due settimane dopo il podio nel Gran Premio di Spagna, il 12 ottobre 1990, ebbe un grave incidente a bordo del suo elicottero, perdendo l’avambraccio destro, reciso dalle pale dell’elica. Gli fu reimpiantato dopo un delicatissimo intervento chirurgico. La riabilitazione fu durissima, la funzionalità del braccio fu compromessa. Nannini chiuse così la sua carriera in Formula Uno all’età di 31 anni, dopo appena cinque stagioni e 76 Gran Premi. Negli anni provò più volte a risalire a bordo di una monoposto di Formula Uno, talvolta con il volante modificato. Si dedicò alle auto da turismo. Corse altri sei anni tra il 1992 e il 1997, prima per l’Alfa Romeo e poi per la Mercedes. Si dedicò all’azienda di famiglia ora fallita, e con qualche problema fiscale sulle spalle, a una breve parentesi politica nel 2011.