Una storia, un gp. La Monza di Montoya senza gioia

  UNA STORIA, UN GP

di roberto liberale

 

Vincere il primo Gran Premio in carriera alla fine della settimana più triste e drammatica nella storia del XXI secolo. Questo è stato il destino di Juan-Pablo Montoya, il secondo colombiano della Formula Uno dopo Roberto Guerrero, presente per 21 corse tra il 1982 e il 1983. Il martedì precedente Monza era l’11 settembre. Quell’11 settembre. Non era ancora tutto. Il giorno prima della gara, Alex Zanardi aveva pure subito il gravissimo incidente al Lausitzring in Germania, quello che gli costò l’amputazione delle gambe. Domenica 16 a Monza non sorrideva nessuno. Montoya aveva ottenuto la pole position al sabato precedendo le due Ferrari di Barrichello e Schumacher, con il tedesco campione del mondo da due gare. La scuderia di Juan-Pablo, la Williams-BMW, aveva già vinto tre GP con l’altro Schumacher, Ralf. 

Montoya era un 26enne al primo anno di F1, era già salito sul podio due volte, a Barcellona e al Nurburgring. Era arrivato fresco dell’esperienza maturata nella formula americana CART. Due anni prima aveva vinto sette gare, campione della serie alla prima stagione, battendo il record di precocità e vincendo il premio di rookie of the year. Nel 2000 aveva vinto addirittura la 500 miglia di Indianapolis al primo tentativo, impresa riuscita solo a Graham Hill nel 1966. 

Frank Williams lo aveva adocchiato da tempo, lo aveva assunto come test driver nel 1998, facendolo esordire nella sua scuderia nel 2001. Montoya non doveva risultare simpatico ai colleghi, forse neanche a una parte del pubblico tifoso. All’inizio di stagione aveva mostrato coraggio e spavalderia, anche troppa, secondo qualcuno. Senza alcun timore reverenziale, nel GP del Brasile aveva sorpassato in modo spettacolare Michael Schumacher, quasi toccandolo. Aveva impressionato il pubblico nella corsa successiva a Imola, superando Trulli alla prima chicane, dove nessuno ci aveva mai provato prima. Nonostante tutta questa aggressività e la qualità della guida, i risultati erano insoddisfacenti. Due podi, un’altra gara in zona punti e la bellezza di dieci ritiri.

 

Dopo una stagione in chiaroscuro, Monza sarebbe stata il suo grande giorno. A pochi minuti di distanza dalla pole, arrivò la notizia dell’incidente di Zanardi. La Stampa scrisse: ll colombiano si è fatto ben presto scuro in volto: «Non lo conoscevo bene – ha detto-. Ci eravamo incontrati qualche volta a Montecarlo. Come è successo? Una tragedia».

Per non farsi mancare nulla, durante la notte, dei vandali appiccarono il fuoco alle gomme poste a protezione della curva di Lesmo. In pochi minuti le fiamme raggiunsero alcuni alberi del parco. Bruciarono pure alcuni cartelli pubblicitari. Cadendo in fiamme sulla pista, danneggiarono l’asfalto in prossimità della prima curva di Lesmo. Tutto ciò arrivò persino a mettere in dubbio la corsa. La Stampa sintetizzò: La gara più importante dell’anno nell’autodromo nazionale soffre del clima depresso causato dalla situazione drammatica creatasi dopo gli attentati negli Usa e le loro conseguenze

 

Il giorno del Gran Premio, l’atmosfera divenne addirittura surreale. Sconvolti per la tragedia di New York e per l’incidente a Zanardi, i piloti fecero prima pressioni per annullare l’evento, poi per percorrere le prime due curve senza lottare, come richiesto da Michael Schumacher in qualità di presidente dell’associazione. Forse in segno di lutto, forse allo scopo di evitare quanto era accaduto l’anno precedente alla Variante della Roggia, dove un incidente costò la vita a un commissario di percorso, Paolo Gislimberti, colpito da uno pneumatico. Ecclestone, capo della Formula Uno, non fu d’accordo. Briatore, il team principal della Renault, invitò i suoi piloti a non aderire. Alesi parlò di vergogna.

La Ferrari si presentò a Monza con le vetture e le tute dei piloti completamente prive di sponsor, oltre ai musetti delle F2001 colorati di nero.  apprestava a vincere il suo primo Gran Premio di Formula Uno. Scongiurata l’ipotesi di una partenza al rallentatore, Montoya prese subito il comando davanti alle due Ferrari, mentre alle sue spalle Button tamponò Trulli, costretto al ritiro. Più indietro Hakkinen da settimo diventò 16esimo, Jos Verstappen passò dalla 19esima all’ottava posizione. 

Le due scuderie di testa avevano optato per strategie diverse. La Ferrari aveva deciso due soste di cambio gomme e rifornimento, la Williams una. Al nono giro Barrichello passò in testa. Al momento del pit-stop di Michael Schumacher, giro 18, si erano già ritirati in quattro. Dopo la fermata di Barrichello al giro successivo, Montoya tornò al comando seguito da Ralf Schumacher. Le due Williams scelsero due momenti diversi per la loro unica entrata ai box. Quando Barrichello rientrò in pit lane per la seconda volta, Montoya e Ralf Schumacher si ritrovarono davanti a tutti. A sette giri dalla fine la Ferrari di Barrichello riuscì a recuperare su Ralf, non su Juan-Pablo. Non ci fu nessuna festa.

Scrisse La Stampa: Alla fine, non c’è champagne, non ci sono le urla e le risate sotto il podio, non ci sono gli spruzzi. Le bottiglie stanno come un ornamento sotto il piedistallo. Sono chiuse. Nessuno le stapperà. Però, c’è la folla, sulla pista, come sempre, c’è la stessa invasione degli altri anni, perché a Monza il pubblico che invade i cancelli fa parte di questo Gran Premio come il parco e la curva Lesmo, come le bandiere di Maranello che sventolano e questo mare di berretti rossi che colora gli spalti. Questa è Monza. Soltanto che stavolta nessuno alza i cori, nessuno corre come un pazzo, ma stanno tutti accalcati, muovendosi lentamente, senza spingersi, come all’uscita di una Chiesa. C’è una tromba sola che suona. Qualcuno che applaude. Vicino a noi, c’è appena una bandiera: una ragazza la tiene in alto. Gli altri anni, tutti quelli che stavano qui avevano un drappo da sventolare, e si stava immersi in un mare, la gente si abbracciava e cantava. Non lo fa nessuno. La festa è solo un rito. Non c’è niente di vero

 

In verità, Juan-Pablo Montoya nelle interviste post gara, quasi vergognandosi, un minimo di felicità riuscì a mostrarla. Disse che non si aspettava di vincere nell’anno dell’esordio in Formula 1. Seguirono i ringraziamenti: alla Williams, alla Bmw, alla Michelin. Anche il papà si mostrò felice: «Il suo successo è il più bel regalo che potesse farmi. La festa? Andrò a dormire, perché la felicità è dentro di me».

Frank Williams cercò di non esagerare. Disse solo che si trattava di «un successo importante quello di Juan-Pablo. Oggi tutti quanti ricordano i nostri cugini in America». 

Non era finita. Nei giorni successivi montarono polemiche per la gara rinunciataria di Michael Schumacher. Cristiano Chiavegato scrisse: Bisogna riconoscere che Michael ha avuto il coraggio di sostenere sino in fondo le proprie opinioni (disputando anche una corsa anonima), cosi come lo ha fatto il suo principale antagonista, pure nelle discussioni, cioè Jacques Villeneuve. Il canadese si è detto contrario sin dall’inizio e non ha mai cambiato idea. Altri piloti che invece erano d’accordo con il ferrarista, o sono stati obbligati a mutare opinione o lo hanno fatto per convenienza. Probabilmente, per approfittare di una situazione favorevole ai sorpassi nelle fasi iniziali della corsa. Se ha avuto un torto, Schumacher, è stato quello di aver atteso l’ultimo momento per agire. E qualcuno ha anche sottolineato il fatto che con il titolo mondiale già in tasca era facile chiedere un’azione del genere al via. Guardando la vicenda sotto tutti i suoi aspetti, tuttavia Michael ha delle buone ragioni. Schumi è rimasto profondamente colpito dalle vicende americane, ha avuto nel corso della stagione cinque incidenti paurosi, l’ultimo a Spa nel venerdì delle prove. Ha visto sabato Hakkinen rischiare parecchio uscendo di pista e soprattutto ha saputo delle terribili conseguenze della collisione della quale è rimasto vittima il povero Alex Zanardi. Troppo anche per un pilota considerato un computer in pista, che però è un uomo sensibile e anche facilmente emozionabile. Strano, ma assolutamente vero. In ogni caso la storia ha preso una piega che è andata oltre alla sostanza dei fatti. Cosa sarebbe cambiato se i concorrenti avessero effettuato una partenza prudente? Alla fine, se si toglie lo «speronamento» di Trulli da parte di Button (pilota di quella Benetton che con Flavio Briatore si era opposta a muso duro alle idee di Schumi), la gara ha poi fornito i suoi momenti di agonismo nella sfida tra Barrichello e la coppia della Williams.

 

Dopo quella vittoria, in tanti immaginarono un grandissimo futuro per Montoya. Juan-Pablo vinse poco, ma concesse grande spettacolo grazie alla sua guida aggressiva. Nonostante le sette vittorie in F1, tra cui un bis a Monza nel 2005, due terzi posti in classifica mondiale nel 2002 e nel 2003, resta uno dei piloti di Formula 1 più sottovalutati di sempre. Forse perché il suo modo di intendere le corse era molto divisivo, essendo cresciuto motoristicamente negli Stati Uniti. La sua condotta di gara lo rendeva allo stesso tempo apprezzato e detestato. Montoya non smise mai di alimentare il suo personaggio. Corse l’ultimo dei suoi 94 Gran Premi il 2 luglio 2006, proprio in quella Indianapolis che aveva tanto amato. Chiuse la carriera con una collisione al primo giro con altre sei macchine. È stato forse l’unico della sua epoca a preoccuparsi di dare spettacolo, cercando il sorpasso in pista, non ai box.  Tornò a correre negli USA, rivinse la 500 miglia di Indianapolis all’età di 40 anni. Non ha ancora smesso. 

 

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