La verità arrivò in una mattina d’agosto di un paio d’anni fa, più o meno intorno alle undici, quando sul filo di alcuni millesimi di secondo, un quartetto fatto di polpacci consapevoli e piedi furiosi, pestò pedali di bicicletta su una pista arrivando fino all’oro olimpico, mentre negli stessi minuti un sestetto si faceva riempire di schiacciate e un settebello veniva sepolto di beduine. Filippo Ganna e i suoi vagoni – Francesco Lamon, Simone Consonni, Jonathan Milan – rimontavano la Danimarca nell’inseguimento olimpico, la specialità in cui Wile il Coyote non avrebbe speranze, ma le nazionali di pallavolo e di pallanuoto si facevano battere due volte dalla Serbia. Fu quella la mattina nella quale cominciò a radicarsi l’idea che “se dobbiamo fare squadra, fermiamoci ai quartetti” come scrisse Elia Pagnoni sul Giornale. Un mese prima, gli undici del pallone erano diventati campioni d’Europa, ma oggi possiamo storicamente inserire quella gioia come una parentesi tra due mancate qualificazioni per i Mondiali e una lunga serie di mancate partecipazioni alle Olimpiadi. I sestetti della pallavolo si sono rialzati eccome. Il quintetto del basket è tornato dignitoso. Ma quando siamo in quattro, come i Beatles, come i Fantastici della Marvel, come i Cetra, allora si dispiega una magia che non si spiega.
“Che cos’è una squadra?” si domandava a Tokyo Andrea Schiavon per Tuttosport. Che cos’è una staffetta, dovremmo domandarci ora che nel nuoto le nostre hanno rotto soffitti di vetro e muri per arrivare dove non si erano mai spinte, alla vigilia di due finali mondiali nell’atletica, stasera, ragazze e ragazzi d’Italia con un testimone tra le mani.
Il mezzo è il messaggio. Questa volta il mezzo è un tubo, vuoto, liscio, lungo intorno ai trenta centimetri, una dozzina di diametro, una cinquantina di grammi il peso. Un bastoncino che si deve portare da qui a lì, una faccenda complicata, raffinata, un mosaico di gesti piccolissimi, la sincronia di un corpo con un altro, dentro una corsia larga un metro e venti, un’azione che è pure una metafora – un messaggio, appunto. L’abbiamo introdotta pure nel nostro lessico quotidiano. Passare il testimone. Fare la staffetta. Avere fiducia nel presente, nella persona alla quale stai per consegnare un bene prezioso di cui ti liberi, confidando nel fatto che proseguirà il tuo lavoro, alla stessa velocità, con la stessa cura.
È un incastro di attimi, spiegò Stefano Tilli una volta al Venerdì, lui che era stato il primo frazionista della 4×100 d’argento ai primi Mondiali, Helsinki 1983, con Simionato Pavoni e Mennea alle spalle degli Usa di Calvin Smith e Carl Lewis.
«Una persona arriva al termine del suo tratto carica di tossine – disse – e un’altra non vede l’ora di andar via, scattare, accelerare, pieno di energia. Esiste un solo momento possibile d’incontro e va colto al volo. Il primo frazionista deve saper uscire dal blocco. C’è chi impiega una carriera per imparare, chi non ci riesce mai. La riuscita è dettata da caratteristiche tecniche e caratteriali. Puoi anche non raggiungere mai una buona relazione con la partenza, come accadde a Mennea. Il secondo uomo è il motore della staffetta. Percorre un tratto leggermente più lungo, alcuni metri prima del cambio per arrivare a ricevere il testimone già lanciato, mentre il terzo deve essere un curvista, avere una corsa rotonda, deve pennellare, piegarsi come in moto, con la spalla interna che si abbassa, un occhio alla riga a terra, l’altra all’avversario che si troverà di fianco all’ultimo cambio. Deve essere un tipo sveglio. L’ultima frazione è quella più prestigiosa. Quella dei Bolt, dei Lewis, dei Mennea. L’uomo al quale affidi la rimonta. Il più bravo nella fase lanciata. Con Pietro andavi sul sicuro. In preparazione aveva un metodo suo per non rischiare in gara. Prima della zona del cambio, in genere a sette-otto metri, si mette un segno, un piccolo nastro bianco, e quando uno ci arriva l’altro parte. Ecco, Pietro anticipava l’avvio. Mi costringeva ad allungare in allenamento per raggiungerlo, così sapeva che in gara, se avesse accelerato, lo avrei preso lo stesso».
In quella quarta frazione l’Italia ha scoperto che Filippo Tortu si esalta. Non è una questione psicologica, spiegava ieri sera in diretta Rai sempre Stefano Tilli, non c’entra la pressione della gara individuale e la leggerezza di una prestazione di gruppo. È una questione tecnica. Nella staffetta si parte senza blocchi. Tortu se ne giova. Sente il grido alle sue spalle e va, ieri sera non benissimo, quel passaggio sarà decisivo in finale. Quando alle spalle arriva il bastoncino, si deve accoglierlo a mano aperta, con il palmo verso l’alto, almeno noi italiani, la scuola francese dice il contrario. C’è una parola che lo accompagna. Nella lingua della convenzione è: Hop. I francesi fanno di testa loro pure qua e dicono: Pre. Gli americani gridano: Stick.
Era dal 2011 che l’Italia non andava in finale ai Mondiali. Il tempo di 37.65 degli uomini è il migliore al mondo quest’anno, il 42.14 delle donne è il nuovo primato italiano per mezzo secondo. Emanuela Audisio su Repubblica scrive stamattina che “c’è vita, forza, energia nella velocità italiana. L’oro azzurro di Tokyo brilla ancora, non è stata un’illusione, anche se per due anni senza Jacobs ha perso smalto e competitività”.
Jacobs ha corso la seconda frazione lanciato in 8.81, Tortu in 9 secondi netti. Roberto Rigali ha esordito al posto di Patta in partenza, a sua volta scivolato in terza al posto di un Desalu spento. Rigali è uscito dai blocchi con un tempo di reazione di 0.115, al limite con il regolamento. Usa e Gran Bretagna hanno fatto turn-over, in finale metteranno in campo tutti i migliori, ma il Canada che fu secondo a Tokyo è stato eliminato.
Zaynab Dosso, Dalia Kaddari, Anna Bongiorni e Alessia Pavese hanno il terzo tempo di qualificazione, come terze furono agli Europei, stavolta alle spalle delle sole Usa e Costa d’Avorio. Pavese ha fatto 9.98 in ultima, appena un decimo dietro Shelly-Ann Fraser-Pryce. “Stasera bisognerà fare a sportellate. Ma l’Italia c’è: è brace, ma scotta” chiude Audisio.
Giulia Zonca per la Stampa ha scritto che “appoggio è la parola che resta scritta sulla pista al passaggio di un’Italia veloce. Come quello che Marcell Jacobs ha sentito e restituito […] come quelli che Tortu cambia per scattare nella sua frazione, due al posto dei precedenti tre […], come il mezzo che ammette di aver mancato Rigali in partenza […], come quello che per qualche ora ha sentito mancare Lorenzo Patta, spostato in terza per la sua affidabilità nei cambi, sotto pressione perché reduce da un infortunio recente”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “a Budapest riaffiorano ricordi giapponesi, profumati di gulasch”. Parla di staffetta ritrovata e di un Marcell Jacobs che “pare tornato lo sprinter splendido splendente dello stadio olimpico di Tokyo. Servirà quel Jacobs, stasera, per arginare Usa, Caraibi e resto del mondo. Tutti per uno, Jacobs per tutti”.
Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport sottolinea che “sarebbe riduttivo credere che il ritorno di Jacobs, fuori squadra per acciacchi assortiti proprio dalla finale olimpica, sia la sola ragione della trasformazione di un gruppo che, lo scorso anno, uscì tristemente di scena in batteria sia ai Mondiali di Eugene, sia agli Europei di Monaco di Baviera. Certo la rentrée fa la differenza: anche perché Marcell, volata dopo volata, ritrova smalto e fluidità, tanto che solo lo statunitense Fred Kerley (8”62), tra i frazionisti di giornata, fa meglio. Ma dietro al risultato c’è un progetto che parte da lontano, un lavoro di équipe , una lunga serie di raduni, un’analisi approfondita e un monitoraggio continuo dei valori e delle potenzialità dei singoli. Questo quartetto, poi, nasce la sera di Grosseto del 21 luglio: Rigali, Tortu, Patta, Ceccarelli, con 38”04, conquistarono definitivamente il pass per Budapest”.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera sottolinea che statisticamente “con otto staffettisti italiani convocati in Ungheria e quattro frazioni da coprire, ci sono 1.680 diversi modi di costruire la 4×100. Filippo Di Mulo, responsabile azzurro della velocità, ha ridotto le combinazioni prima a 15 e poi a 5” per arrivare all’equazione finale, “il terzetto d’oro di Tokyo (Patta, Jacobs, Tortu) con Rigali che sostituisce Desalu.
Non vedo l’ora che sia già domani, diceva Tilli in telecronaca.
quando | oggi ore 21.40 e 21.50
COS’ALTRO VEDERE STASERA | ore 19.25 finale salto con l’asta maschile | 20.15 finale getto del peso femminile | 20.30 finale 800 metri maschile | 20.50 finale 5.00 metri femminili | 21.25 La fine del decathlon con i 1.500 metri
CHE ALTRO SUCCEDE
I Mondiali della via Paal
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IL RICAMO MATTO Il giavellotto si impara con il cricket
Franco Fava, Corriere dello Sport-Stadio: “Stanno accadendo cose strane a questi Mondiali. C’è il sospetto che nuovi equilibri di forza geo-sportivi in atto siano figli (anche) dei mutamenti dello scacchiere politico globale. Nel giorno in cui il documento uscito dalla riunione dei BRICS a Johannesburg (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) allarga la platea a nuovi ingressi come Iran, Argentina, Arabia Saudita, nel tentativo di riposizionare l’Altro Mondo con quello cosiddetto Occidentale e propone, addirittura, di dar vita ai Giochi BRICS il prossimo anno a Kazan, in Russia, a un mese dall’Olimpiade di Parigi, succede che qui a Budapest tre indiani, un pakistano e un egiziano abbiano dominato le qualificazioni del giavellotto relegando alla finale un solo lanciatore tedesco e uno finlandese che per anni sono stati la culla di questa specialità”.
Fava racconta: “Quello che accomuna i tre lanciatori indiani e il pakistano Nadeem è aver praticato in gioventù il cricket, proprio nel ruolo di “bowler”, lanciatori”.
BUSÓJÁRÁS La doppietta di Noah Lyles
Noah Lyles è il primo uomo a vincere i 100 e i 200 metri dopo Usain Bolt. Laine Higgins sul Wall Street Journal riepiloga la sua parabola di “forza consolidata dello sprint da quando è diventato professionista, subito dopo il liceo nel 2016. Eppure, fino a poco tempo fa, stava sotto i riflettori più per i suoi bassi che per gli alti, mentre discuteva apertamente della sua battaglia contro la depressione. Ha iniziato a prendere lo Zoloft per curarla, ma si è accorto che i farmaci abbassavano anche il suo umore e gli rendevano difficile caricarsi per le gare. La situazione ha avuto un cambiamento nel 2019, quando Lyles ha vinto il suo primo titolo mondiale nei 200, ma sono seguite altre difficoltà in pandemia. Alla fine ha smesso di prendere Zoloft prima dei Trials statunitensi del 2021, dove ha corso in 19.74 nei 200. Sembrava essere il solito esuberante, posava in pista con le solite mosse celebrative ispirate agli anime. Ma né i Trials né le Olimpiadi furono all’altezza dei suoi standard. Lyles crede che questa sia l’alba di una nuova era per l’atletica leggera maschile, con lui considerato la stella più brillante”.
Argento e bronzo per due baby prodigio, Erriyon Knighton di 19 anni [19.75] e Letsile Tebogo, ventenne del Botswana [19.81]. A L’Équipe ha detto di voler cambiare la percezione dell’Africa [qui]
IL CUBO DI RUBIK Il quasi record dopo un record sospetto
Stephane Kohler su l’Èquipe scrive dei 200 metri corsi in 21.41 dalla giamaicana Shericka Jackson, a 7 centesimi dal record mondiale di Florence Griffith-Joyner.
“Un grande boato si è alzato all’improvviso dagli spalti quando Shericka Jackson ha tagliato il traguardo, un bolide gialloverde, come se fosse stata sola al mondo, comunque molto più avanti delle altre avversarie trafelate. Un tempo eccezionale. Il record del mondo è nelle sue mani, alcuni osservatori sono convinti che le appartenga, poiché le prestazioni di Griffith-Joyner sollevano ancora interrogativi”
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera parla di “stupefacente prova” perché ha “spappolato le avversarie dal primo all’ultimo metro, rifilando 40 centesimi all’americana Thomas e mezzo secondo a Sha’Carri Richardson che aveva dominato i 100. Per lei è il terzo titolo di fila: il prossimo anno proverà a sfatare la maledizione delle Olimpiadi dopo la brutta eliminazione a Tokyo”.