LA DOMANDA DI STAMATTINA
La tentazione è la solita, dinanzi a Sergio Scariolo campione d’Europa e campione del mondo sulla panchina della Nazionale spagnola. Mettere un pezzetto di quella vittoria sotto il tricolore e sentire nei nostri petti che la scuola italiana vince. Succede nel calcio, quando Ancelotti porta e riporta la Coppa a Madrid, quando i vari Mancini, Conte e Ranieri vincono la Premier. Ci fa stare meglio, ed è certamente un motivo di orgoglio. Bisognerebbe però trovare uno spazio di discussione per domandarci che cosa resiste delle cosiddette scuole, dentro un panorama globalizzato di scambio di competenze e di informazioni, di mescolanza reciproca, contaminazioni, scambi culturali. In estrema sintesi, bisognerebbe chiedersi quanta della formazione italiana di Ettore Messina abbia pesato nelle sue vittorie in Russia, nelle sue esperienze al Real Madrid e ai Lakers, ma pure quante nuove capacità acquisite in Russia, in Spagna e in America, siano ora presenti nel suo bagaglio.
Certamente Andrea Trinchieri al Bayern porta le nozioni apprese nella sua gavetta italiana, ma quanto esclusivamente italiano può davvero dirsi adesso, un tecnico che da nove anni allena in Grecia, a Kazan, Bamberg, Partizan, di nuovo in Germania?
Sono tutte un continuo contagio, le idee dello sport. Andrea Giani siede da Ct sulla panchina della Francia, dopo aver guidato Slovenia e Germania, con la portentosa esperienza da giocatore fatta nella Nazionale dei fenomeni Anni Novanta. Eppure, quella era una squadra contaminata dalle idee di Velasco, e vaglielo a mettere un confine geografico, alle idee di Velasco. Nel volley abbiamo avuto negli ultimi anni una proliferazione di teste italiane all’estero, da Roberto Santilli in Polonia a Carlo Parisi in Repubblica Ceca, da Daniele Capriotti in Islanda a Giovanni Guidetti in giro per mezza Europa, Luciano Pedullà in Germania e Vincenzo Nacci in Venezuela, Daniele Bagnoli è stato in Russia, Marcello Abbondanza in Bulgaria, Massimo Barbolini in Turchia. Solo guardando le Nazionali, lasciando stare i club.
Il mondo ci ha portato via per un po’ Stefano Cerioni, maestro di scherma, con Andrea Magro. Il canottaggio ha iniziato a esportare tecnici quando prima li importava: un altro segno di mescolanza reciproca. La pallanuoto ha visto partire Daniele Ferri per la Thailandia, Paolo Malara per la Francia, l’Iran, la Cina. Lo stesso Campagna era stato in Grecia. Valentina Quaranta, scudetti a ripetizione vinti nell’hockey su prato, al termine della carriera è diventata Ct della Tanzania. Sandro Damilano andò a formare i marciatori cinesi. Livio Magoni è stato l’allenatore di Tina Maze prima, di Petra Vlhova poi.
C’è una scuola dello sport che funziona, che forma e offre opportunità di lavoro. Poi ci sono i percorsi personali, ci sono donne e uomini che mettono la loro roba in valigia e vanno a guardare cosa c’è oltre la linea, oltre gli steccati e le barriere. Qualcosa di buono sanno farlo anche di là. I più bravi mettono tutto insieme e crescono. Gli altri, la sera, prenotano un tavolo al primo ristorante italiano.
| voci Sergio Scariolo spiega come ha fatto
➣ È uno dei tornei in cui si è sentito più allenatore?
«Fare l’allenatore implica tante sfaccettature, gestione, leadership, tecnica, tattica, responsabilità. Non posso dire che un aspetto sia più importante di un altro, ma ogni squadra ha bisogno di un po’ più dell’uno, o un po’ dell’altro. In altri anni abbiamo espresso un basket di alta qualità, dovuto al talento individuale che avevamo in squadra. Quello che abbiamo ottenuto ora, questo oro con una squadra che aveva una quantità di talento molto diversa rispetto a prima, la dice lunga sulla capacità dei giocatori di coesistere. Le singole componenti hanno funzionato come un moltiplicatore di prestazioni. In altre occasioni ho avuto una maggiore difficoltà personale in questo tipo di gestione, perché i giocatori hanno dovuto accettare di mettere da parte il proprio ego e di entrare nei ruoli. Per questo ho detto che ora ho potuto giocare a basket con alcuni giocatori ai quali non ho avuto problemi nel chiedere di più. Si sono tutti uniti. È stato molto gratificante».
➣ È stato sorpreso da come la squadra abbia superato i propri limiti?
«Mi ha sorpreso il risultato e se c’è uno che dice di no, mente. Ma quando li conosci così bene, li hai allenati tante volte e li hai seguiti fin da bambini, sai cosa si può trovare. Certo, poi li metti insieme e il risultato collettivo finale dipende dall’alchimia, dalle decisioni che vengono prese. Lavoriamo affinché i giocatori possano stare insieme, ma non è possibile sapere in anticipo come andrà. Stavolta questi fattori che dipendevano dal lavoro, si sono adattati al cento per cento e il risultato collettivo finale è stato di alto livello»
➣ La squadra spagnola suscita grande ammirazione per i suoi risultati. Si sente anche lei ammirato?
«Il lavoro di un allenatore è soggetto alla valutazione di persone che nella maggior parte dei casi non hanno le conoscenze approfondite per poterlo fare. Perciò alla fine valgono simpatie, antipatie e risultati. Quando lo capisci, stai un po’ fuori dal dibattito. Nel bene e nel male, non mi interessa più di tanto. Se me ne interessassi, non avrei l’equilibrio emotivo, né per vivere a livello personale, né per guidare gruppi di questo tipo, sotto pressione. Onestamente, me ne preoccupo poco».
➣ Quanto è stato aiutato da Rudy come esempio di lavoro per i più giovani?
«Molto. È stato incredibile come a 37 anni abbia saputo dare la migliore versione di sé, entrando rapidamente in un ruolo che non aveva, perché fino a poco tempo fa Rudy era un leader in campo, ma con la voce e in pubblico, i leader erano altri. Rudy ha capito subito la differenza, è entrato nel ruolo, superando anche momenti difficili a livello personale. È stato come un fratello maggiore per alcuni, il padre per altri. Era come se fosse seduto al parco a giocare con i bambini. Stupendo»
➣ Per quanto riguarda Willy, lei pensava che fosse pronto a prendersi più responsabilità?
«È il dolce prezzo che abbiamo pagato. Alcuni non sono stati fortunati come Willy ad avere un momento di piena maturità, in cui è stato finalmente il loro turno di fare il passo avanti. Alcuni sono rimasti in disparte e se ne sono addirittura andati senza avere questa opportunità. Willy, con intelligenza, ha capito di avere davanti a sé due leggende [Pau e Marc Gasol] e ha aspettato il suo momento. Già l’anno scorso aveva avuto una crescita e sapevamo che avrebbe dovuto assumere questo ruolo. Lo ha fatto ed è un’assunzione di responsabilità per il futuro. Willy è un giocatore che ha margini di miglioramento e che i suoi compagni guarderanno con occhi diversi, perché si aspettano che sia un leader, un esempio e un riferimento ogni giorno, in ogni partita. Questo è il dolce prezzo da pagare per avere uno status»
➣ Perché ha detto che nel caso di Lorenzo Brown e della sua nazionalizzazione c’è stata xenofobia?
«È un argomento che in questo momento non mi viene in mente di affrontare. Ce ne occuperemo più in là, perché ne vale la pena. Tutte le esperienze devono insegnare le cose. Ora è il momento di non sminuire il successo della squadra».
➣ Perché Brown si è adattato così bene?
«Quando conosci bene una squadra, sai di cosa ha bisogno. Sportivamente siamo lieti delle sue prestazioni. Quello che ha stupito è come un giocatore che è stato in Nba ed Eurolega, che chiede di giocare per la squadra spagnola perché è il suo sogno sportivo, si sia adattato senza far pagare un centesimo, rinunciando al passaporto americano, che non è poco. E fin dal primo giorno con umiltà, volontà di entrare nel gruppo, imparando, ascoltando, rispettando i veterani, i codici, anche giocando a pocha. Questo ha superato ogni immaginazione. Doveva portare qualcosa di diverso all’interno del gruppo, come formazione, rispetto al resto. Il modo in cui si è inserito è stato impressionante».
➣ Cosa significa la vittoria della Spagna?
«Ancora una volta conferma che il basket è uno sport di squadra, in cui vince la squadra che fa meglio. Può essere difficile quando ci sono molte stelle, che devono ritagliarsi un ruolo più piccolo. Altri non ci sono riusciti. Noi sì, con un vantaggio, che molti di questi giocatori giocano insieme da molto tempo, crescono, fanno le stesse cose, all’interno dello stesso sistema e dello stesso modo di vivere insieme. Questa coesione, dovuta al lavoro di tutti questi anni, ci ha dato un vantaggio».
➣ Cosa pensa di quei giocatori che hanno smesso di giocare con la Nazionale?
«È una scelta libera, volontaria. Non posso giudicare, e meno ancora nel caso di giocatori che avevano dimostrato in passato il loro impegno. Mi è capitato che un giocatore, in un dato momento, si sia ritirato dalla Nazionale e poi mi abbia detto: – Non immagini quanto me ne sia pentito. Ma una famiglia non esclude. Le porte qui non sono chiuse. Ovviamente si generano alcuni diritti di priorità, perché è la legge della vita». – intervista di juan morenilla, El Pais
titoli | El Pais: “Da scarto a colonna” – Alberto Díaz, ripescato all’ultimo minuto, simboleggia il gioco di squadra della Spagna per il suo grande lavoro difensivo
◇ El Mundo: “L’ennesimo capolavoro di Scariolo: come è riuscito a guidare una squadra sulla quale nessuno scommetteva per l’oro europeo” – “Lorenzo Brown, dalla controversa nazionalizzazione a eroe della Spagna: Ho subito tante critiche”
◇ Abc: “Epopea d’oro per la Spagna” – Inizia l’era dei fratelli Hernangómez.
◇ Mundo Deportivo: “La famiglia di Scariolo” – Fernando Polo ha scritto: “La squadra di basket spagnola è conosciuta come la Familia, termine che i leader della generazione precedente usavano per sé, da quando vinsero i Mondiali jr a Lisbona nel 1999. La famiglia ha cambiato i suoi membri ma è rimasta un gruppo unito e corazzato, disposto a sacrificare le proprie vacanze per concentrarsi e combattere, con un misto di talento, competitività, ottimismo e cameratismo. I lunghi giochi a carte con la pocha sono stati il massimo della tensione. Il grande merito di Sergio Scariolo in questo Europeo è stato quello di rendere famiglia un gruppo di giocatori semisconosciuti al grande pubblico. Uno spirito di fratellanza irraggiungibile, tra lo scetticismo e le critiche per la nazionalizzazione di Brown”.
voci Salvatore Trainotti, direttore delle Nazionali di basket italiane
➣ Cosa ci dice la Spagna che vince ancora, rinnovata e con meno talento?
«Ci dice che la cultura batte sempre tutto. Intendo cultura del lavoro, miglioramento quotidiano, mentalità vincente che va oltre la somma dei valori. E si vede già nelle categorie giovanili».
➣ Giovanili tasto dolente: perché si investe poco ed emerge un numero ancora ristretto di giocatori.
«Non c’è mai una singola motivazione, l’analisi deve essere più profonda. Occorre un lavoro simbiotico con i club e tra i club, perché ne guadagnano tutti, le società e le nazionali. Occorre farlo in termini di reclutamento e gestione. Per riuscirci dobbiamo trovare un’unica identità tecnica che vada dalla Nazionale A fino ai più piccoli. In azzurro arriverebbero ragazzi pronti a giocare quel basket. Ecco, un esempio spagnolo».
➣ A proposito di reclutamento: la Nazionale di volley ha un’altezza media interessante, 2,02 liberi esclusi. E la concorrenza aumenta in tutti gli sport.
«Ci siamo fatti domande e dati delle risposte. E la risposta è andare a reclutare i giocatori alti e atletici, girare, per tornei e campi e scuole».
➣ Insomma, la Spagna si deve e si può copiare, vero?
«No, però può ispirare: la Spagna conferma che solo programmando, lavorando con serietà e scegliendo persone in funzione del progetto, si ottengono risultati. La bellezza di questa vittoria e delle giovanili, è che dimostrano come attraverso il lavoro su un progetto, i risultati arrivano». – intervista di piero guerrini, Tuttosport